Il rimbambimento del mondo

Sempre nei tempi di crisi a chi stava meglio prima o ha la memoria debole capita di avvertire intorno a sé la “senectus mundi”, la vecchiaia del mondo. Si tratta ovviamente di un errore di prospettiva: chi arriva non si sente vecchio, chi nasce oggi non sa cosa sia l’età.

Si potrebbe anche aggiungere che ogni epoca è un’epoca di crisi, altrimenti sarebbe indistinguibile dalle epoche passate e non verrebbe neanche designata con un nome particolare. 
Vi è però un segno della crisi profonda, travolgente e a suo modo irrimediabile di un assetto sociale che inviterei a non trascurare: il rimbambimento.

E’ caratteristico dell’epoca dei consumi e del tardo capitalismo rivolgersi agli adulti come se fossero bambini. Anche qui, “nihil novi sub sole”, niente che sia completamente nuovo su questa rugosa crosta terrestre: le religioni trattano spesso i loro adepti da figli o da bambini delle divinità, sia quelle che li vezzeggiano sia quelle che poi li lapidano, li bruciano o se li mangiano.

Anche le monarchie si sono spesso rivolte ai sudditi come a figli, fin dall’irripetibile esortazione di Priamo.

E’ noto nei reparti psichiatrici come anche i gregari spesso si rivolgano al leader come a un bambino ed eleggano a ricoprire tale carica il più infantile (spesso il medico), trasposizione dell’attitudine per niente insensata di attendere un po’ di sollievo alla nascita di un nuovo capo politico (esempi famosi sono il “figlio della ragazza” della Bibbia e il “piccolo bambino” di Virgilio). E’ anche normale che questa aspettativa, come tutte, venga delusa o fortemente ridimensionata (da Nerone a Renzi passando per Cola e Masaniello).

Vi è però un rimbambimento colpevole e intenzionale che non fa che approfondire la crisi senza gettare le basi per un suo superamento. Ne abbiamo un esempio nella campagna contro le aggressioni al personale viaggiante delle agenzie di trasporti.

Controllori, autisti e passeggeri vengono rimbambiti in tre fasi, ognuna delle quali segna un passo indietro nella risoluzione creativa e non violenta di un conflitto che esiste e che ora purtroppo prende la forma di aggressione fisica.

Ecco i tre momenti: tesi, rovesciamento della tesi e presa per i fondelli finale.

1) Il conflitto che esiste tra l’esigenza imprescindibile di attraversare città e campagne a bordo di mezzi meccanici nella maggioranza degli spostamenti e l’elevato costo del trasporto (biglietto, attesa, sovraffollamento, cattiva manutenzione…), viene trasformato, da ambo le parti, in aggressione verbale o fisica. Il controllore, l’autista o il passeggero aprono le danze con un repertorio di espressioni razziste, classiste o vittimiste che tutti abbiamo udito e tutti, ipocriti lettori, abbiamo pronunciato, perciò non starò a elencarli anche perché il nostro cervello non apprende ciò che è bene ma impara ciò che viene ripetuto.

2) L’aggressività, che ci può stare quando sono in gioco interessi vitali, o quando qualcuno viene pubblicamente insultato, non trova da parte degli astanti ( il personale e i passeggeri) un contenimento, incontra invece il silenzio timoroso o il tifo da stadio, due espressioni di per sé indicative di una regressione in atto, da individui a massa.

3) la colluttazione che ne segue viene trattata come un capriccio di bambini, o come un episodio di bullismo scolastico, squalificando così tutto il discorso, cioè tutto quello che di grave, impellente e critico emerge da quanto sta accadendo.

Cosa dice la compagnia dei trasporti ai passeggeri e, indirettamente, anche ai suoi dipendenti?
“Se siete cattivi vi mando dal preside, o dal pediatra”.

Lo stress a cui il personale è costretto dalle privatizzazioni del trasporto pubblico, l’assurdità di dover pagare per muoversi in una società che ha bisogno che noi ci muoviamo, gli aumenti intollerabili del biglietto e di ogni altro balzello che si deve versare alle grandi compagnie per vivere la città, vengono cancellati con un colpo di cimosa sulla lavagna, quella lavagna su cui qualche passeggero ha scritto le parolacce solo per divertirsi alle spalle del conducente che se si arrabbia con una sterzata può mettere sotto un altro bambino facendogli tanta bua.

Questo è il messaggio colpevole che trasudano manifestini come quello della foto.

Non discuto l’abilità dei pubblicitari o dei loro consiglieri, né la volgarità di ogni prodotto pubblicitario e di questo in particolare, ma la responsabilità storica, politica e sociale che si assume chi, trovandosi ad affrontare una crisi epocale, ci scherza su nel modo sbagliato.

Responsabilità storica, sì. Perché storica è la crisi di una certa idea di città e di stato (libertà in cambio di servizi) e storico sarà ogni passo in avanti o indietro che faremo a partire da oggi.

Dalla vecchiaia del mondo è venuto fuori il cristianesimo la scienza e Marx, ma dal suo rimbambimento non risultano giunte a noi novità di rilievo.

*Massimo De Micco