Il Limoncino a Livorno. Storia di una discarica nel bosco

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Può nascere una discarica su una collina in mezzo al bosco di un parco naturale? In questo articolo vi racconteremo come a Livorno sia stato possibile.

Vi racconteremo la storia, non ancora conclusa, della discarica del Limoncino (piccola frazione ad est di Livorno), realizzata nel 2010-2011 sulle pendici del monte La Poggia, situato all’interno della Riserva naturale regionale dei Monti Livornesi, a circa 6 km dalla città, meta di molti livornesi amanti della natura. Ad oggi (2026) questa discarica non ancora in attività grazie dell’impegno di tutte quelle persone (abitanti della zona, ambientalisti, politici, avvocati) che da sempre hanno ritenuto opportuno opporsi alla sua attivazione per ragioni che vanno dall’insostenibile impatto ambientale connesso alla sua presenza, alla incolumità degli abitanti della zona o di chiunque transiti in quell’area, passando per la ”scarsa” trasparenza dei processi decisionali che hanno condotto al rilascio delle autorizzazioni nell’ormai lontano 2008-2009.

Il tempo rischia di cancellare dalla nostra memoria il ricordo degli aspetti legali, tecnici, ambientali e normativi di questa vicenda che nel loro insieme hanno evidenziato come l’interesse pubblico venga spesso subordinato a quello privato proprio da parte delle istituzioni che dovrebbero garantirne il rispetto. La memoria di quanto accaduto a Limoncino negli ultimi 16 anni deve invece rimanere viva anche per ricordare a tutti come l’impegno civile delle persone di “buona volontà” può contrapporsi significativamente alla protervia di chi ostenta disprezzo nei confronti della legalità e dell’ambiente.

La storia in breve

Il 24 agosto 2010 i livornesi vengono improvvisamente a sapere che sul monte La Poggia sarebbe stata installata una mega-discarica privata gestita in autocontrollo e autorizzata dalla Provincia e dal Comune di Livorno tra il 2008 e il 2009 senza approfondita discussione nei relativi Consigli e senza adeguata comunicazione alla popolazione. Si tratta di una discarica in grado di ricevere 900.000 t di rifiuti di 25 diverse tipologie principali (codici CER comprendenti: fanghi, terreni contaminati, ceneri ecc.).

Progettata nel 2008, è stata realizzata tra il 2010 e 2011 in un’area precedentemente occupata da una cava di materiale calcareo ormai dismessa. La discarica si colloca nel bel mezzo della Riserva naturale regionale dei Monti Livornesi (istituita nel 2020 ai sensi dell’art. 46 della L.R. 30/2015 e corrispondente all’aerea già classificata come Parco Provinciale nel 2008). La zona è boscata, sovrasta Livorno e presenta caratteristiche naturalistiche, paesaggistiche, storiche e archeologiche, il cui pregio è riconosciuto dalla Soprintendenza Archeologica, delle Belle Arti e del Paesaggio di Pisa. Un contesto ambientale ricco di vegetazione, di acqua e di risorse geologiche da secoli vocato ad usi agricoli.

Il 23 agosto 2007 l’Amministrazione comunale di Livorno decise di trasformare la cava di calcare del Monte La Poggia, ormai in esaurimento e già oggetto di ripristino vegetazionale, in una discarica di rifiuti “qualificati” speciali non pericolosi, anche al fine di ripristinare morfologicamente l’originale conformazione del Monte la Poggia utilizzato per decenni come cava di calcare.

Questa decisione contrasta palesemente (i) con quanto prescritto dal Regolamento Urbanistico del Comune di Livorno del 1999, art. 34, che recita: “Cave: a coltivazione esaurita della cava devono essere predisposti gli interventi volti alla rinaturalizzazione dei luoghi […]. Per le cave in attività, al momento della cessazione, è previsto il ripristino ambientale secondo le disposizioni di legge vigenti) e (ii) con quanto indicato dalla Provincia di Livorno nel Piano per la gestione dei rifiuti speciali pericolosi e non (approvato con D.C.P. n. 51 del 25/03/2004 – Quarto Volume – Settore 7 Tutela Ambiente/Ufficio Rifiuti e bonifiche siti inquinati) secondo il quale le discariche, per quella tipologia di rifiuti, non devono essere normalmente localizzate in:

  1. aree dove i processi geologici superficiali quali l’erosione accelerata, le frane, l’instabilità dei pendii, le migrazioni degli alvei fluviali potrebbero compromettere l’integrità della discarica; secondo il parere della terza Commissione permanente del Consiglio Provinciale (2012) l’area prescelta sarebbe assolutamente inadatta ad ospitare una discarica data la natura dei suoli e i processi geomorfologici in atto così come attestato dallo stesso Comune di Livorno che, nella sua Carta della pericolosità dei suoli, classifica l’area della discarica come area a massimo rischio idrogeologico, erosione marcata in atto e dissesto attivo;
  2. aree naturali protette sottoposte a misure di salvaguardia ai sensi dell’articolo 6, comma 3 della Legge 06/12/1991, n. 394; a questo riguardo è evidente che la collocazione della discarica è assolutamente illogica trovandosi immersa in un’area Parco dove risulta fondamentale la conservazione degli habitat e dei corridoi ecologici in parte compromessi dall’area della discarica;
  3. aree con presenza di insediamenti residenziali; l’area circostante alla discarica dagli anni ’70 ad oggi è andata popolandosi di abitazioni private e annessi agricoli utilizzati per la coltivazione di piccoli appezzamenti di terreno. Oltre alla presenza dei ‘nuovi’ insediamenti, dal 1700 sono presenti a meno di 1 km di distanza dall’ingresso della discarica immobili di alto valore storico come la Villa di Limone e la Villa dell’Orologio. L’intera area è servita da una strada principale (via del Limoncino) utilizzata quotidianamente dalla popolazione residente, dai proprietari dei terreni agricoli e da tutti coloro che per scopi diversi si recono dalla città in direzione del Monte La Poggia per escursioni nel bosco della Riserva, gite in bicicletta, raccolta fungi e attività venatorie. Questa strada è l’unica strada di accesso alla Riserva e allo stesso tempo alla discarica;
  4. aree boscate, ancorché percorse o danneggiate dal fuoco; da questo punto di vista la collocazione della discarica contrasta profondamente con la natura dei luoghi a vocazione tipicamente boschiva che svolgono importanti servizi ecosistemici e ricreazionali dei quali si giovano, spesso senza saperlo, i cittadini livornesi;
  5. zone di particolare interesse ambientale; a questo riguardo la scriteriata collocazione della discarica sul Monte La Poggia emerge anche da quanto riportato nella Carta delle Unità paesaggistiche rurali di collina, secondo la quale l’area dove è stata costruita la discarica ricade tra le ‘aree di collina con forte prevalenza di bosco’ ed inoltre è inserita nell’elenco delle Aree di protezione dei biotopi e valori naturalistici – SIC (siti di interesse comunitario) Natura 2000 IT 5160022 dei Monti Livornesi;
  6. presenza di rilevanti beni storici, artistici, archeologici; la stessa Provincia di Livorno, nella sua pubblicazione sugli antichi acquedotti livornesi (2006) metteva in evidenza il valore storico dell’area oggi interessata dalla discarica. Infatti, fin dal 1612 Livorno si è rifornita di acqua anche grazie al sistema idrologico del Monte La Poggia. Non a caso proprio da Limoncino partiva il primo acquedotto livornese voluto dai Medici, utilizzando la sorgente del Limone che ora giace tombata sotto la discarica. La presenza di acqua dolce di buona qualità e il microclima particolarmente mite dell’area contribuirono alla formazione dei primi insediamenti umani preistorici nel livornese come ricordano nelle loro memorie i ricercatori del Gruppo Archeologico e Paleontologico Livornese.

Anche alla luce di quanto sopra, la decisione di realizzare una discarica in un’area palesemente inadatta spinse i membri della IIIª Commissione a concludere così la loro relazione: “Un intervento che per le dimensioni e per il posizionamento stesso del sito è davvero di grande e contrastante effetto rispetto all’ambiente circostante”.

Ciò nonostante, Comune e Provincia di Livorno rilasciarono le autorizzazioni del caso confermando ancora una volta come anche a Livorno gli interessi di pochi possono prevalere su quelli della collettività e dell’ambiente.

Ottenute le necessarie autorizzazioni, la Società iniziò, nell’agosto del 2010, la trasformazione dell’area da cava in discarica operando i previsti allargamenti dei confini (con conseguente disboscamento) e l’abbassamento di circa 10 m del piano di cava (con conseguente grave modificazione dell’assetto idrogeologico del Monte la Poggia) per arrivare al termine dei lavori ad una estensione del piano di cava di circa 3 ettari e una volumetria di circa 560.000 mc in grado di ospitare 900.000 t di rifiuti da trasportare in loco con camion da oltre 35 t di portata. Per raggiungere la discarica questi devono percorrere 2 km di strada privata “di campagna” (via del Limoncino) considerata inadeguata al traffico pesante da una perizia dalla Corte di Appello di Firenze nel 2019. I conferimenti dovrebbero durare 8-10 anni al ritmo di 30 transiti al giorno.

La notizia dell’apertura di una maxi discarica sul Monte La Poggia generò subito allarme tra gli abitanti della zona, tra le associazioni ambientaliste locali e tra i molti cittadini livornesi, non soltanto per il fatto che si stesse costruendo una discarica in uno dei luoghi più belli di Livorno ma anche per le modalità con le quali furono prese decisioni così importanti. Nacque così, spontaneamente, un Comitato contro la discarica che in poco tempo raccolse ben 12.000 firme di cittadini livornesi contrari all’iniziativa.

Nel dicembre del 2010, il Comitato presentò un esposto alla Procura di Livorno per informare l’autorità giudiziaria di quanto stesse accadendo, chiedere il sequestro degli atti amministrativi riguardanti la discarica e, conseguentemente, anche il sequestro del cantiere (la discarica). Sebbene un esposto non obblighi il Pubblico Ministero (PM) ad avviare un procedimento penale immediato – potendo essere archiviato senza formalità se ritenuto infondato – il PM dell’epoca ritenne opportuno dare seguito all’esposto del Comitato e iniziare le indagini sui rilasci delle autorizzazioni e sulle scelte tecniche approvate dagli uffici competenti. Le indagini terminarono nella primavera del 2011 e il “Il Tirreno” del 28 luglio 2011 titolava: La Procura: quella discarica è illegittima. Il progetto non è conforme al piano regolatore e poi la collina è a rischio frane. Ecco le ipotesi alla base dell’inchiesta sulla ex cava. Sotto accusa gli atti di Comune e Provincia […] per il PM la discarica non avrebbe dovuto essere localizzata lì.

Il 19 ottobre del 2011 il GIP accolse la richiesta del PM e firmò l’ordine di sequestro preventivo della discarica per presunte irregolarità̀ procedurali e la discarica rimase sotto sequestro fino al marzo del 2014. Giova ricordare che, pochi mesi prima, non lontano dal Monte La Poggia, in località Monteburrone, una nuova discarica gestita dagli stessi imprenditori titolari delle autorizzazioni per la discarica di Limoncino, venne posta sotto sequestro per conferimento di materiale non autorizzato.

Nel 2012 il Comitato avviò una causa contro la Società gestrice della discarica che si risolse a favore del Comitato un anno più tardi (17 luglio 2013) con la sentenza n. 790/2013. La sentenza concludeva così: “la strada denominata via del Limoncino non ha natura pubblica, né sulla stessa si esercita un uso pubblico; gli attori frontisti hanno il diritto di regolamentare l’accesso e il transito su tale strada; è inibito ai mezzi delle società convenute di transitare su tale strada”. Il Giudice sentenziava che il transito dei camion deve essere inibito in quanto “viola il diritto alla incolumità fisica degli abitanti frontisti” (questa sentenza fu poi confermata dalla Corte di Appello nel 2019 e parzialmente rigettata dalla Cassazione nel gennaio del 2025).

Nel marzo del 2014, nonostante le evidenti irregolarità nella concessione delle autorizzazioni (“Procedure sconclusionate e questa è la conseguenza” dichiarava il Sindaco Gianfranco Lamberti su “La Nazione” del 21 ottobre 2011), la Procura dissequestrò la discarica e tutti gli imputati furono prosciolti dalle accuse (compresi alcuni funzionari del Comune e della Provincia di Livorno che avevano contribuito all’ottenimento dei necessari nulla osta per il rilascio delle autorizzazioni). Nella relativa sentenza n.149/2014, il giudice ricordava comunque come “la procedura [autorizzativa] sia stata costellata da una pluralità di comportamenti equivoci, oggettivamente interpretabili come finalizzati a favorire la società richiedente e il firmatario del progetto”.

Dal 2014 al 2019 le attività della discarica si limitarono alla sola manutenzione del sito visto che il transito dei camion era interdetto dalla sentenza 790/2013. Nel dicembre del 2018 la Società gestrice cedette l’usufrutto dell’area della discarica a un’altra società con sede legale a Roma, specializzata nella gestione di rifiuti che in quegli anni “importava” dalla provincia di Frosinone a Livorno e in altre discariche. Nell’aprile 2019, la Regione Toscana con decreto n. 6130, concesse l’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) in scadenza decennale alla nuova gestrice della discarica.

La decisione della Regione suscitò stupore tra i componenti del Comitato. Infatti, nei giorni precedenti alla delibera, alcuni rappresentanti del Comitato si erano incontrati telematicamente con i responsabili regionali del procedimento segnalando le numerose criticità dell’opera e soprattutto la mancanza di viabilità idonea da e per la discarica (criticità peraltro denunciate anche dal Comune di Livorno in fase di conferenza dei servizi). Queste osservazioni avrebbero dovuto convincere la Regione a rivedere la VIA (Valutazione Impatto Ambientale) redatta nel lontano 2008 quando la strada era ritenuta pubblica e idonea al traffico pesante, due condizioni ampiamente smentite dalle sentenze del Tribunale di Livorno nel 2013 e della Corte di Appello di Firenze nel 2019.

Durante quell’incontro i rappresentanti del Comitato ricordarono ai funzionari regionali anche i fenomeni franosi e gli smottamenti che si verificarono nell’area della discarica nel settembre del 2017, a testimonianza della fragilità dei versanti e della instabilità dei terreni sui quali era stata costruita la discarica. Ma tutto ciò fu totalmente ignorato dalla Regione.

In quegli anni, forte dell’autorizzazione ricevuta, la nuova Società gestrice della discarica tentò più volte di forzare il passaggio in via del Limoncino in spregio della sentenza 790/2013 ma ogni volta, grazie al diuturno controllo dell’ingresso di via del Limoncino da parte dei rappresentanti del Comitato e molti ambientalisti livornesi, il transito dei camion verso la discarica venne bloccato più volte.

Furono anni di aspri confronti ma nella sua lotta il Comitato non fu solo. I Sindaci che si succedettero in quegli anni dettero un fattivo contributo alla risoluzione delle controversie più accese. Come la precedente amministrazione Comunale, anche quella guidata dal Sindaco Salvetti si dichiarò contraria alla attivazione della discarica e, per quanto possibile, cercò di supportare la “lotta” del Comitato nelle sedi opportune.

Dal 2019 ad oggi, la nuova Società gestrice della discarica ha intrapreso diversi procedimenti legali contro i rappresentanti del Comitato, nonostante sapesse di non avere alcun diritto al transito su via del Limoncino. Questo comportamento, che di legale ha ben poco, testimonia della rabbia e dell’aggressività dei dirigenti di quella Società nei confronti degli aderenti al Comitato.

Attacchi legali spesso poco motivati e ridondanti (come testimoniato dal loro esito quasi sempre fallimentare) mossi, forse, dal desiderio di intimidire e danneggiare la controparte al fine di farla desistere dalle proprie posizioni e ridurre al silenzio le voci a tutela della legalità e dell’ambiente.

Questo aspetto della vicenda è emblematico della difficoltà che spesso i privati, onesti cittadini, devono affrontare allorquando, per difendere i propri diritti incontrano una controparte con maggiori disponibilità economiche e strutturata in una forma societaria tale da non temere le eventuali conseguenze negative che deriverebbero loro (anche a livello personale) dall’intraprendere liti temerarie.

La resistenza opposta dal Comitato in tutti questi anni non si è fondata soltanto sulla pretesa illegale della Società gestrice di transitare su via del Limoncino mettendo a rischio l’incolumità di chi vi transita ma anche sul rischio di impatto ambientale che una discarica, costruita in quel luogo, potrebbe produrre. A conferma della validità dei dubbi da sempre espressi a questo riguardo dal Comitato (e non solo), nel 2019 l’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana (ARPAT) chiese alla Regione la sospensione dei conferimenti in discarica in modo da verificare se il fondo della discarica fosse sufficientemente impermeabilizzato e quindi garantisse un adeguato isolamento tra i rifiuti e le acque in movimento nel terreno sottostante il piano della discarica. I rilievi effettuati da ARPAT nell’inverno del 2019-2020 misero in evidenza l’inadeguatezza del fondo della discarica in termini di impermeabilizzazione. Specialmente su una parte della discarica (il lotto 2) le condizioni del fondo non davano sufficienti garanzie di sicurezza e richiedevano importanti interventi tecnici. Di conseguenza dal 15 dicembre 2020 la Società gestrice fu autorizzata al conferimento dei rifiuti soltanto nel lotto 1.

C’è da chiedersi cosa sarebbe potuto accadere se ARPAT non fosse intervenuta… le falde acquifere avrebbero rischiato di venire inquinate dai reflui dei rifiuti stoccati nei due lotti.

Ma allora, quale fiducia deve nutrire la cittadinanza nei confronti dell’operato delle Istituzioni pubbliche e delle Società alle quali viene concessa l’autorizzazione a gestire una discarica in autocontrollo?

Nel complesso la Regione Toscana non ha certo contribuito alla risoluzione di questa vicenda; ignorando la complessità del quadro nell’ambito della quale essa si è sviluppata e gli esiti di questi ultimi accertamenti, il 5 luglio 2023 approvò, con il parere sfavorevole del Comune di Livorno, il riesame dell’AIA e autorizzò ancora una volta la Società romana al conferimento di rifiuti limitatamente al lotto 1.

A questo punto, la Giunta comunale di Livorno, che in conferenza dei servizi aveva più volte segnalato le criticità connesse all’avvio dell’attività della discarica, decise di fare ricorso al Tar della Toscana contro il decreto autorizzativo. A novembre 2023 anche il Comitato decise di fare ricorso straordinario al Presidente della Repubblica contro la decisione della Regione Toscana. Nel gennaio 2024 i due procedimenti (quello del Comune e quello del Comitato) furono riuniti.

Come è stato possibile da parte della Regione concedere questa autorizzazione in assenza di viabilità “sicura” da e per la discarica? A questa richiesta del Comitato, l’ufficio VIA/VAS (Valutazione di Impatto Ambientale e Valutazione Ambientale Strategica) della Regione Toscana si è semplicemente limitato a rispondere che anche se l’unica via di accesso alla discarica è stata riconosciuta nel 2013 strada privata non idonea al transito industriale dei mezzi pesanti, non sussistano differenze di impatti rispetto a quanto indicato nella VIA del 2009 rilasciata dalla Provincia di Livorno basata sul presupposto che si trattasse di una strada pubblica o soggetta all’uso pubblico.

Il sindaco Salvetti, in un’intervista rilasciata il 21 gennaio 2024 al “Il Tirreno”, in merito alla “parziale” autorizzazione rilasciata alla Società gestrice della discarica, ribadirà che “Noi una discarica lì non ce la vediamo. La Regione la autorizza? Allora deve assicurare anche un sistema che consenta di raggiungere facilmente il sito. In prospettiva credo che dovremmo metterci a un tavolo con i vari enti e studiare un impiego alternativo dell’area in questione”.

Conclusioni

Sono ormai trascorsi 16 anni da quando un gruppo di cittadini livornesi ha iniziato la sua battaglia in difesa dell’ambiente e della legalità contro società senza scrupoli strutturate per far fronte a lunghe e costose controversie. Molti di quei cittadini non sono ormai più tra noi ma a differenza delle persone, le Società rimangono e quindi è logico chiedersi fino a quando questo gruppo di persone potranno sopportare la pressione esercitata su di loro da sistematiche azioni vessatorie – o quanto meno ardite azioni legali – promosse anche a scopo intimidatorio da una Società che ha peraltro ricevuto l’autorizzazione a trasformare in discarica una delle più belle zone di Livorno.

Fino a quando questo sparuto gruppo di cittadini, che operano ormai nell’indifferenza dei più, saranno in grado di far fronte alle spese legali necessarie per difendersi da tutti i procedimenti promossi contro di loro dalla Società gestrice della discarica?

Occorre porre fine a questa vergognosa e triste vicenda che mortifica da anni Livorno e declassa il gruppo dirigente che a su tempo ne fu responsabile.

Dopo 16 anni di scontri legali (e non solo), è ormai evidente come la strada del “muro contro muro” si sia dimostrata inadatta a risolvere un problema complesso come quello generato nel lontano 2009 dall’incauto rilascio da parte del Comune e della Provincia di Livorno delle autorizzazioni all’impianto di una discarica in un’area assolutamente inadatta e priva di adeguati collegamenti stradali. A questo punto sarebbe doveroso andare alla ricerca di un nuovo “percorso” che possa portare alla soluzione definitiva di questa annosa controversia. Una soluzione che soddisfi tutte le parti coinvolte (cittadini e Società gestrice) e soprattutto valorizzi (anziché degradare) uno degli ambienti naturali più belli di Livorno che meriterebbe una destinazione più consona ai tempi e ai bisogni della cittadinanza.

Un obiettivo senz’altro ambizioso ma che potrebbe essere raggiunto con l’impegno congiunto della Regione Toscana e del Comune di Livorno.

In sintonia con quest’ultimo, invitiamo quindi la Regione Toscana, anche al fine di evitare un inutile scontro legale (ricorso pendente al TAR), a considerare con la massima attenzione la possibilità di intraprendere un nuovo percorso, ancora inesplorato, teso a individuare insieme alle parti interessate (impresa, Comune, cittadinanza) altre destinazioni d’uso dell’area della discarica maggiormente improntate ad uno sviluppo sostenibile del territorio che tengano in debita considerazione la conservazione dell’ambiente e di tutti quei servizi ecosistemici che da un ambiente debitamente gestito possono essere prodotti a favore della collettività.

Cristina Fagnani per “Vedette per l’ambiente”

PS: pochi giorni fa (19 marzo 2026) abbiamo perso la nostra prima causa dopo 13 vittorie consecutive e quindi siamo stati condannati a pagare 14.643 € di spese processuali. Una cifra risibile per una Società ma enorme per privati cittadini che vivono del proprio lavoro/pensione. Per questo abbiamo avviato una sottoscrizione cittadina.

Chi volesse aiutarci e sostenere economicamente questa battaglia per la difesa dell’ambiente e del diritto dei cittadini decidere le sorti dei propri territori può cliccare direttamente su sito: https://gofund.me/e4d580db2 oppure effettuare una donazione a mezzo bonifico a favore di “Vedette per l’ambiente Aps” – Banca Intesa IBAN: IT02E0306909606100000411776. Grazie 

 

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Cristina Fagnani

Maria Cristina Fagnani è impegnata da vari anni nella lotta ambientalista sul territorio livornese partecipando ad associazioni come “Rifiuti Zero” e “Mamme no inceneritore Livorno” per la chiusura del vecchio impianto di incenerimento cittadino. Attualmente è presidente di “Vedette per l’ambiente” che sostiene legalmente e non solo la battaglia per salvare la collina del Limoncino dalla discarica dei rifiuti industriali

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