Lo scorso 22 aprile si è consumata un’altra liturgia del potere sul bordo della voragine del cantiere della futura stazione AV di Firenze; a intervalli ricorrenti, ministri, presidenti, sindaci, dirigenti di ferrovie e di varie imprese si riuniscono per la foto di rito con caschetto in mano o in testa e giubbetto arancio (pochi quelli gialli, potrebbero ricordare le proteste di qualche anno fa in Francia). I giornalisti, chierichetti meticolosi, riportano le dichiarazioni osannanti degli officianti istituzionali all’opera strategica, alla futura stazione gioiello a livello internazionale, all’avanzamento dei lavori incredibile, alla stazione punto di riferimento per tutta Firenze, all’opera ferroviaria più importante in corso a livello nazionale.
Lascia perplessi tanta retorica e tanta propaganda per un’opera che genera un grosso problema trasportistico creando un assurdo sistema non funzionale, con due stazioni, una sotterranea e una lontana più di un chilometro; un tale garbuglio ctonio richiede allora la realizzazione di una nuova meraviglia da ostendere: quella meraviglia tecnologica del nuovo people mover che miracolosamente mitigherà l’assurdo dei futuri disagi. I costi sono un po’ esosi per questo gioiello meccanico: i 120 milioni di euro non ci sono per ora, ma si troveranno, tanto i viaggiatori costretti a usarlo, pagheranno anche un biglietto; sarà un piccolo obolo per accedere alla nostra città, bella ma un po’ dispettosa.
Questi riti officiati sull’orlo del camerone della stazione ai Macelli sono come un bagno nel Lete, quel mitico fiume che fa dimenticare colpe e ogni male, in particolare i costi che quest’opera, soavemente inutile e dannosa, ha raggiunto negli anni: da 1,2 miliardi siamo ormai proiettati verso la vetta dei 3 miliardi, cifre che stonano un po’, dopo decenni di austerità che hanno impoverito il 90% delle persone, ma innalzato i restanti fortunati alle glorie della ricchezza e al paradiso dell’alta velocità. Costi che irritano anche i pendol
ari condannati a condizioni sempre più difficili, visto che quasi tutte le risorse statali per i trasporti sono destinate al sistema TAV.
Le rimostranze irriconoscenti di chi fa parte del novantapercento meno fortunato dimenticano però che ci saranno opportunità incredibili di partecipazione popolare per tutti, quindi anche per loro: “tra poco avremo da ripensare anche a tutta l’area di superficie” ci dice la grande sacerdotessa del Comune di Firenze. Quali servizi, quali edifici, quali infrastrutture, quanti alberghi, quanti ristoranti, quanti cubi di lusso metteremo attorno alla stazione di Foster? Anche ai cittadini del novantapercento chiederemo di che colore vogliono le panchine che daranno riposo ai viandanti, quali essenze arboree vorrebbero nei ritagli scampati al cemento, se vorranno ristoro da venditori di limonate o di panini col lampredotto. Tutti dovranno partecipare alle gioie dell’alta velocità, anche coloro che non potranno permettersi le tariffe di un viaggio andata e ritorno sulle frecce, qualcuno nemmeno di sola andata.
Certo, ci sono gli aridi critici che si chiedono come sia possibile arrivare a spendere tanti miliardi senza avere un progetto di città e, all’ultimo momento, chiedersi cosa ci facciamo adesso? Questi astiosi brontoloni sono gli eretici che si chiedono ancora come è possibile non avere una minima pianificazione? Non sono devoti della fiorentina provvidenza, la dea nascosta che alla fine dei giochi sistema sempre le cose mandando a casa tutti contenti – meno ovviamente quelli del novantapercento. Ma alla fine anche questi sgradevoli personaggi capiranno le meraviglie che si stanno facendo; i lavori sono in ritardo, hanno tutto il tempo per ricredersi e accedere alle briciole che cadono dalle tavole del banchetto dell’alta velocità. Ammesso cada qualche briciola.
Tiziano Cardosi
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