Da sorvegliare e punire a sorvegliare, profilare e valutare

Per una critica del capitalismo digitale, IX parte

Il passaggio da analogico a digitale frammenta il reale, rendendolo computazionabile. Quello che è calcolabile è anche comparabile. La macchina calcola (calcolatore), ordina (ordinateur – francese), valuta e compara. Spesso la profilazione è sintetizzabile in un punteggio. Si ha una vera e propria governance numerica: l’algoritmo che regolarizza i percorsi e i gesti, valuta gli addetti e li mette in competizione.

Comparazioni di individui, comparazioni territoriali. Law Shopping e Law Economics, rispettivamente mettere in piedi una legislatura per acquisire investimenti e comparare le legislazioni per scegliere la più conveniente in vista di un nuovo insediamento produttivo.

Un altro aspetto della globalizzazione che da una parte fonda e mantiene delle differenze, dall’altra scombussola il locale. Il diritto locale non è costruito sulla base delle esigenze degli abitanti interni, ma in funzione di una competizione globale, tutta esterna. La Banca Mondiale che avrebbe l’obiettivo di lottare contro la povertà e organizzare aiuti e finanziamenti agli stati in difficoltà, produce un rapporto detto Doing Business che procede alla valutazione comparativa delle legislature locali secondo dei parametri che misurano l’appetibilità al fine di raccogliere investimenti. Ad oggi sono valutati 190 paesi. L’algoritmo vaglia il livello di adeguamento delle legislazioni locali secondo dei parametri stabiliti e richiede delle riforme agli stati che si devono così tendenzialmente adeguare al modello stabilito. Di fatto richiede agli stati di spianare la strada al mercato.

L’acronimo Captcha è un test al quale spesso vi sottoponete per dimostrare che ad interagire con quel sito siete voi, un umano e non un computer, un bot. Un test Captcha tipicamente utilizzato è quello in cui si richiede all’utente di scrivere quali siano le lettere o i numeri presenti in una sequenza, che appare distorta o offuscata sullo schermo. Ma le macchine si approfittano di questa loro esclusione per accumulare dati che serviranno loro a imparare a riconoscere lettere, numeri o oggetti quando vengono presentate loro in questa maniera confusa. La macchina impara costruendo dei pattern di riconoscimento che non hanno niente a che vedere con il nostro modo di riconoscere dei segni o degli oggetti. Ma, operazione su operazione, vengono accumulati una quantità di dati così grande che il pattern costruito si affinerà moltissimo. Quello che doveva servire per escludere le macchine, viene così utilizzato per aumentare la loro capacità di discernimento.

La comparazione sfocia in una valutazione. La valutazione è numerica, prodotto del mondo digitale che lo rialimenta. La comparazione sta diventando un paradigma dello sguardo. Il modo di pensare della macchina condiziona la visione della realtà. Il progressismo, questo dispositivo ideologico, crea una retorica dell’oggettività per la quale il giudizio valutativo misurato dal sistema come una quantità, dà il valore anche alle qualità. La qualità diviene valorizzabile, diventa un valore spendibile nel mercato. Alex Pentland pensa che un uso appropriato dei dati permetterebbe la costruzione di «una teoria computazionale, a dimensione predittiva, del comportamento umano e di procedere a un’”ingegneria” sociale provvidenziale, attraverso le virtù regolatrici e omeostatiche dell’intelligenza artificiale» (Sadin p. 138).

Sadin parla di un’antropologia del confronto, io direi – è soltanto una sfumatura – un’antropologia della valutazione, che riduce tutto all’utile; che compie e forza il valore in sé e per sé – quello che Marx pensava come valore verificabile da Crusoe in un’isola deserta – a diventare valore di scambio. Che impone il valore di scambio, che discrimina l’esistenza delle cose stesse, che fa un’operazione ontologica (fonda l’ente). Il dispositivo della valutazione ci assegna un punteggio e noi ci adoperiamo per conservarlo e incrementarlo. Divenuti imprenditori di noi stessi imbellettiamo la merce che siamo diventati. Ci mettiamo a disposizione del dispositivo della mercificazione, siamo alla sua portata: a quello che, tramite il denaro, il suo essere misura, rende ogni cosa equivalente a qualsiasi altra.

Roba da ricchi, ma con moderazione; nessuna nei confronti dell’accumulo, ma che non ci sia lusso. Il lusso permeato da calma e voluttà sono roba decadente, da poeti dell’ottocento. Il diritto al lusso è una causa rivoluzionaria. Lo sfarzo, che è una forma di accesso al lusso distruttiva, ostentativa, non rientra nei modelli computabili. La ricchezza nell’universo digitale, è un lasciar fare alla macchina, al tuo assistente personale che pianifica la tua giornata. Forse è questo il terrapiattismo.

Il valore in sé per sé per alcuni economisti, Marx compreso, sarebbe soltanto quello che si potrebbe verificare in una situazione sui generis tipo quella di Robinson sull’isola. «Tutte le relazioni tra Robinson e le cose che costituiscono la sua ricchezza sono semplici e trasparenti. In esse sono contenute tutte le determinazioni essenziali del valore», ma anche: «Il suo inventario (quello di Robinson) contiene un elenco degli oggetti d’uso che possiede, delle diverse operazioni richieste per la loro produzione, e infine del tempo di lavoro che gli costano in media determinate quantità di questi diversi prodotti. Tutte le relazioni fra Robinson e le cose che costituiscono la ricchezza che egli stesso s’è creata sono qui tanto semplici e trasparenti, che (è possibile) capirle senza particolare sforzo mentale. Eppure, vi sono contenute tutte le determinazioni essenziali del valore» (Marx pp.108-109).

Ma sull’isola, oltre a Robinson c’è anche Venerdì. Robinson tesorizza, fa qualcosa di comprensibile alla macchina. Venerdì, per Defoe, non ha voce in capitolo, ma per Tournier (nel suo “Venerdì o il limbo del pacifico”), Venerdì fa cose. Approfittando della momentanea assenza di Robinson, Venerdì prende il forziere dove Robinson tiene gli oggetti preziosi. «Le cerniere del coperchio saltarono via e ai piedi dei cacti si sparsero in sontuoso disordine stoffe preziose e gioielli» Con queste mercanzie Venerdì decora i cacti, «drappeggiando, aggiustando, indietreggiando per giudicar meglio dell’effetto ottenuto, spogliando all’improvviso uno dei cacti per rivestire un altro. Infine coronò l’opera distribuendo con eguale discernimento braccialetti, collane, pennacchi, orecchini, puntali, croci e diademi» (Tournier pp. 153-154) Dimostrando che privare le merci e le cose dagli orpelli mistici in cui sono immerse non è poi così facile. Ma le macchine questo non lo capiscono. Una comparazione è una comparazione! Un valore è un valore. Lo sfarzo non è computabile. Le qualità non lo sono, soltanto le quantità sono pane per le macchine. E, se le macchine, pretendono di servirci perché pensano di conoscerci, è più facile che conoscano Robinson, e  non Venerdì. Non bisogna accettare di confrontarsi sul terreno delle macchine. Sul terreno illuministico e progressista, sul terreno del tornaconto capitalista. Bisogna dare spazio allo sfarzo, ai corpi, ai sensi, alle relazioni materiali.

Già il potere che esprimeva delle governance in favore dell’ordine e del decoro, rifuggiva l’informale. Il mondo a governance algoritmica porta all’ennesima potenza questa forma di fobia. Impera il riconoscimento e il confronto. Il confronto in vista di un riconoscimento. La profilazione, la valutazione sono gabbie mentali che permeano l’universo sensibile del capitalismo digitale.

Dopo il “there is no alternative” (TINA), sempre della Thatcher, c’è il: “there is no such thing as society”, la società non esiste. C’è soltanto il mercato, la mano invisibile del mercato, il dispositivo del mercato, un meccanismo, in definitiva un altro algoritmo. Una funzione regolatrice che spiana le differenze comportamentali in vista della costruzione di un’umanità conforme al modello che le macchine hanno espedito. Una burocrazia capillare e più meticolosa che ormai vuole governare il mondo. Non c’è politica, non ci sono politicanti, soltanto burocrati, appendici biologiche della grande macchina, sue protesi.

La profilazione è una categorizzazione ma anche un inquadramento. Gli algoritmi sono già responsabili del rating delle persone. Per esempio quelli delle assicurazioni e quelli usati per determinare le probabilità di non presentarsi al processo durante le richieste di libertà su cauzione o nel caso di possibilità di recidiva nel commettere i reati, nelle procedure di scarcerazione prima dell’esaurimento della pena. Anche le assicurazioni automobilistiche ti profilano e ti valutano. Propongono infatti la famosa scatola nera che tramite accelerometri e GPS giudica il tuo modo di guidare assegnandoti un punteggio e un premio assicurativo adeguato. Continuo a sottolineare che il mio non è un atteggiamento anti modernista o luddista. Voglio semplicemente mettere in evidenza gli interessi che movimentano alcuni comparti, in un determinato tempo storico, con un determinato modo di produzione e con una particolare struttura sociale. Scavalcando anche la blanda affermazione che racconta la non neutralità della scienza, ma la neutralità di certi strumenti validi in astratto. Atteggiamento che giustifica il detto che un dato oggetto è soltanto uno strumento neutro che dipende dall’uso che se ne fa.

La questione è antica, anche se accantonata da molto tempo. È una questione infatti, che confligge con il pensiero positivista e illuminista occidentale. Si tratta del mito di Theuth contenuto nel Fedro di Platone. Socrate racconta che Theuth, divinità creativa egizia, andasse dal re Thamus, sovrano dell’Egitto, per sottoporgli le proprie invenzioni. Quando Theuth propose a Thamus la scrittura, la divinità si espresse con queste parole: «Questa conoscenza, o re, renderà gli egiziani più sapienti e più capaci di ricordare, perché con essa si è ritrovato il farmaco della memoria e della sapienza». La risposta del re non tardò ad arrivare: «O ingegnosissimo Theuth, c’è chi è capace di creare le arti e chi è invece capace di giudicare quale danno o quale vantaggio ne ricaveranno coloro che le adopereranno. Ora tu, essendo padre della scrittura, per affetto hai detto proprio il contrario di quello che essa vale. Infatti, la scoperta della scrittura avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché fidandosi della scrittura si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da se medesimi: dunque, tu hai trovato non il farmaco della memoria, del richiamare alla memoria. Della sapienza, poi, tu procuri ai tuoi discepoli l’apparenza e non la verità: infatti essi, divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza insegnamento, crederanno di essere conoscitori di molte cose, mentre come accade per lo più, in realtà, non le sapranno; e sarà ben difficile discorrere con essi, perché sono diventati portatori di opinioni invece che sapienti» (Platone, Fedro 274c – 275b).

Lo strumento scrittura ha delle prerogative intrinseche. Ha effetti che condizionano il comportamento e il modo di pensare. Riprendendo l’analisi di Derrida, la scrittura è una forma di pharmakon che «non può mai essere semplicemente benefico». Il pharmakon devia lo sviluppo normale e naturale dell’equilibrio corporeo sano o malato che sia, e il suo effetto è più o meno auspicabile all’interno non di una situazione astratta, ma di una collocata e contingente. Il pharmakon è rimedio o veleno a seconda della situazione. Così è della neutralità degli strumenti tecnici.

Avevamo già accennato al rating individuale di ogni cinese, al punteggio “sesamo”. Con questo strumento si è passati dalla “stretta” sorveglianza «a un’amministrazione automatizzata delle condotte» (Sadin p. 133). Sorvegliare e punire diventa: sorvegliare, profilare e valutare. Non ci sono pene in questo meccanismo, c’è soltanto un punteggio. È come la patente a punti. Ogni cittadino ha una dotazione iniziale di mille punti che aumenterà o diminuirà in base alle sue azioni. In base al punteggio il cittadino potrà o meno accedere a dei servizi, a un alloggio sociale o a un impiego pubblico. Siamo di fronte a un sistema sociale dove non c’è una soggettività che possa fare riferimento a concetti politici come popolo o moltitudine, semmai a quella di sciame.

Nello sciame la soggettività, la personalità, l’individuo hanno poco senso. Si agisce in funzione del bene dell’alveare, è una forma di solidarietà intra specie che salvaguardia principalmente la vita della regina che garantisce la riproduzione. Nell’universo fantascientifico di Star Trek, c’è una specie interconnessa che si muove come un corpo collettivo: i Borg che assimilano le altre specie. Sono due esempi che mettono in discussione il concetto di individualità, ma anche, in termini contro intuitivi, la capacità di queste strutture di fare massa comune, di fare della pluralità un noi. Di avere una qualche capacita di agency. L’apparente paradosso si scioglie nel momento che assegniamo ad ogni soggetto della moltitudine un’idea, un progetto, un movente che condiviso con gli altri trasforma un insieme informale in una massa critica. «Lo sciame non è contraddistinto da alcun accordo che compatti la moltitudine in una folla attiva» (Han p. 23).

La differenza è tra il dissolversi nella massa afasica e essere qualcuno – spesso anonimo – insieme agli altri anche se compattati in una massa. Una massa che sta per uno, che porta avanti l’istanza del noi, come fosse un solo individuo, che parla come uno. Nella sciame i singoli sono egualmente qualcuno, hanno un loro profilo. La loro relazione con gli altri si esaurisce però nell’atto di compattarsi per svolgere dei compiti. La moltitudine diventa massa critica all’interno di una relazione dialogica. Nell’universo digitale la classe si fa invece liquida, predomina lo sciame. Questo perché diminuisce il lavoro subalterno che viene esternalizzato a cooperative che raccolgono soggetti costretti a sfruttare se stessi. I soggetti non riescono a correlarsi in una sintesi che sia quel noi di cui parlavamo sopra. Lo sciame può essere eterodiretto. Lo sciame ha sempre in sé qualcosa di macchinico; i Borg di Star Trek sono dei cyborg, il loro corpo contiene infatti parti artificiali, sono una simbiosi tra umani e macchina. La contaminazione macchinica degli umani li cosizza agli occhi del capitale.

Continua…

Karl Marx, Il capitale, Editori Riuniti, Roma 1970.

Angélique del Rey. La tirannia della valutazione, elèuthera, Milano 2018

Michel Tournier, Venerdì o il Limbo del Pacifico, Einaudi, Torino, 1968

Èric Sadin, Critica della ragione artificiale – Una difesa dell’umanità, Luiss, Roma 2019

Byung- Chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale, nottetempo, Roma 2015

Platone, Fedro, Traduz. It. Susanna Mati, Feltrinelli, Milano 2013

Jacques Derrida, La farmacia di Platone, Jaca Book, Milano 1985, edizione originale francese 1972

Qui la I
Qui la II
Qui la III
Qui la IV
Qui la V
Qui la VI
Qui la VII
Qui la VIII

forse vuol dire che hai apprezzato il nostro modo di fare giornalismo.

Come sai la La Città invisibile è una rivista del tutto gratuita. Nessuno è costretto a pagare per informarsi in maniera libera e indipendente e contribuire così a diffondere una visione critica dei danni delle politiche liberiste.

Se ti piace quello che scriviamo sostieni le attività del laboratorio politico perUnaltracittà condividendo i contenuti che riterrai opportuno sui tuoi social e magari con un piccolo contributo: scopri qui come fare.

Grazie per averci letto, e buon tutto!

la redazione de La Città invisibile

Stampa il testo
The following two tabs change content below.

Gilberto Pierazzuoli

Attivista negli anni 70 . Trasforma l'hobby dell'enogastronomia in una professione aprendo forse il primo wine-bar d'Italia che poi si evolve in ristorante. Smette nel 2012, attualmente insegnante precario di lettere e storia in un istituto tecnico. Attivista di perUnaltracittà.

Ultimi post di Gilberto Pierazzuoli (vedi tutti)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Captcha *