Popoli indigeni che scompaiono e foresta minacciata. Un SOS dall’Amazzonia

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Si legge di tanto in tanto, distrattamente, magari con la rapidità delle letture sul web, che la foresta amazzonica è in sofferenza, si parla di deforestazione, minaccia ecologica, come se il fenomeno fosse parte di un processo ormai accettato come irreversibile. Fin da bambini ci spiegano che la foresta amazzonica è il “polmone della terra”, e la sua minaccia ci colpisce, tuttavia percepiamo la questione come problema locale, tutto succede dall’altra parte del mondo, lontanissimo da qui. In realtà vedremo come anche le piccole nostre attività locali possono provocare impatti globali.

Nel tentativo di approfondire alcuni degli aspetti della problematica amazzonica, abbiamo ascoltato la voce di Corrado Dalmonego, da una quindicina di anni missionario indigenista nello stato brasiliano di Roraima, grande conoscitore del popolo Yanomami e impegnato con le organizzazioni che si battono per i diritti degli abitanti della foresta. Corrado, missionario della Consolata, è membro del Conselho Indigenista Missionàrio (CIMI), ha un master e sta ottenendo il dottorato in scienze sociali. Ci aiuta a capire, collegato da Boa Vista dove vive gran parte del tempo, alcune dinamiche e le tante fragilità conseguenti allo sfruttamento minerario illegale della foresta.

Gli Yanomami sono un popolo indigeno che abita la foresta tropicale fra il Brasile e il Venezuela sui due lati della frontiera, una zona che è stata relativamente preservata nei primi secoli dell’epoca coloniale grazie alle difficoltà di accesso che ne hanno garantito un certo isolamento. La popolazione yanomami in Brasile conta circa 30.000 persone, in Venezuela 20.000. E’ un popolo indigeno ritenuto di contatto recente, nel senso che i primi rapporti con la società circostante sono avvenuti nella prima metà del secolo XX, potendo fino ad allora addirittura espandersi, occupando zone svuotate da altre popolazioni che nel frattempo, utilizzate come manodopera per lo sfruttamento del caucciù, della gomma ecc, avevano finito per estinguersi. Nella seconda parte del XX secolo in Brasile, con la scoperta di giacimenti di oro, di niobio e di altre terre preziose in seguito a ricerche mineralogiche, esplose la corsa all’oro. Nel 1992, per determinazione legale, fu delimitata una Terra Indigena Yanomami, la più grande (9 milioni di ettari) delle centinaia di terre indigene in Brasile. La Terra Indigena è una delle più grandi unità di conservazione e di protezione dei territori. La determinazione del ’92 aveva promosso la politica di espulsione dei cercatori d’oro (garimpeiros) ma una certa presenza illegale di cercatori d’oro in alcune zone è sempre rimasta. Dal 2015 a ora, per una concomitanza di fattori fra i quali l’aumento del prezzo dell’oro, le circostanze del mercato internazionale, scelte politiche che hanno portato alla fragilizzazione degli organismi pubblici competenti sulla protezione delle terre indigene, c’è stata una nuova corsa all’oro in Amazzonia, nelle terre indigene e in quelle yanomami. L’oro è estratto in forma illegale ma d’altra parte la gran parte dell’oro esportato dal Brasile è illegale. Fra i paesi importatori ci sono l’India, l’Arabia, il Canada e pure l’Italia, per i distretti di lavorazione dell’oro.

La presenza illegale dei garimpeiros nelle terre indigene sta provocando impatti devastanti. Si calcola che la loro presenza si aggiri intorno alle 20.000 persone, con forti infiltrazioni di criminalità organizzata. Ricerche effettuate dalla polizia e inchieste di giornalismo investigativo parlano di controllo da parte dei gruppi criminali che interessano traffici di oro, di armi dai paesi di frontiera come Colombia e Venezuela, di droga, di persone e sfruttamento della prostituzione. È molto difficile operare contro questi gruppi, solo l’esercito possiede armi pesanti indispensabili a fronteggiare questi gruppi criminali.

Corrado non esita a definire “guerra” quello che sta succedendo in foresta. Le associazioni che tentano di arginare la drammaticità della situazione devono necessariamente rivolgersi alle forze armate, perché a loro compete, dallo scorso giugno e per decreto presidenziale, la repressione dei crimini in foresta. Ma i garimpeiros sono ancora al loro posto. L’espulsione di questi invasori non è ancora avvenuta, anche se ci sono stati momenti di azione un po’ più incisiva, da parte dell’Istituto Brasiliano dell’Ambiente (Instituto Brasileiro do Meio Ambiente e dos Recursos Naturais Renováveis – IBAMA), dalla polizia federale, dalla polizia rodoviaria (stradale), ma i garimpeiros tornano nel territorio. La rete degli indigenisti collabora con le autorità governative, seppure con molta frustrazione. La corte interamericana dei diritti umani ha ricevuto le relazioni che certificano lo stato disastroso delle popolazioni indigene. Il governo brasiliano è tuttavia diviso, il presidente Lula si pronuncia sensibile alla questione, esiste una ministra dei popoli indigeni, la presidente della FUNAI (Fondazione Nazionale dell’Indio) è di Roraima; segnali positivi ma che necessitano di fondi e finanziamenti.

Le principali criticità riguardano le operazioni di assistenza sanitaria. È difficile mantenere un presidio di salute, complicato spedire equipe mediche in un clima di guerra, di minaccia continua. Le piste di atterraggio per piccoli velivoli, che prima servivano per l’assistenza sanitaria, sono usate adesso dai garimpeiros, che, minacciando il personale sanitario, pregiudicano le condizioni per operare in sicurezza. A tutto questo si aggiunge una disorganizzazione sistemica del sistema sanitario. Un anno fa è stata dichiarata dal governo Lula l’Emergenza Sanitaria di Interesse Nazionale, che testimonia l’intenzione di affrontare e risolvere i problemi ma a un anno di distanza i risultati sono estremamente fragili.

Da qui la frustrazione di chi, come Corrado, opera sul campo. I presidi sanitari, vale a dire piccoli ambulatori, sono 68 in una superficie di 9 milioni di ettari, per 31.000 indigeni suddivisi in 376 comunità. Ogni comunità è composta da 30 a 200 persone, alcune da 400. Il 60% ha meno di 20 anni, gli anziani sono pochi ma da 0 a 1 anno e da 1 a 4 anni la popolazione si è recentemente ridotta a causa dell’aumento di mortalità infantile (dati ufficiali governativi).

Le cause di morte principali sono le malattie dell’apparato respiratorio, cause esterne (perlopiù cause violente), malattie infettive e parassitarie.

La malaria in particolare ha un’incidenza in forte ascesa. Nel 2023, i dati fino a novembre, registravano oltre 25.000 casi, che significa in pratica che tutti, da neonati ad anziani, hanno contratto la malattia, e che, per qualcuno che non si è ammalato, altri l’hanno presa due o più volte. Sono numeri da calamità. Anche le forme di malaria sono variate; accanto alla vivax e falcipara, oggi si assiste a un aumento di forme e di complicazioni come quella cerebrale.

Se da una parte sono stati riaperti ambulatori che erano rimasti chiusi negli ultimi anni ed è ripresa una campagna di vaccinazione interrotta da un paio di anni, la mortalità è tuttavia aumentata. Una delle concause è la denutrizione, soprattutto infantile, determinata da vari fattori, come l’inappetenza dei bambini o delle mamme ammalati di malaria. Le medicine arrivano faticosamente o non arrivano proprio. Una verminosi non curata o malcurata porta alla morte. Dice Corrado: “Una ragazza ieri mi chiedeva: “Padre, com’è che riesce a sopportare questo?” Le morti sono continue, uno stillicidio di morti quotidiano, questo popolo sta morendo così”.

Alla base dell’aumento di affezioni da malaria ci sono gli impatti ambientali provocati dai cercatori d’oro. La deforestazione degli argini fluviali e l’accumulo di detriti derivanti dalle operazioni dei garimpeiros provocano il cosiddetto assoreamento dei fiumi, una sorta di interramento che modifica il corso naturale dei corsi d’acqua impedendone il deflusso durante le precipitazioni. Si formano dunque stagni, lagune, acque ferme, sulle quali proliferano le zanzare anofele, responsabili della malaria.

Altro grande responsabile delle patologie derivanti dagli impatti ambientali attribuibili ai garimpeiros è la contaminazione da mercurio. I cercatori d’oro utilizzano il mercurio per aggregare le pagliuzze d’oro, a loro volta ottenute frantumando e filtrando le rocce. In questo modo si ottengono pepite, più facili da commerciare. Ma il mercurio utilizzato entra nel ciclo dell’acqua, contaminando suolo e falde acquifere, devastando dunque l’ecosistema. Come sappiamo il mercurio si accumula nell’organismo (Convenzione di Minamata, 2009) e chiunque ne entri in contatto ne subisce i danni. Questo significa che anche i pesci, gli uccelli, oltre all’acqua, contengono quantità di mercurio che la popolazione assume continuativamente. I dati dimostrano che, nelle comunità Yanomami dove sono state fatte le analisi del mercurio, i valori sono di molto superiori alla media tollerata dall’OMS. Naturalmente anche i garimpeiros, che usano il mercurio senza protezione, ne vengono contaminati. Da notare che l’importazione e l’uso di mercurio dovrebbe seguire controlli rigidissimi, invece nella foresta si trovano bottiglie di plastica con mercurio, anche se i cercatori negano di usarlo.

Altro problema legato alla presenza illegale dei garimpeiros è quello, non meno devastante, di natura sociale. I cercatori vivono in campi (garimpos), nelle stesse zone abitate dalle comunità yanomami. A questo punto Corrado scuote la testa avvilito: “Nulla sarà mai come prima, non si potrà recuperare. Ci sono ragazzini di 10 anni che sniffano benzina, che usano fucili. Vivono nella periferia del garimpo, imparano da questo settore più marginale e criminale della società a sparare e uccidono per niente, stuprano e imparano a stuprare. Noi mostriamo agli Yanomami il nostro lato peggiore”. E parla di violenza sulle donne, sfruttamento sessuale, sfruttamento del lavoro soprattutto di giovani, il gruppo più vulnerabile, pagati con qualche grammo d’oro, con bevande alcoliche, con armi. Tutto questo finisce per provocare conflitti anche fra le comunità e internamente alle comunità fra generazioni diverse.

“Qui abbiamo continue richieste di aiuto; “aiuto, stanno tornando, stanno tornando, è morto mio figlio di malaria”, racconta Corrado, “Poi arrivano messaggi audio perché in vari luoghi della foresta oggi c’è internet, con le antenne starlink. Ci sono luoghi dai quali gli stessi Yanomami riescono a dare notizie, alle volte anche usando internet dai garimpeiros, di nascosto, e denunciano la presenza di garimpos, dicono quanti sono, quanti macchinari hanno. “Venite, mandate la polizia, non ne possiamo più” e io non so più neanche a chi mandare queste informazioni. Le mando alle autorità, all’Istituto dell’Ambiente: “certo padre, ringraziamo per la collaborazione, agiremo”, ma tutto è difficile, e io non so più cosa rispondere a questi amici Yanomami. La relazione consegnata alla Corte Interamericana dei Diritti Umani ha un potere giuridico importante e, insieme alla proclamazione dello stato di emergenza sanitaria, dovranno senz’altro avere qualche esito”.

Chiedo allora a Corrado come si svolge la sua azione di supporto. Mi spiega che principalmente consiste in formazione, mediazione culturale, appoggio giuridico, appoggio con i media, traduzione di documenti, di denunce. La formazione è anche sanitaria, nel senso che è necessario ad esempio spiegare agli Yanomami che l’acqua deve essere trattata perché è l’origine della verminosi, o che i bambini non devono mangiare la terra. Ci sono poi persone rimosse dalla terra indigena che vanno in città, curati negli ospedali ma che necessitano di aiuto per facilitare la corretta comprensione e la comunicazione.

Poi ci sono problemi a medio e lungo termine come la liberazione della terra, la riorganizzazione del sistema sanitario. Le organizzazioni che danno supporto alle comunità indigene, insieme a medici, infermieri e indigenisti, hanno elaborato un piano e semplice e pragmatico di ristrutturazione dell’organizzazione della salute, sostenibile anche dal punto di vista economico. Le risposte tuttavia tardano ad arrivare.

Altro tipo di supporto delle organizzazioni indigeniste è relativo ai canali di visibilità mediatica. Parlare delle condizioni delle comunità indigene amazzoniche è una delle armi più potenti a disposizione.

In Brasile è stata data una certa visibilità alla tragedia umanitaria degli Yanomami e ci sono state inchieste giornalistiche sulle attività illegali dei cercatori d’oro. Naturalmente questo intercetta chi è attento e interessato, tuttavia nella maggior parte della popolazione esiste ancora un preconcetto sui popoli indigeni che li vede come non civilizzati o in alternativa ammantati di romanticismo sulla loro vita e sullo stato di natura; né l’uno né l’altro corrisponde all’autorappresentazione che gli Yanomami vorrebbero comunicare. In ogni caso parlare delle condizioni di popoli indigeni e di foresta che muore è importantissimo, il grido di dolore dovrebbe avere una visibilità internazionale.

Chiudo la videochiamata con Corrado ringraziandolo per aver perso così tanto tempo a parlare con me. Risposta: “No, l’abbiamo guadagnato”.

 

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Maria Gloria Roselli

Curatrice del Museo di Antropologia ed Etnologia dell'Università di Firenze. L'oggetto delle sue ricerche privilegia la storia delle collezioni e dei collezionisti, in modo particolare in relazione con l'Oriente. Si occupa di conservazione, riordino e valorizzazione del patrimonio fotografico storico del Museo, svolgendo ricerche su tecniche e storia dell'archivio del Museo.

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