Testimoni sepolti di Michele Rondelli

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“Una gestione della fabbrica che ha messo in pericolo la vita e l’integrità fisica dei lavoratori”. Ho estrapolato questa frase dalle motivazioni che la Corte d’Assise ha depositato riguardo al processo ai dirigenti, manager dell’ex Ilva, e politici di Taranto. La scelta poteva andare a tantissimi altri episodi di quella che è una vera e propria epidemia che aggredisce come un virus, una vera e propria malattia sociale, altro che covid, una vera e propria guerra, perché sì, è in corso, da tempo immemorabile, una guerra, non dichiarata, ma concreta e reale, tra sfruttatori e sfruttati in cui i morti sono solo da una parte (che guerra strana …) gli operai, i lavoratori che producono la tanto osannata ricchezza da cui sono esclusi, in Italia, come del resto in tante altre parti del mondo. Le morti e gli infortuni sul lavoro si succedono una dietro l’altra, senza interruzione alcuna, le parole spese in occasione di quanto avviene rimangono tali per ripetersi uguali, uguali, di fronte alla prossima “morte bianca”; al prossimo infortunio sul lavoro. L’attenzione si risveglia solo in occasione di fatti clamorosi sui quali ciò che emerge sono la retorica e le buone intenzioni, che ovviamente durano il tempo dei trafiletti sui giornali. Ciò che accade quotidianamente, viene considerato mera fatalità.

Non era sufficiente assistere alla carneficina che ogni giorno si dispiega nelle aziende, grandi o piccole, di questo paese; dobbiamo sommare ed aggiungere anche quei giovanissimi che muoiono in osservanza della bella trovata dell’alternanza scuola/lavoro, oggi, PCTO, Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento. Tutto questo si regge su un principio: risparmiare sui costi relativi alla sicurezza negli impianti di produzione, con la certezza dell’impunità. Infinito il numero di morti sul lavoro; infiniti i comportamenti predisposti dalle aziende per garantire la produzione, ed i profitti ad essi conseguenti, e la mancanza di sicurezza per lavoratori /trici; con un aumento insostenibile dei ritmi di produzione. Certo avrei potuto parlare di Luana d’Orazio, assassinata a Prato, perché i proprietari misero sul piatto della bilancia la vita di Luana e l’orditoio, scegliendo, senza alcun tentennamento, il secondo, e per farla franca hanno optato per un patteggiamento che gli garantisse l’impunità, ed allo stesso tempo accettare “la giustizia”. Potevo citare la strage avvenuta 15 anni fa a Torino, alla Thyssen Krupp, in cui bruciarono 7 operai, oppure la sentenza ILVA in cui “il capitalismo, e la sua ferocia non guarda in faccia nessuno”. Morire sul lavoro è una tragica fatalità? Questa è la frase a cui i responsabili degli omicidi, i mandanti, si attaccano per giustificarsi, e poi, in caso di processo scendono a “patteggiamento” per evitare anni da scontare nelle belle patrie galere.

Detto questo, rendo merito a Michele Rondelli che, scrivendo Testimoni sepolti, ha riportato alla luce quanto avvenne il 4 luglio del 1916, un anticipo di quanto sarebbe avvenuto a Marcinelle, in Belgio con 262 morti di cui 136 italiani, nell’agosto del 1956. Miniera prima, miniera dopo; morti prima, morti dopo. Morti sacrificati, sempre, sull’altare del profitto. Una strage che destò la sollevazione popolare: cortei di protesta, tentati assalti ai luoghi demandati all’ordine pubblico, tentativi di linciaggi ai responsabili alla sicurezza: due giorni di proteste. Senza tener conto, anzi da considerare come valore aggiunto: gli scioperi, le rivendicazioni, che avvennero prima della strage. Un modo di essere che unisce i minatori, un modo di essere che va al di là del lavorare in miniera o in altro luogo: “NON LASCIARE INDIETRO NESSUNO”, la solidarietà come senso di partecipazione sociale. Certo: la miniera, la strage con i lamenti, le urla, i gemiti, le grida terrificanti, i crolli continui, scene apocalittiche, le norme di sicurezza, volutamente, non rispettate. La salute dei lavoratori al servizio degli interessi padronali; perché ai padroni non conviene, in termini di profitto, ristabilire sicurezza che sia a discapito del proprio interesse economico. 89 morti sacrificati a beneficio degli affari/interessi padronali, la vita in miniera, la vita per la miniera, il lavorare per vivere. 89 murati vivi; morti sull’altare degli interessi, a cui si somma guerra, carestia, fame, malattie, la sistematica, e voluta, violazione dei diritti dei lavoratori, norme sulla sicurezza completamente disattese.

La figura di Vincenzino, il minorenne minatore, la sua forza d’animo, con il suo sguardo, impersonifica la voglia di riscatto dei lavoratori, il voler sfuggire ad un destino già scritto, da cui lui, come la classe operaia, cerca una via d’uscita. Su tutta questa denuncia, ecco quello che risalta: ciò che è vitale per i lavoratori è improduttivo per i padroni e quanti uomini devono essere sacrificati per salvaguardare gli interessi economici. Certo non è secondario il contesto in cui il tutto si svolge: la mafia, gli omicidi legati alle tradizioni, la massoneria, la politica; ma su tutto, ciò che resta, e permane tutt’oggi, è la strage infinita a cui assistiamo con un senso di frustrazione, di consapevole incapacità di mettere in discussione lo stato di cose presenti.

#insorgiamo

 

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Edoardo Todaro

Oltre a svolger la propria militanza tra realtà autogestite (CPA) e sindacali (delegato RSU Cobas presso Poste spa) è appassionato di letture, noir in particolare. È tra i collaboratori, con le proprie recensioni, del blog Thriller Pages

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