Oltre Nardella. Immaginare la città fuori dalla logica di mercato

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Nella sua intervista a La Repubblica, Dario Nardella fa l’autoritratto di un quindicennio di politiche urbane concretizzatesi sotto l’egida del neoliberismo. Un principio ha guidato le scelte: la città è un asset da dare in pasto agli investitori privati, il patrimonio edilizio e culturale un’opportunità di mercato. Ma nella logica dell’accaparramento urbano, il pubblico non si limita ad attrarre investimenti: si mette a servizio dell’imprenditoria, ne favorisce le occasioni di profitto alienando il patrimonio, defiscalizzando, semplificando, svuotando l’urbanistica. È un processo che tramite la leva del turismo consolida (o magari rinnova, ma non l’annulla) la rendita immobiliare, innalzando i costi dell’abitare e generando espulsione dei residenti a reddito medio-basso. Effetto collaterale accettato come necessario.

Gli investitori – che secondo Nardella “portano ricchezza e lavoro” – estraggono plusvalore privato dalla rendita di posizione che Firenze continua a garantire. Ma non ne redistribuiscono efficacemente i vantaggi. Studentati privati, hotel pluristellati, residenze di lusso non producono soddisfano i fabbisogni degli abitanti, non innovano, non creano occupazione qualificata e stabile. Dei 370.000 mq pubblici svenduti in area centrale con la campagna “invest in Florence”, i grandi player hanno fatto ghetti per ricchi, con poca o nulla mixité sociale.

L’esplosione degli affitti brevi, il lavoro servile nel turismo, lo svuotamento residenziale legato all’aumento esponenziale del canone d’affitto medio, sono tutti effetti previsti e descritti dalla lettura scientifica già prima del Covid. Del resto, la stessa Barcellona aveva bloccato le licenze turistiche nel 2015. Negli stessi anni, cioè, in cui il sindaco di Firenze si cimentava “pancia a terra” nella svendita della città presso le fiere internazionali per la sua definitiva disneylandizzazione, ignorando che il contenimento delle attività turistiche avrebbe consentito opportunità di lavoro diverso, migliore, innovativo. Come difatti è accaduto proprio a Barcellona.

Messo alle strette sulle case popolari, Nardella si intesta surrettiziamente l’esempio delle Murate. Il progetto, nato sotto Primicerio e conclusosi nel 2009, anno stesso in cui il delfino entra in giunta come vicesindaco di Renzi, dimostra invece che è possibile fare altrimenti: ERP e spazi aggregativi in complessi edilizi pubblici, centrali. Una scelta saggia, nel solco della migliore tradizione urbanistica, che non si è voluto riproporre a costa San Giorgio o a San Gallo.

L’esistenza di un demanio comunale (anziché la sua dissipazione) da mettere a frutto per future necessità od opportunità, avrebbe potuto captare i fondi PNRR (ora investiti nello stadio) per case popolari. E a nulla vale la difesa dell’ex sindaco quando afferma che i fondi sono finalizzati a edifici vincolati. Vincolati sono anche costa San Giorgio o l’ex ospedale di San Gallo che si sarebbero straordinariamente prestati a divenire case dello studente pubbliche, ERP e luoghi di aggregazione, fuori dalle logiche di mercato.

L’articolo qui riprodotto esce su “Repubblica Firenze”, il 21 marzo 2026.

 

 

 

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