Se il libero Comune disturba il libero mercato. Firenze, Comune o Città?

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Nel 2012, il sindaco Renzi introduce – alla chetichella – una variazione apparentemente d’immagine (ma di valore politico) nel sito ufficiale del Comune di Firenze. La locuzione “Comune di Firenze” è sostituita infatti da un più rassicurante e spendibile “Città di Firenze”.

E così, sull’interfaccia internazionale tra il capoluogo toscano e il mondo, sono cancellate, con un sol tratto di penna, storia, essenza politica e aspirazioni civili.

Forse che nel lemma “Comune” gli investitori esteri in cerca di terre di conquista avrebbero potuto leggere i segni di una perdurante gestione non padronale del bene urbano? Non è dato sapere. Sappiamo invece che siamo di fronte a una scelta da manuale di marketing urbano che ha contribuito ad aprire la strada alla colonizzazione della città da parte dei grandi poteri economici e culturali.

Home page del sito <https://www.comune.fi.it>, 26 febbraio 2012. Nell’intestazione si legge: Comune di Firenze. (Fonte: waybackmachine)

Illustriamo di seguito arbitrarietà e nocività di tale provvedimento. E l’urgenza di un suo superamento.

Dal punto di vista istituzionale, il pur nobile istituto di “città” non rientra tra gli enti riconosciuti dall’ordinamento dello stato: la costituzione italiana prevede infatti che la repubblica è “costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato” (art. 114). Ovvero, “enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni”. Se, tra i richiamati statuti, prendiamo quello del Comune di Firenze, troviamo conferma già nell’incipit dell’assenza di fondamento istituzionale della variazione lessicale introdotta da Renzi: il «Comune di Firenze» rappresenta difatti l’unico ed esclusivo «Ente […] rappresentativo della comunità cittadina” (art. 1). Nessuna traccia, viceversa, di un ente denominato “Città di Firenze”.

La sostituzione cool and trendy di un termine lessicale carico di storia e di valenza politica – che rimanda all’essenza stessa del “libero comune” – desta preoccupazione su vari fronti.

Home page del sito <https://www.comune.fi.it>, 8 marzo 2012. Nell’intestazione si legge: Città di Firenze. (Fonte: waybackmachine)

Il lemma “Comune” è infatti suscettibile di alludere, anche in chi non mastica lingue neolatine, alla sfera concettuale dei commons. Se non a quella di communism. E cioè: collettivizzazione, programmazione, pianificazione, vincoli economici. Elementi che negano radicalmente quelle condizioni di libertà pretese senza condizioni dai grandi poteri economici globali, attivi nell’edilizia, nell’industria turistica, nella finanza immobiliare ecc.

In questa generale pretesa di libertà d’impresa, emerge tuttavia una contraddizione inerente alla necessaria salvaguardia dei beni culturali, necessaria anche allo stesso libero mercato che ne trae profitto. Ovvero di quel patrimonio storico collettivo indispensabile all’industria turistica che muove enormi e apparentemente inesauribili flussi economici e finanziari. Come è noto, infatti, la salvaguardia pone la questione dei margini di azione dell’imprenditoria privata all’interno della cornice conservativa: una questione che, presentata sotto l’ampia categoria della valorizzazione, per ragioni di spazio non possiamo qui approfondire.

Home page del sito <https://www.comune.fi.it>, 6 febbraio 2024

Ma pone anche interrogativi di natura politica che tratteremo brevemente, partendo da un interrogativo oggi forse superato, ma che non lo era negli anni ‘70-80 quando il quadro dell’attuale tutela si stava delineando.

La salvaguardia di città storiche e beni culturali è di destra o di sinistra? A detta del geografo marxista David Harvey, l’esempio della conservazione evolutiva del centro di Bologna, manifestatosi negli anni ‘70 sotto l’egida del PCI, costituì – per il suo valore di emancipazione sociale, unito alla tutela architettonica – uno spunto per pensare «che le basi per un mondo nuovo, costruito a immagine del comunismo e del socialismo, fossero ormai gettate» (Neoliberismo e potere di classe, Allemandi, Torino, 2008).

Nel lontano 1983, un’intervista del New York Times rafforzava la posizione metodologico-ideologica del fronte socialista e comunista.

In tale occasione, il vicesindaco Morales (PSI) – supplendo al sindaco Gabbuggiani (PCI), in quel momento in visita negli USA – si sforzava di smantellare il vecchio pregiudizio d’oltreoceano che (ancora oggi) collega comunismo a stravolgimento del quadro fisico di vita, condizione destabilizzante invisa ai promoter economici.

Il vicensindaco rassicurava infatti che, «negli affari locali, esistono differenze tra i partiti. Ad esempio, nel settore del patrimonio artistico – ovvero, della preservazione di edifici e monumenti dalla speculazione edilizia – comunisti e socialisti, teoricamente affiliati a partiti di cambiamento, non sono propensi a permettere cambiamenti». Scherzosamente, Morales chiosava che «sarà, viceversa, la Democrazia Cristiana ad abbattere Palazzo Vecchio permettendone la trasformazione in un condominio».

L’eredità democristiana targata Renzi, che anche tramite l’amnesia politica ha posto le basi per la promozione mercantile della città portata avanti da Nardella, è oggi da superare.

Auspichiamo che il prossimo appuntamento elettorale possa portare una novità radicale: l’effettivo potere – collettivo e compartecipato – sul progetto delle trasformazioni urbane nel segno del comune (con C minuscola).

*

L’autrice ringrazia Dmitrji Palagi per il generoso aiuto nell’individuazione del periodo di mutamento dell’intestazione del sito del Comune di Firenze.

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Ilaria Agostini

Ilaria Agostini, urbanista, insegna all'Università di Bologna. Fa parte del Gruppo urbanistica perUnaltracittà. Ha curato i libri collettivi Urbanistica resistente nella Firenze neoliberista: perUnaltracittà 2004-2014 e Firenze fabbrica del turismo.

2 commenti su “Se il libero Comune disturba il libero mercato. Firenze, Comune o Città?”

  1. Chiara Morellini

    Molto interessante, ringrazio il Fatto Quotidiano per avermi permesso di conoscere Ilaria Agostini e il Gruppo Urbanistica per un’altra città.
    Sono fiorentina, e concordo pienamente, la città è stata svenduta privilegiando gli interessi economici, a discapito dei cittadini, e cancellandolo totalmente quello che era il tessuto sociale urbano.
    Sarei interessata a ricevere maggiori informazioni su quanto è possibile fare come cittadini, per contrastare questo trend che sta triturando Firenze e tutte le città d’arte italiane.
    Grazie
    Chiara Morellini

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