Logistica, tessile, abbigliamento: tra cooperative e committenti nel distretto di Prato si lotta (e si vince) contro lo sfruttamento

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Intervista a Sarah Caudiero, coordinatrice dei Sudd Cobas, l’organizzazione sindacale protagonista di molte lotte nel territorio pratese e nella Piana fiorentina.

Cosa sapevi di Prato quando sei arrivata? C’è qualcosa che ti ha sorpreso?

Siamo arrivati a settembre 2018, siamo venuti qui perché il SiCobas aveva aperto un ufficio, non sapevo niente di Prato. Ho scoperto la città insieme ai lavoratori, le persone che venivano allo sportello sono le prime persone che ho conosciuto. A volte da fuori c’è questa idea che noi siamo arrivati per occuparci del tessile/abbigliamento, ma non è così, sono i lavoratori di quel settore che sono venuti da noi. Quando le persone hanno iniziato a raccontarci di questa situazione inizialmente pensavamo che ci fosse un imprenditore matto che imponeva condizioni di lavoro assurde. Poi hanno iniziato a venire altre persone che ci raccontavano che lavoravano nello stesso modo, 12 ore per 7 giorni, per 8/900 euro al mese.

Cominciammo con la vertenza del Panificio Toscano. All’inizio i lavoratori che venivano da noi erano tutti in appalto e lavoravano per cooperative che erano cambiate tante volte, così avevano perso il Tfr e un sacco di soldi ad ogni cambio di appalto, perché ogni volta gli facevano firmare conciliazioni. Erano tutti pakistani e egiziani, c’era un caporale, e facevano turni di dieci, undici ore, senza pause; facemmo una serie di scioperi durissimi, veniva subito la polizia a sgomberare, finché a ottobre il Panificio fece l’internalizzazione, tolse le cooperative e assunse tutti. Dopo l’assunzione iniziammo la battaglia perché applicavano il contratto dell’artigianato invece che quello dell’industria – dopo quattro anni hanno finalmente cambiato il contratto nazionale applicando quest’ultimo.

La questione delle cooperative fittizie ricorre in molti settori, a partire dalla logistica.

Sì, sono cooperative finte. Per aprire una cooperativa ci vogliono pochissimi soldi, per chiuderla pure, puoi fare queste finte assemblee per le quali ai lavoratori viene detto di firmare una delega che quasi nessuno sa cos’è: i lavoratori stranieri e pure quelli italiani non hanno chiaro questo meccanismo, ti dicono ‘c’è questa riunione, se non vuoi venire firma questo foglio’, ti fanno firmare la delega, io delego per esempio te, e tutti deleghiamo te, di rappresentarci in assemblea. Poi si vedono in tre persone e decidono in assemblea che va tolta la tredicesima o abbassata la retribuzione. Nelle cooperative l’assemblea dei soci può decidere molte cose, anche eliminare istituti previsti dal contratto nazionale, e lo può fare legalmente attraverso il meccanismo delle deleghe, poi quando una di queste cooperative chiude i debiti non sono di nessuno. Con questo sistema ogni due anni le cooperative del Panificio Toscano saltavano, e la gente spesso perdeva Tfr e ferie, ripartendo ogni volta da zero.

Facemmo tre o quattro scioperi durissimi, di notte, ogni volta davanti ai cancelli rimanevano molte persone, aspettavano che arrivassero i camion, poi arrivava la polizia, qualcuno veniva portato in questura. Quello che ci ha stupito è che sebbene non avessimo ottenuto subito risultati venivano più lavoratori, le persone erano entusiaste che si stesse facendo qualcosa.

Avete colmato un vuoto.

Molto spesso la proposta che veniva fatta da altri sindacati, in parte anche oggi, è fare una vertenza in tribunale, che purtroppo ha tempi molto lunghi. Magari spettano tre, quattro anni per la causa ma alla fine non si riesce a prendere niente perché l’azienda chiude. La vertenza giudiziaria non ti dà molto entusiasmo né voglia di lottare. È psicologicamente pesante, non puoi fare niente, devi solo aspettare.

Puoi fare un quadro della vostra esperienza sindacale nel tessile/abbigliamento?

Il primo ciclo di lotte è stato nel 2019 e poi a seguire nel 2021, perché nel 2020 c’era il Covid. Nel 2019 ci sono state le mobilitazioni nelle prime tintorie. Fino a quel punto avevamo fatto piccolissime cose, non più di due o tre vertenze con pochissimi lavoratori nelle quali non eravamo riusciti ad arrivare ad un risultato. Nel 2019 venne questo primo gruppo di lavoratori della tintoria DL, 23 persone, molte a nero senza contratto: tutti i lavoratori pakistani decisero di iscriversi al sindacato. Lì iniziò la pratica dello sciopero ad oltranza, che prima non facevamo (facevamo una giornata spot); adottammo questa forma di mobilitazione perché chi iniziava lo sciopero era a nero e non sarebbe tornato a lavorare, quindi tutti i lavoratori decisero ‘non si rientra finché non entriamo tutti’. Facemmo questo primo sciopero a oltranza, che fu il primo sgomberato, fummo portati via in tre, compreso un lavoratore che era anche delegato sindacale, fummo messi in stato di fermo. Ci fu questo primo sgombero – era maggio 2019 –, noi rispondemmo il giorno dopo con una conferenza stampa in piazza del comune, il giorno dopo ancora tornammo e lì si aprì la trattativa, non dormivamo ancora davanti alle fabbriche, andavamo via la sera, facevamo tutti i giorni il turno di lavoro che era dalle otto di mattina alle otto di sera. Si aprì la trattativa perché l’azienda capì che la situazione non si sarebbe risolta con l’arrivo della polizia, anche se interveniva la polizia noi tornavamo lo stesso davanti ai cancelli. La trattativa si concluse con la regolarizzazione dei lavoratori, fu molto potente anche psicologicamente. L’idea di ottenere la regolarizzazione di tutti i lavoratori di cui almeno 6 o 7 che lavoravano senza contratto, che riuscissero veramente a ottenere di lavorare otto ore e cinque giorni, col contratto full-time, non l’avrei detto mai. Farcela fu molto importante per quelli che avevano lottato, cominciammo a dirci ‘oh ma si può fare veramente, si può veramente avere un contratto normale e lavorare in modo normale’. Poi partì la sequenza di scioperi nelle tintorie che durò da maggio fino ad agosto. Dopo la primavera 2020 e la sospensione da Covid entrammo per la prima volta anche al Macrolotto, e anche quello fu un bello shock nell’autunno 2020.

È il momento della vertenza Texprint.

Texprint nel gennaio 2021 è stato un momento di svolta, se penso che ho vissuto nove mesi fuori da una fabbrica, da gennaio a ottobre, mi sembra incredibile. Fu molto pesante, ci fu uno scontro frontale con il sindaco Biffoni, la Texprint era una controparte molto forte, non era un’aziendina, era una stamperia enorme, una delle più grandi di Prato, il titolare cinese non era una persona isolata, aveva i suoi contatti anche istituzionali e molti mezzi, all’epoca presero un importante studio internazionale di avvocati dei colletti bianchi che hanno ancora, siamo ancora in causa. Questo studio internazionale superimportante, con annesso l’ufficio stampa, macinava comunicati contro di noi. Iniziammo lo sciopero, organizzando un gruppo di 17/18 lavoratori, quando uno di loro perse una falange in un incidente sul lavoro, poco dopo un caporale dette un pugno in faccia a un altro lavoratore, e noi dicemmo ‘basta, la situazione sta diventando troppo pericolosa’. Inviammo le deleghe e il giorno dopo l’azienda mise tutti in cassa integrazione, quindi iniziammo lo sciopero, era il 18 gennaio. Era una situazione palese, nonostante investissero tante risorse nel cercare di costruire una loro rappresentazione di azienda corretta. Uscirono cose incredibili, Biffoni arrivò a dichiarare pubblicamente che l’Ispettorato del lavoro aveva detto che dal controllo che avevano fatto non era risultata nessuna irregolarità, ma questa cosa non è mai successa, l’Ispettorato non aveva detto niente. Dalla procura addirittura ci fu chi diede ai giornalisti la falsa notizia dell’archiviazione delle denunce dei lavoratori per sfruttamento, “guarda caso” due giorni dopo la manifestazione che fece scendere in piazza centinaia di persone a sostegno della vertenza. E la notizia era falsa.

Le istituzioni locali non volevano incontrarvi, Biffoni non vi ha mai ricevuto. Da cosa è dipeso?

Da una parte penso che avessero più chiaro loro di noi quanto potesse essere pericoloso quello che stavamo facendo, nel senso che avevano probabilmente più chiaro il fatto che se si iniziava a fare scioperi e a vincere avrebbero potuto farlo tutti e insomma per qualcuno questa cosa avrebbe reso non più sostenibile il modello produttivo. Però penso che ci fosse anche l’idea di difendere un modello, un’identità, una rappresentazione della città che andava difesa con le unghie e con i denti e quindi la volontà di non scoperchiare quello che effettivamente poi è stato scoperchiato.

Ad un certo punto avete cominciato a coinvolgere nelle vostre mobilitazioni anche i committenti, che rappresentano forse il vero nodo problematico dal punto di vista politico.

La prima esperienza è stata nella pelletteria con i lavoratori della Montblanc, una vertenza importantissima che è ancora in corso. Nel tessile abbigliamento abbiamo iniziato con le tintorie e le stamperie, che è impossibile che siano monocomittenti. Se immaginiamo le filiere come dei fili che vanno dai committenti ai clienti finali, le tintorie e le stamperie sono i punti in cui questi fili s’intrecciano, perché tintorie e stamperie servono molte aziende diverse. Alle confezioni e ai committenti siamo riusciti ad arrivare dopo, perché prima per noi era troppo complesso. Crescendo e rafforzandoci, sia a livello numerico che di legittimità, siamo diventati più capaci di andare anche nelle realtà più piccole come confezioni e stirerie, che prima rimanevano insidacalizzabili. Quando siamo arrivati alle confezioni, a ottobre 2024, abbiamo cominciato anche l’attività sui committenti, perché le aziende più piccole sono completamente dipendenti dai committenti.

Avete disceso la filiera da tintorie/stamperie e poi l’avete risalita da confezioni/stirerie ai committenti.

Esatto, siamo andati giù e poi siamo rimbalzati verso l’apice della filiera perché ci siamo confrontati con aziende che non hanno una reale autonomia. Comunque con la vertenza Alba siamo ai tavoli con i brand, cosa che era inconcepibile fino a poco fa. Alla base c’è la legittimità acquisita, per cui siamo riusciti a normalizzare che i brand abbiano delle responsabilità nei confronti dei fornitori e soprattutto nei confronti di chi lavora presso questi fornitori

Parliamo allora del tavolo di distretto, dell’apertura di questa interlocuzione con le istituzioni.

Penso che il tavolo di distretto oggi vada a sancire un dato di fatto. Che il sindaco di Montemurlo da presidente della Provincia si sieda al tavolo, convochi il tavolo, dove già alcuni fornitori di primo livello si erano seduti fin dall’inizio, poi piano piano sono arrivati anche altri committenti dopo le proteste, questo mi sembra che sia una cartina di tornasole, rivela una realtà che è cambiata, va a sancire un dato di fatto che arriva dopo una stagione in cui la mobilitazione è stata grandissima. Nell’ultimo anno sono stati fatti 90 scioperi, dal 6 aprile a Prato non c’è un giorno senza uno sciopero, in alcuni giorni ce n’erano diversi in contemporanea, per cui penso ci sia il riconoscimento che non sia più possibile tornare indietro. Le istituzioni in qualche modo si ristrutturano, è di fronte a cambiamenti così radicali in un modo o nell’altro è necessaria una ristrutturazione.

Anche il nostro livello di legittimazione è cambiato, parliamo di una situazione in cui la vertenza Montblanc è stata seguita da Al-Jazeera, quest’estate sono venuti a Prato Le Monde, El Pais, il New York Times, il Guardian. È chiaro che la ristrutturazione può anche essere di segno opposto, può voler dire ignorare oppure sabotare, però il punto è che nella situazione che c’è oggi a Prato sarebbe molto complesso attaccare le lotte di questi lavoratori. Non penso che questa cosa necessariamente duri per sempre, però centinaia di lavoratori hanno trovato uno strumento, delle pratiche, le vogliono portare avanti ed è difficile convincerli che fosse meglio prima.

Nel contesto pratese c’è una forte similitudine con quello che accade nella logistica: entrambi sono settori competitivi proprio perché c’è sfruttamento.

In entrambi i settori c’è la presenza delle organizzazioni mafiose, questo è un punto in comune. Noi come sindacato veniamo dal mondo della logistica, continuiamo a occuparcene anche se fa meno scalpore, seguiamo sia i corrieri che la logistica alimentare. Quest’ultimo settore in termini di sindacalizzazione si sta ampliando negli ultimi anni, la Grande Distribuzione ha esteso le consegne a casa e lì le condizioni sono molto dure, mentre quello dei corrieri è un fenomeno iniziato a metà degli anni dieci che poi si è sviluppato prepotentemente. Ci siamo formati all’interno del SiCobas, che è principalmente un sindacato della logistica, la nostra formazione parte da quel settore, noi abbiamo preso quelle pratiche e le abbiamo portata nel tessile/abbigliamento.

Nella logistica prima della sindacalizzazione c’erano persone che lavoravano a nero, con buste paga sistematicamente manipolate. Anche lì con cooperative ‘apri e chiudi’, con livelli di violenza anche alti. È stato spontaneo prendere quei metodi, quella tradizione lì, e portarli sul manifatturiero, dove poi quelle pratiche si sono sviluppate in modo diverso perché nella logistica è chiaro che quando tu blocchi i camion vai a incidere proprio sul valore della movimentazione, nella manifattura è diverso e per questo è nato il metodo dello sciopero ad oltranza, del picchettaggio, con l’accampamento fuori dalla fabbrica. La lotta quindi si è sviluppata nelle sue forme particolari, che poi noi abbiamo riportato nella logistica con Mondo Convenienza, non sarebbe stato possibile cambiare il contratto dei lavoratori di Mondo Convenienza senza piazzarsi cinque mesi fuori da un magazzino.

La vertenza Mondo Convenienza ha rappresentato un altro spartiacque.

In parte perché è diventata anche una vertenza nazionale, perché Mondo Convenienza è un’azienda che ha diverse filiali e lì, per quanto tu possa essere efficace su un magazzino, eravamo obbligati ad andare anche geograficamente fuori. È stata una vertenza importante perché era al confine tra Prato e Firenze, e questo ha contato, a Firenze c’è un tessuto molto sensibile che ha permesso di creare livelli di solidarietà altissimi, ad agosto c’erano i circoli Arci che facevano i turni, ogni sera cucinava un circolo diverso, c’è stato il sostegno di GKN che era lì, a pochissimi metri, e questo ha sviluppato un circolo più stretto di attivisti che oggi sono attivisti sindacali.

Mondo Convenienza è anche un marchio conosciuto. Ha contato, questo, nella vertenza?

Mondo Convenienza ha i suoi legami, soprattutto con la destra, il loro avvocato era la Buongiorno. Però dall’altra parte è una di quelle realtà imprenditoriali che quando aprono fanno chiudere tante attività, fanno terra bruciata con i loro prezzi bassissimi e quindi non hanno molto radicamento territoriale.

Rispetto agli atti violenti che avete più volte subito durante gli scioperi a oltranza e i picchetti, pensi che si tratti di episodi che presentano tratti in comune? Oppure sono eventi isolati gli uni dagli altri?

Se c’è un filo rosso è questo tentativo che fu fatto con Euroingro di costruire un’alleanza fra padroni, ma è durato poco, mezza giornata. Hanno chiamato persone da fuori, hanno pure attaccato la polizia che era lì, ma la sera stessa tra le cinque aziende che dovevano fare questo fronte la prima aveva già ceduto, a seguire hanno mollato altre tre e alla fine è rimasta l’ultima da sola che ha detto ‘che faccio io da solo, meglio se firmo anch’io’.

Le reazioni della controparte spesso sono scomposte, legate più che altro al momento. Diverso è quello che è accaduto con l’Acca srl, lì non attaccavano i picchetti ma andavano a prendere i lavoratori sotto casa. Successe nel 2024, erano lavoratori della logistica delle confezioni, i driver/autisti dei furgoni che vanno a prendere le scatole nei prontomoda e le caricano sui camion. In quel caso avevamo a che fare con la mafia, c’era un caporale pakistano che ora è sotto indagine, per cinque volte andarono ad aspettare i lavoratori sotto casa. Noi trovammo una soluzione con gli accompagnamenti che abbiamo fatto per tre mesi, è una delle cose più potenti ma anche più silenziose che abbiamo fatto, non ha fatto scalpore però tutte le notti – perché lavoravano di notte fino alle tre – c’erano dei gruppi organizzati di due macchine con persone italiane che andavano a prendere i lavoratori e poi facevano il giro per riaccompagnarli a casa. Con i il passare dei giorni si sono unite persone che poi sono diventate attiviste del sindacato o ma anche altre che magari non hanno tantissimo tempo da dedicare ma si sono prese la responsabilità di fare questo accompagnamento una volta a settimana.

Per uno sciopero alla Acca, fatto per mandare via il caporale che minacciava i lavoratori, alcune persone del sindacato sono state denunciate, abbiamo un processo penale per quell’evento lì. Non parliamo spesso di questi tipi di attacchi che subiamo, ma dovremmo farlo più spesso perché, rivela il paradosso in cui spesso ci troviamo. Nella maggior parte dei casi le violenze subìte sono state il frutto di reazioni sul momento, ma la violenza della Acca è stata più articolata e sistematica. Ci sono state aggressioni un po’ disperate di controparti che in qualche modo vogliono provare a dare un colpo di coda, però per fortuna queste sono sempre meno perché non funzionano. Tutto quel che invece riguarda le fabbriche di grucce e trasporti in odore di mafia è diverso, una delle prime aggressioni che abbiamo subìto nel 2019 era in una fabbrica di grucce, vennero persone organizzate da fuori, o come alla Dreamland nel 2021, altre volte invece invece sono più estemporanee.

Ristorazione e cultura sono gli ultimi due fronti che avete aperto, sono forse mondi nuovi rispetto alle cose che avete fatto fino ad ora.

Con lo sviluppo dell’organizzazione ci sono più energie, al nostro sportello vengono tante persone, il punto è sempre la nostra capacità di organizzarle. Questo periodo per esempio è più tranquillo per il tessile/abbigliamento, ma quando arriverà marzo ci sarà un’altra ondata di scioperi, e allora bisogna avere le forze per organizzarsi, bisogna riuscire ad avere le energie per fare tanti scioperi in tre giorni e contemporaneamente stare sugli Uffizi e sui ristoranti. È chiaro che questi sono nuovi mondi, però è anche un po’ la nostra organizzazione che sta cercando di svilupparsi in modo da riuscire a mettere più energie in tante cose diverse. Il tema dei ristoranti è importantissimo, come quello della cultura, ma se andiamo a scavare c’è bisogno dappertutto, che si tratti di distretti, di logistica o di agricoltura.

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Fabio Bracci

Fabio Bracci lavora presso un istituto di ricerca che si occupa prevalentemente di valutazione delle politiche pubbliche. Autore e co-autore di monografie e rapporti di ricerca in tema di politiche migratorie, politiche sociali e del lavoro, da tre anni fa parte del Coordinamento No Multiutility (in via di trasformazione nella Rete toscana per la tutela dei beni comuni). Ama le api, lo sport e molto altro.

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