L’accordo tra la Banca Europea per gli Investimenti e il Comune di Firenze, firmato pochi giorni fa, segue una tendenza che attraversa l’intera politica abitativa europea e italiana: la progressiva trasformazione del diritto alla casa in un prodotto finanziario. Per capire cosa sta accadendo a Firenze, bisogna però partire dall’inizio.
La Banca Europea per gli Investimenti nasce come istituzione pubblica senza scopo di lucro, con il mandato di sostenere lo sviluppo equilibrato e la coesione sociale europea. Eppure, nel corso dei decenni, si è progressivamente trasformata in uno strumento di sostegno al capitale privato che ha tra i principali beneficiari le grandi corporation. Sul fronte abitativo la BEI ha finanziato anche progetti di edilizia sociale e a prezzi accessibili come quelli della società edilizia municipale di Hannover, o quelli della Barcellona di Ada Colau. Sono però interventi marginali, una piccola eccezione in un portafoglio dominato dalla logica del mercato. Gli stessi programmi, infatti, spingono anche sul versante dell’edilizia residenziale privata e dei partenariati pubblico-privati.
Già nel 2021 con il PNRR, il governo Draghi destinò 2,4 miliardi al tema abitativo, indirizzandoli quasi interamente verso il social housing e non verso le case popolari. Invece di investire nell’ERP, dove circa 100mila alloggi esistenti, di cui più di 4000 in Toscana, restano vuoti per mancanza di fondi per ristrutturarli, si scelse un modello ibrido pubblico-privato gestito da fondi immobiliari, che risponde più a logiche di mercato che a bisogni sociali reali.
In questo contesto arriva l’accordo BEI-Comune di Firenze, formalmente è consulenza tecnica gratuita, della durata di 14 mesi il cui obiettivo dichiarato è costruire un Piano per l’Edilizia Residenziale Sociale rivolto alle famiglie della cosiddetta zona grigia. Il nodo sta nell’attività richiesta alla BEI che dovrà valutare quali beni pubblici e terreni comunali possano essere convertiti in ERS, inclusi, ed è qui il punto più delicato, gli alloggi ERP inutilizzati, cioè case popolari esistenti da trasformare in social housing a canoni calmierati. Patrimonio pubblico costruito per i più poveri verrebbe sottratto all’edilizia popolare per essere inserito in un piano “finanziariamente sostenibile”, cioè redditizio. L’accordo prevede inoltre assistenza nella definizione di una normativa, in coordinamento con la Regione Toscana, che faciliti la riconversione temporanea degli alloggi ERP non utilizzati e in attesa di ristrutturazione, assicurandone la sostenibilità economico-finanziaria. La proposta ventilata, il passaggio temporaneo da ERP a ERS, ovvero far ristrutturare al privato l’alloggio popolare che per alcuni anni rimarrebbe in gestione privata per poi tornare al pubblico, non è una soluzione. È una resa.
È chiaro che né la BEI, né il Fondo Immobiliare di Cassa Depositi e Prestiti possono mettere soldi nell’ERP: cercano una remunerazione, anche minima, che l’edilizia popolare strutturalmente non può garantire. Ristrutturare un alloggio ERP costa circa 30mila euro e i canoni delle case popolari, commisurati ai redditi bassissimi degli assegnatari, non consentono nessun ritorno. L’ERP non è un investimento, è un servizio pubblico, e come tale può essere finanziato solo dallo Stato.
Nel frattempo, il Piano Casa del governo Meloni è fermo da mesi. L’unica certezza sembra essere il ruolo di Mario Abbadessa, fino a ieri amministratore delegato della divisione italiana di Hines, che lascia il gruppo per fondare un proprio spin-off italiano costruito attorno al Piano Casa.
In questo quadro il social housing può avere un suo ruolo, ma solo se complementare all’edilizia residenziale pubblica, non sostitutivo. Un bilocale in social housing costa 600-700 euro al mese, la metà del mercato privato, certo, ma fuori portata per chi ha redditi sotto i 16mila euro annui e che quindi avrebbe diritto ad un alloggio ERP, che restano senza risposta. I modelli del Nord Europa, dove i canoni pubblici variano in base al reddito, indicano una strada diversa. Ma percorrerla richiederebbe che lo Stato tornasse a considerare la casa un diritto.
Francesca Conti
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Le somme che i poveri derelitti dipendenti hanno versato sino alla cancellazione dei fondi Gescal cosa resta?
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