Appugrundrisse. Tornare a Napoli di Paolo Mossetti: la conclusione

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Per la serie dei brani estratti tendenzialmente da libri appena usciti nelle librerie e che vale la pena di leggere, in questo numero abbiamo questo che, pur essendo conclusivo, non spoilerizza il bel libro di Paolo Mossetti. È un testo atipico che si muove tra testimonianza, analisi e forme di narrativa non di fiction, molto interessante e di piacevole lettura. È un modo di osservare che è insieme preciso e stralunato, come lo sguardo di chi, tornando, è costretto a (ri)conoscere i luoghi della propria storia. La sua voce innamorata e caustica dipinge ritratti memorabili del nuovo corso economico e sociale, ci guida in un reticolo di piazze e di strade, di professioni antiche che tentano di reinventarsi e di nuove che emergono, spesso importando mode effimere. Il risultato è l’affresco corale di una metropoli fragile e nevrotica: forse l’unico modo per raccontare il passaggio da una cultura politica arretrata a una modernità che ci appare, per molti versi, ancora più brutale.

Il termine appugrundrisse del titolo proviene dalla unione di due termini: l’appucundria napoletano spiegato qua sotto e il grundrisse di marxiana memoria.

Paolo Mossetti (1983) vive a Napoli, dove nel 2005 ha fondato “Il Richiamo”, un gruppo di street art contro la camorra. Antropologo economico e giornalista, collabora con Esquire, Wired, Le Grand Continent e altre testate internazionali. Per la casa editrice spagnola Akal ha pubblicato Mil máscaras, un saggio sul nazional-populismo italiano.

Esiste una parola, nella doppia forma pucundria o appucundria, che nel dialetto napoletano indica un sentimento di incompletezza doloroso che tiene compagnia per qualche minuto. Una ventata di malessere, fisico e spirituale, che soffia e ti disfa le lenzuola del letto mentre sei in dormiveglia. O ti passa tra i capelli e le narici, in una giornata qualunque, mentre passeggi in un vicolo al mattino e da una casa arriva una canzone o un odore che ti ricorda la fanciullezza. È passare davanti a un edificio malmesso per la prima volta e sapere che ti è sempre mancato, che ha fatto parte di te e non lo è più. È sentirsi digiuno pur essendo sazio, come dice Pino Daniele, o come quando aprendo una finestra vedi da lontano la tua anziana madre tornare a casa con la spesa, e qualcosa, in totale discrepanza con la realtà circostante, ti fa pensare già a quando lei non ci sarà, come se ogni felicità di cui hai fatto esperienza non fosse che un sogno svanito.

[…] Lascio il rione Alto in tarda mattinata, vado verso casa passando per l’ingorgo della Cesarea e poi via Salvator Rosa, deviando dalla strada principale perché la pioggia ha aperto una grossa buca e ci sono degli operai che fanno il segno di svoltare a destra. Perciò attraverso piazzetta Gesù e Maria, un piccolo parcheggio all’aperto circondato da palazzi antichi, eleganti e fradici, sto attento a non frenare troppo bruscamente e quasi investo un ragazzino in scooter. Risale in controsenso, io non corro ma comunque non reagisce alla mia macchina che si avvicina, mi passa accanto senza guardarmi. D’un tratto la pioggia sembra avere quasi smesso, il tergicristallo non serve più e da uno spicchio di cielo grigio spunta il sole. Me ne accorgo quando sono a vico Cappuccinelle, che inclinato fortemente porta giù fino a via Tarsia e poi a piazza Dante. Il vicolo ha questo nome perché a inizio Ottocento ospitava un convento nel quale erano tenute le giovani donne derelitte del quartiere Montesanto, che venivano iniziate alla vita di clausura. Passo davanti a un portone lasciato mezzo aperto, un tempo appartenuto a un palazzo nobiliare e oggi cinto da una corona di cavi elettrici, motori di condizionatori e panni stesi. Il pensiero si spinge oltre quell’ingresso, che sapevo aprirsi su un androne umido e buio in cui fino a qualche tempo fa lavorava un’associazione per l’infanzia, oggi non più in attività. Ma prima ancora qui c’era il mio vecchio asilo. Si chiamava ≪Lo cunto de li cunti≫, dalla raccolta secentesca di fiabe di Giambattista Basile, e per accedervi bisognava superare quell’androne e mettere piede in un giardino, dov’era stato piantato un albero di fico e le pareti erano colorate di rosa.

Prima ancora, nel 1973, quell’asilo nasceva come Mensa dei bambini proletari, e per qualche anno rappresento uno degli esperimenti politici e pedagogici più celebrati non solo del quartiere di Montesanto, ma della città e dell’Italia intera. L’intuizione metteva insieme l’esperienza cattolica dissidente nata col ’68 e la sinistra antagonista: tra i fondatori c’erano intellettuali del gruppo Lotta Continua, Cesare Moreno che alternava il lavoro in fabbrica all’insegnamento, lo psicologo Geppino Fiorenza che proveniva dall’esperienza della Casa dello Scugnizzo, Peppe Carelli che era un vivace animatore per l’infanzia e le sorelle Cinzia e Lucia Mastrodomenico. Quasi subito si uni al gruppo Goffredo Fofi, deluso dalla politica dei comunisti del Nord, che trovo a Napoli nuovi stimoli ed entusiasmi. Tra i sostenitori e gli amici ci furono Eduardo De Filippo, Norberto Bobbio, Camilla Cederna, Dario Fo, Elsa Morante. Gli intellettuali da Roma proposero di mettere su una scuola di giovani comunisti rivoluzionari a base di pasta col sugo e attività teatrali, ma ben presto l’esperimento si svincolo da quelle aspirazioni. Montesanto aveva priorità diverse da quelle di qualsiasi periferia operaia d’Italia: una mortalità infantile e una densità abitativa paragonabili a quelle di Bombay. Il reddito delle famiglie sottoproletarie era legato essenzialmente al contrabbando di sigarette: per migliaia di bassi era diventata un’attività quasi legale, e la Finanza aveva praticamente rinunciato anche a sequestrare. Per questo si sviluppo l’idea di una mensa aperta a tutti, un luogo dove i bambini della zona potevano fruire di un pasto caldo. Se ne presentarono a centinaia, accompagnati dalle mamme, alle quali veniva offerto un caffè. I turni di pasto giornaliero divennero due, poi tre. Per i piccoli venivano organizzate anche attività teatrali e giornalistiche, per offrire loro una possibilità di stare insieme, di parlarsi fuori dalle anguste mura delle loro case e lontano dalla strada, mostrando un diverso sguardo sulle cose. Il Pci considerava gli attivisti dei ≪gruppettari≫, dei ≪populisti≫, ricordo Fabrizia Ramondino. I Nuclei armati proletari, racconto Fiorenza, dicevano: ≪Noi dobbiamo fare la rivoluzione e voi perdete tempo a pulire il culo ai bambini≫. Ma l’intento degli animatori era quello di sconfiggere il fatalismo atavico nei quartieri popolari, la rassegnazione di chi si lasciava comprare dai corruttori, sfruttare dai padroni oppure emigrava con una valigia di cartone ≫. La Mensa si trovo a combattere col colera e un gruppo di medici volontari apri un presidio sanitario che chiamo Centro di medicina popolare, e riuscì a vaccinare cinquecento scugnizzi. Noi non vogliamo mangiare i bambini, ma dare loro da mangiare era lo slogan. Fuori esplodeva il terrorismo ma lì dentro tutto sembrava possibile.

Nei primi Ottanta, dopo il terremoto che fece sparire molte famiglie da Montesanto e le spedi nei palazzacci della periferia, il ≪riflusso≫, il prepotente ritorno del ≪privato≫ nel ≪politico≫ si faceva sentire, e il peso dell’affitto e il venire meno di molti benefattori misero con le spalle al muro la Mensa. Agli animatori venne l’idea di trasformarsi in cooperativa e di organizzare corsi di musica e laboratori creativi per il Comune. Venne aperto un asilo privato, pensato per la borghesia progressista che poteva permetterselo. Cinzia Mastrodomenico ne divenne la presidente, mentre la sorella Lucia promuoveva rassegne cinematografiche femministe e cercava connessioni altrove.

Io avevo quattro anni, venivo da un istituto privato parificato gestito da suore in cui piangevo ogni giorno e rifiutavo il cibo, e i miei genitori – dipendenti pubblici con la testa sulle spalle ma incerti su come crescere il primogenito – pensarono che mi avrebbe fatto bene un approccio diverso, una pedagogia ispirata da idee libertarie, con maestri cattolici e marxisti che cercavano una sintesi lasciandoci liberi di scorrazzare nel cortile, costruire castelli di legno in stanzoni dal soffitto altissimo, in cui si ascoltavano antiche favole ma sulle pareti c’erano mappe di geopolitica e disegni che raccontavano in modo non asettico la storia di Arafat, di Gorbaciov, di Mandela. L’idea implicita era che tra quelle mura sarebbero stati forgiati uomini e donne che pensano con la propria testa, che da Napoli non sarebbero fuggiti, che sarebbero rimasti per cambiarla. Possibilmente senza condotte furfanti, approfittando della sua vita informale per reiterare meccanismi di disuguaglianza, o facendosi passivizzare dall’autoritarismo statale, ma aggiornando il mito della Napoli illuminista di due secoli prima. Queste erano le premesse della mia educazione borghese, con le quali oggi faccio un silenzioso e imbarazzato bilancio.

E cosi non c’è volta in cui, tornando a vico Cappuccinelle, io non mi emozioni nell’anticaglia di quei ciottoli di strada. Accosto in uno spiazzo, lasciandomi superare da qualche motorino che corre giù verso il centro strombazzando, esco dall’auto senza troppa fretta, e guardando il piccolo angolo di cielo sopra di me, ritagliato tra la strada che scende verso il centro e uno sbarramento di panni stesi, avverto come una ebbrezza impalpabile, che mi avvolge in un intronamento compiaciuto. Qualche volta, in passato, ero riuscito a rimettere piede nel mio vecchio asilo con una scusa, senza dire chi fossi o cosa cercassi di preciso, presentandomi come un giovane genitore che voleva curiosare tra gli spazi dove avrebbe voluto mandare i suoi figli. Tutto era rimasto identico, sigillato in un reliquiario fuori dal tempo, in un groviglio di limoneti, nespoli e alberi di fico, in un cortile umidiccio senza età. Le voci del ricordo mi riportavano ai miti dell’infanzia, agli anni in cui tutti i sogni erano possibili, quella ≪età degli dei≫ di Gianbattista Vico che tutti portiamo in noi, nella quale il mondo era dominato dall’immaginazione, si viveva ≪sotto divini governi≫ e ogni cosa che ci veniva comandata aveva un senso oracolare.

Anche oggi che il ≪Lo cunto de li cunti≫ a due passi da casa non c’e più, ogni attività si e fermata e non c’è nessun giardino nel quale curiosare, riscopro quel richiamo, un’eco nella memoria che cerca di conservare sé stessa per difendersi dai rimpianti. Le strade mi sussurrano ancora antiche favole, e cosi immagino una forza che mi riporti indietro nel tempo di dieci, venti, trent’anni, lasciandomi con la consapevolezza di oggi ma la possibilità di fare scelte diverse, anzi di rifare tutto daccapo, con meno capricci e meno svolazzi, potendo rinunciare a una complessità frustrante di astrazioni che non approdano a niente. Per seguire un passo cadenzato e non la frenesia disperata di quando ci si accorge che ormai e tardi. Non un bisogno di fuga ma del suo opposto: di confini più netti dentro di me, di un più forte senso del limite e della misura. La possibilità anche di annullare il tempo sprecato, e iniziare con questo ritorno un rapporto diverso con chi mi vuol bene, con la realtà, con Napoli.

Paolo Mossetti, Appugrundrisse. Tornare a Napoli, minimum fax, Roma 2022, pp. 278, euro 16

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