Introduzione a Glitch Feminism di Legacy Russell

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Con il gentile permesso di Giulio Perrone Editore pubblichiamo l’Introduzione a Glitch Feminism. Un manifesto, di Legacy Russell, nella traduzione di Gaia Giaccone.

Siamo un glitch, e vogliamo stare davanti, dentro e fuori dal guasto: Il guasto è un errore, l’errore è un varco.

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Ero appena adolescente quando ho creato il mio avatar digitale LuvPunk12, con cui poi ho trascorso gli anni successivi vagando per le trafficate autostrade del digitale e creando chiassose gif su GeoCities. Sono cresciuta a Saint Mark’s Place, nel cuore dell’East Village: ho imparato a costruire e rappresentare la mia identità di genere dai giovani punk che si riunivano sugli scalini d’ingresso di casa mia, dalle drag queen che si esibivano sul palco dello Stingy Lulu’s e una volta l’anno sfilavano al Wigstock in Tompskins Square Park, ma anche dalla cultura portoricana: all’epoca, era questa la composizione dell’East Village e del Lower East Side.

LuvPunk12 è diventato un miscuglio simbolico di quella corrente. L’idea del nome mi è venuta da un adesivo attaccato a una cabina telefonica sotto il mio palazzo: un cuore, rosso e lucido come una mela caramellata, con su scritto LUV PUNK! Avevo dodici anni. L’ho staccato e l’ho appiccicato sulla mia cartellina Trapper Keeper, lo esibivo come un distintivo. Quando ho lasciato l’East Village, quando ho cominciato a frequentare luoghi che mi facevano sentire alienata, quello è diventato un intimo ricordo di casa.

La creazione di LuvPunk12 come pseudonimo per le chat room ha segnato l’inizio di una nuova rappresentazione, l’esplorazione di un io futuro. Ero un corpo giovane: donna Nera[1], cisgender, femme, queer. Non potevo mettere tutte queste cose in standby; il mondo intorno non mi permetteva di dimenticare quegli identificatori mai. On-line invece potevo essere tutto quello che volevo. Così il mio io dodicenne diventava sedicenne, ventenne, settantenne. Sono invecchiata. Sono morta. E attraverso questa narrazione e queste trasformazioni sono risorta. Ho rivendicato la mia estensione. On-line ho scoperto com’è esaltante avere un potere sul proprio genere, e ho provato l’impeto assetato dell’aspirazione. Dopo aver trasmogrificato[2] il mio “essere femmina”, mi sono impegnata a esplorare “l’uomo”, a espandere “la donna”. Ho giocato con le dinamiche di potere, connettendomi con sconosciuti senza volto, ho trovato l’emancipazione attraverso la creazione di nuovi io, ho mutato la mia pelle digitale, godendo dei nuovi rituali del sesso virtuale. Nelle chat room indossavo corpi diversi, osservavo la rotellina della morte arcobaleno[3] girare sullo schermo mentre mi collegavo all’estasiante e oziosa confusione di AOL.

I suoni melodiosi della connessione mi provocavano un riflesso pavloviano: avevo l’acquolina in bocca al solo pensiero dei mondi che mi aspettavano proprio dietro quei trilli. Ero una nativa digitale che si faceva strada nei panorami cibernetici esercitando il proprio potere con cautela e con una consapevolezza sempre maggiore. Non avevo ancora il privilegio di considerarmi una cyborg perfettamente formata, ma di è certo ero in cammino.

E non ero sola.

Tra le mura di casa, anche la mia femminilità queer si barcamenava nel delicato passaggio tra i canali dell’eteronormatività della scuola media. Il mio corpo di preadolescente era consumato dalle convenzioni sociali, stanco di sentirsi dire che doveva occupare meno spazio, stanco di essere visto ma non ascoltato, sistematicamente cancellato, corretto, ignorato, mentre io volevo soltanto muovermi. Nella vita di tutti i giorni mi sentivo intrappolata, e sempre a disagio, schiacciata dal peso dell’incessante sguardo eteronormativo bianco.

Sotto una sorveglianza tanto stretta, un’infanzia innocente e spensierata mi appariva impossibile e io cercavo ogni minima opportunità per immergermi nelle potenzialità del rifiuto. Ho cominciato a respingere la violenza di quella visibilità non voluta, ad assumere il controllo degli sguardi su di me e del modo in cui interpretavano il mio corpo. Dal mio instabile punto di intersezione, il binarismo mi appariva una specie di menzogna. Per un acerbo corpo Nero e queer, la doppia coscienza di cui parla Du Bois si frantuma ulteriormente, il “doppio” diventa “triplo”, la coscienza viene amplificata ed espansa dal “terzo occhio” del genere.

Guardavo tutto attraverso le lenti della razza e del genere, ma nessuno guardava me nella mia totalità, e mi mancavano punti di riferimento, perché nessuno specchio mi rimandava un’immagine adeguata. Allora, l’atto di sovversione per il mio corpo poteva arrivare col remix digitale: ero alla ricerca di luoghi aperti alla sperimentazione, luoghi in cui potevo esplorare il mio vero io, ero aperta e pronta a farmi leggere da persone che parlavano la mia stessa lingua. On-line ho cercato di fuggire dal mainstream, ho rifiutato la sua limitata definizione dei corpi come il mio. Quello che offriva il mondo AFK non mi bastava. Volevo – pretendevo – di più.

La costruzione del genere binario è, ed è sempre stata, precaria. È un’invenzione astratta, aggressiva e contingente e nella sua viralità tossica ha infettato le nostre narrazioni sociali e culturali. Appartenere a un sistema binario presuppone che i nostri io siano immutabili e che siano gli altri a scegliere come leggerci, piuttosto che essere noi a stabilirlo – a sceglierlo – da soli. Essere nell’intersezione tra donna[4], queer e Nera significa trovarsi in un punto radicale ed estremo, perché ciascuna di queste componenti rappresenta uno strumento fondamentale. Insieme o isolate, le definizioni di “donna”, “queer”, “Nera”, utilizzate come strategie di sopravvivenza, richiedono la creazione di strumenti specifici che innovano, costruiscono, resistono. Vedendosi le libertà di movimento spesso limitate, le donne cisgender, le persone queer e le persone Nere hanno trovato nella rottura, attraverso la rottura, nuovi modi di crearsi uno spazio. Qui, in questa alterazione, nella nostra comunità che si ritrova nel nostro bellissimo e insidioso incrocio tra genere, razza e identità sessuale risiede il potere del glitch.

Il glitch è un errore, uno sbaglio, una falla. Nella tecnocultura, il glitch è un aspetto dell’ansia meccanica, la spia che qualcosa è andato storto. Questo sentimento di angoscia per qualcosa che va storto straripa nel caso di un glitch in situazioni AFK: la macchina che rimane in panne, restare bloccati in un ascensore, un blackout in tutta la città.

Tuttavia questi sono solo esempi microscopici di uno schema più ampio. Facciamo un passo indietro ed esaminiamo quei sistemi più grandi e complicati che hanno plasmato la cultura e della società: identificheremo subito il genere come uno degli ingranaggi fondamentali di questa macchina, che ha usato il genere come arma contro la sua stessa gente. È l’idea di “corpo” a portare dentro di sé quest’arma: il genere circoscrive il corpo, lo “protegge” dal rischio di diventare illimitato, di tendere a un’infinita vastità, di realizzare il suo vero potenziale. Usiamo il corpo per dare forma materiale a un’idea che forma non ha, a un assemblaggio astratto. Il concetto di corpo ospita dentro di sé discorsi sociali, politici e culturali, che cambiano a seconda di dove questo si colloca e di come viene letto. Quando genderizziamo un corpo, facciamo supposizioni sulla sua funzione, sulla sua condizione sociopolitica, sulla sua immutabilità. Quando un corpo viene definito maschile o femminile, viene costretto a usare il genere come uno spartito, cioè come una serie di regole e requisiti che verificano e convalidano lo status di essere umano di quella persona. Un corpo che respinge l’assegnazione di pronomi, che rimane indecifrabile per i criteri del binarismo è un corpo che nega lo spartito. Questa trasgressione è un glitch. Questo glitch è un rifiuto.

Nel nostro femminismo, il glitch è celebrato come uno strumento di rifiuto, una strategia di disubbidienza. Ha l’obiettivo di far tornare astratto ciò che è stato costretto in una forma materiale scomoda e mal definita: il corpo. Nel femminismo glitch, ci concentriamo sulla nozione di glitch-come-errore e sulla sua genesi nel regno delle macchine e del digitale quindi ragioniamo su come il concetto può essere riutilizzato per modificare la nostra visione del mondo afk e per parteciparvi con una maggiore capacità di azione. Il femminismo glitch, anche grazie a Internet e al suo materiale creativo, innanzitutto esprime il punto di vista di artisti che, nel loro lavoro e nella loro ricerca, offrono risposte per quella roba inquieta che è il corpo. Questa acquisizione di materialità fa venire a galla tutte le tensioni, spingendoci a porci delle domande: Chi definisce di cosa è fatto un corpo? Chi gli dà un valore, e perché?

Sono quesiti complicati e impegnativi e ci costringono a considerare il corpo come una struttura fondamentale, utilizzata spesso per scopi precisi. Eppure, parallelamente a questa pista di indagine, il femminismo glitch rimane un veicolo del desiderio di tutti quei corpi che, come il mio, crescono ogni sera su Internet. Il glitch mostra che i corpi genderizzati sono tutto fuorché assoluti: piuttosto sono un immaginario, confezionato e mercificato a favore del capitale. Il glitch è una preghiera attivista, un richiamo all’azione. Stiamo lavorando per raggiungere un meraviglioso fallimento, per liberarci dalla concezione del genere come qualcosa di fisso.

Tuttavia e paradossalmente, anche se viaggiamo verso un concetto di genere più vasto e astratto, è vero che a volte ci sembra di non avere altro che i corpi che ci ospitano, genderizzati o meno. Non possediamo molto altro sotto il sole del capitalismo, e in ogni caso siamo spesso costretti a seguire una complicata coreografia ideata dalla struttura intricata, burocratica e rizomatica delle istituzioni. La brutalità di questa condizione precaria è evidente soprattutto nella costante aspettativa sui nostri corpi, che devono affermare una rappresentazione di genere leggibile in un sistema binario per soddisfare le prescrizioni della vita quotidiana. Come ha scritto il politologo e antropologo James C. Scott: “La leggibilità [diventa] una condizione della manipolazione”[5]. Si tratta di aggressioni talmente banali da sembrare neutre, e sono invece violente. Ogni giorno ci tocca tenere a bada gli attacchi del binarismo di genere, che si insinua fin nelle fondamenta della vita moderna: quando apriamo un conto bancario, quando richiediamo il passaporto, quando andiamo in bagno.

Allora cosa significa smantellare il genere? Altro non è che un progetto di disarmo che richiede di troncare la nostra relazione con le pratiche sociali legate al corpo per come l’abbiamo conosciuto finora. Nel romanzo del 1956 dello scrittore e attivista James Baldwin, La stanza di Giovanni, il protagonista David riflette cupo: “Non importa, è il corpo, tutto qua, [e] presto non ci sarà più”. Grazie il glitch, abbandoniamo il corpo genderizzato e ne acceleriamo la fine. Le infinite possibilità che ne derivano ci permettono l’esplorazione: scontrandoci con la questione del corpo, possiamo dis-identificarci e attraverso questa dis-identificazione possiamo creare delle regole tutte nostre.

Il femminismo glitch ci chiede di esaminare la società profondamente difettosa di cui facciamo parte e a cui partecipiamo, una società che impone decisioni basate su un genere binario astratto che ci limita come individui. Il femminismo glitch ci sprona a considerare l’intermedio come un elemento essenziale per la sopravvivenza – né maschile né femminile, né maschio né femmina, ma uno spettro nel quale possiamo trovare la forza di scegliere e definirci da soli. In questo modo, il glitch crea una spaccatura in cui germogliano nuove possibilità di essere e di manifestarsi. Questo rifiuto di funzionare entro i limiti di una società che ci esclude è categorico e necessario. Il femminismo glitch contesta e respinge il capitalismo.

Questa è la nostra politica, la politica delle femministe glitch: rifiutiamo di essere circoscritte all’idea egemonica del corpo binario. Questo deliberato malfunzionamento colpisce la violenta macchina socioculturale, che inizia a singhiozzare, sbuffare, vibrare, arrancare. Vogliamo un nuovo sistema e in questo sistema vogliamo una nuova pelle. Il mondo digitale è uno spazio di sperimentazione fertile. Attraverso il digitale, creiamo nuovi mondi e prendiamo il coraggio di modificare il nostro. Attraverso il digitale, il corpo “in glitch” può trovare la propria genesi. Accogliere il glitch è dunque un’azione partecipativa che sfida lo status quo. Crea una patria per coloro che stanno attraversando le strade intricate della diaspora di genere. Il glitch è per quegli io che occupano gioiosamente lo spazio di mezzo, quegli io che si sono allontanati dal luogo d’origine, dal genere loro assegnato. La continua presenza del glitch crea uno spazio accogliente e protetto in cui è possibile innovare e sperimentare. Per praticare il femminismo glitch bisogna utilizzare il digitale come strumento di costruzione del mondo. È un’occasione per concepire nuove idee e nuove risorse per l’attuale rivoluzione-evoluzione dei corpi, che si trasformano più in fretta delle convenzioni del mondo AFK o delle società che le producono e a cui dobbiamo sottostare nella vita off-line.

Con LuvPunk12, mi nascondevo dietro a una pelle digitale, facendo politica tramite la mia rappresentazione ancora embrionale del genere, viaggiando senza passaporto, occupando spazio, ampliando la mia nerità queer. È stata una fondamentale esperienza di ammutinamento tecnologico, perché mi ha incoraggiata a superare la paura (costante durante gli stravolgimenti dell’adolescenza) di cristallizzarsi in un’identità monolitica nel corso della crescita. Grazie alle mie esplorazioni, ho trovato una famiglia e una certa fiducia nel futuro, ho dato forma alle mie personali visioni di un io in grado di emancipazione e autodefinizione, una prospettiva che il decoro sociale non ammetteva per i corpi Neri e queer.

È di Simone de Beauvoir, scrittrice e attivista femminista, la famosa frase “Donna non si nasce, lo si diventa”. Il glitch dice: corpo non si nasce, lo si diventa. Nonostante l’illusione di un’incontaminata Shangri-La digitale – un mondo on-line in cui tutti potessero essere finalmente “liberati” dalle convenzioni del genere, come avevano sognato le prime cyberfemministe – si sia dissolta, Internet rimane un canale che permette di realizzare il “divenire”. Il glitch è un passaggio con cui il corpo può andare incontro alla liberazione, uno strappo nel tessuto del digitale.

Questo libro è per coloro che sono in cammino per diventare gli avatar di se stessi, per coloro che continuano a giocare, sperimentare e usare Internet come strumento per rafforzare il legame tra on-line e off-line. In questo libro menzionerò e renderò omaggio agli artisti che mettono la critica del corpo al centro della propria opera e aprono a tutti gli spazi per cui hanno combattuto con ferocia e che hanno creato durante questo viaggio alla ricerca di rifugio, salvezza e prospettive. Per citare il poeta, critico e teorico Fred Moten, “La normativa non è che un effetto, una risposta all’irregolare”.

In quanto femministe glitch, introduciamo le nostre irregolarità creative nel sistema, come dei refusi, e così, attraverso questi malfunzionamenti, nel nostro bizzarro e selvaggio girovagare creiamo ed esaltiamo la mutevolezza del genere. Nel suo cammino verso l’obiettivo, questo libro è strutturato in dodici sezioni, ognuna delle quali presenta un’alternativa e ci permette di guardarci intorno prendendo in considerazione nuove pratiche e politiche per scoprire nuovi modi in cui la vita non solo imita l’arte, ma da questa viene generata. Ognuna delle dodici sezioni inizia con una dichiarazione, come una parete bianca su cui proiettare il femminismo glitch, che è anomalia, fazione e manifesto. Inizieremo da un’esplorazione del termine passando per il suo utilizzo nel contesto del (cyber)femminismo, fino a una storia del cyberfemminismo stesso, mettendo in discussione le figure di maggior rilievo di queste narrazioni. Ogni sezione applicherà il concetto di glitch a un argomento diverso e pre- senterà artisti che con le loro opere ci aiutano a immaginare nuove potenzialità per il corpo e nuovi modi di usarlo contro la normatività. Dal contesto on-line, al ciclo “on-line-afk”, osserveremo come il femminismo glitch può essere applicato nel mondo, ispirandosi a coloro che con la ribellione a un’idea binaria del corpo ci guidano nelle terre impervie che conducono a nuove strutture e futuri meravigliosi.

  1. In questo testo onorerò l’uso della N maiuscola per “Nero”. Manterrò la n minuscola per “nerità” al fine di sostenere la struttura ontologica che la nerità offre all’interno di un discorso culturale, sociale e politico. [Ho scelto di tradurre l’inglese “blackness” con “nerità”. Non mi è sembrato adeguato “negritudine”, perché anacronistico e non pertinente, mentre il neologismo “nerità”, anche confrontato con il possibile “nerezza”, veicola con maggiore efficacia tutte le implicazioni che “blackness”: identità, resistenza, lotta. Il termine, già diffuso nell’ambito artistico, compare sempre più spesso in quello letterario. Per approfondimenti: https://www.internazionale.it/opinione/francescaspinelli/2020/07/25/blackness-traduzione – N.d.T.]
  2. [“Trasmogrificare” è un termine del gergo informatico legato ai giochi di ruolo on-line, e indica il processo di modificazione dell’aspetto del proprio personaggio negli accessori, nei dettagli e negli attributi. – N.d.T.]
  3. [Si intende la rotellina colorata che sostituisce il puntatore del mouse quando il computer si blocca o c’è un problema – N.d.T.]
  4. [Nel testo, l’inglese “femme-identifying” e “female-identifying” sono stati tradotti con “donna”. Intendiamo così affermare l’idea che ognuno, che sia cisgender o queer, ha il diritto di affermare per sé la propria identità e il modo in cui desidera essere chiamato – N.d.R.]
  5. James, C. Scott, Lo sguardo dello Stato, Elèuthera, Milano, 2019. [Salvo nei casi specificati, tutte le traduzioni presenti nel testo sono della traduttrice – N.d.T.]

Legacy Russell, Glitch Feminism. Un manifesto, traduzione di Gaia Giaccone, Giulio Perrone Editore, Roma 2021, pp. 157, € 16.00. Questo il sito di Legacy


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