La guerra, il nemico e il virus: cos’è che non va

Il contrasto della pandemia che dovrebbe essere il piano di competenza del sistema sanitario nazionale si sta trasformando, nelle narrazioni mainstream, in una guerra al virus che ci vede tutti coinvolti non soltanto come vittime ma anche come elementi di contrasto; una forma di guerra totale che ha i suoi lemmi: battaglia, trincea, presidio; uso dell’esercito, non soltanto citato all’interno della metafora, ma realmente dispiegato. Questa terminologia ha effetti ansiogeni diventando moltiplicatore di quella paura che è ormai diventata una dimensione esistenziale diffusa, alimentata anche da quei dispositivi di potere che attraverso di essa trovano giustificazione al loro esercizio.

La paura è un meccanismo gestito inizialmente dall’apparato reattivo che fa parte della zona più antica del nostro cervello e del sistema nervoso. Parte che serve, per esempio, a farci arrestare di fronte a un precipizio che improvvisamente ci si para davanti, ma è anche una sensazione pervasiva che tiene all’erta i nostri percettori. Quando la paura è diffusa, la sensazione si mescola con l’angoscia che invece può avere altre origini. Attenzione, la paura non porta di per sé a un atteggiamento di aggressività, anzi il più delle volte stimola i soggetti individuali a proteggersi a vicenda.

La dimensione umana è quella di un’apertura al mondo. Per l’antropologia filosofica siamo un soggetto in divenire, in relazione con le cose umane e non umane, biologiche o meccaniche (gli attrezzi e le macchine) spesso in simbiosi o in ibridazione con l’altro, anch’esso di origine relazionale. Il soggetto sarebbe dunque plurale. In questo si concretizzerebbe l’apertura al mondo. Ma l’apertura è per molti di questi autori anche quella che determina una forma di angoscia esistenziale costituita dalla non determinatezza dell’essere. La mancanza di un’identità data una volta per tutte, comporta la nostra dimensione e l’angoscia relativa. Meccanismi come la simpatia e l’empatia sono quelli che sciolgono l’angoscia. La precarietà è invece un amplificatore dell’angoscia, la precarietà provoca la paura diffusa.

L’evocazione di termini riferiti ad ambiti nei quali la nostra esistenza si fa precaria è anch’esso un amplificatore dell’angoscia e della paura. Rispondere a un questionario che ti chiede di valutare il grado della tua sicurezza/insicurezza, ne aumenta la percezione, aumenta l’angoscia trascinandoci in una spirale e innestando così un loop ricorsivo. La visione poi dei presidi militari per le strade complica ancora di più la questione.

I dispositivi di potere hanno un funzionamento bidirezionale: top down e bottom up. Quindi, anche la paura. I rappresentanti del potere, i suoi amministratori, quando parlano di insicurezza tendono a percepirla di più per lo stesso effetto che agisce sui cittadini. L’angoscia rimanda a un rifugio; l’angoscia che si contrae in paura, potenzia il rifugio. In piena crisi pandemica le chiusure fanno precipitare fasce importanti della popolazione nell’indigenza, cosicché amministratori annichiliti dagli eventi, arrivino  a proporre: “Aiuti alle famiglie in difficoltà economica per mettere al sicuro la casa dai furti“. Il fatto è o che sono dementi (possibilità da non escludere) o sono essi stessi vittime di questa perversione. Rinforzare il rifugio eccede così nel chiuderne le soglie, erigere fortificazioni, entrare in un regime di belligeranza.

La dinamica amico-nemico ha segnato le riflessioni sul diritto internazionale, fondamentale in questo campo il lavoro di Carl Schmitt. La guerra è anche un’istituzione con le sue regole «con le sue chiare distinzioni fra guerra e pace, militare o civile, nemico e criminale, guerra fra stati e guerra civile» (Schmitt, p. 49). Da questo per esempio la conferenza dell’Aja e le convenzioni di Ginevra. Determinare se quello che hai di fronte è amico o nemico, rientra in una dinamica universale sulla quale operano i meccanismi dei quali parlavamo prima. La guerra si distingue allora in guerra esterna e interna; poi dalla guerriglia, dalla lotta partigiana e dalla rivolta degli insorti. Con essa cambia la percezione del nemico. Nella guerra istituzionalizzata significativa è la regolarità del nemico che si percepisce attraverso una divisa ben riconoscibile, per poi diluirsi in tutta la casistica che va dall’esercito prussiano agli interpreti della rivoluzione culturale di Mao Zedong. Dai franchi tiratori della guerra franco-prussiana, ai partigiani italiani durante l’occupazione nazista, si ha tutta una panoplia di possibili nemici da fronteggiare o meno, o di fronte ai quali trincerarsi.

Se il nemico è il virus e se belligeranza debba essere, sia. Ma il virus, al di là delle metafore, non ha niente del nemico con il quale guerreggiare. Non ha divisa, infatti muta. Non ha parte e quindi non è partigiano; non si può fronteggiare perché lo si inala. Se c’è qualcuno da fronteggiare è spesso l’amico che diviene il possibile untore. La diffusione di un lessico bellico può avere così l’esito del fuoco amico.

Tramite il concetto di amico-nemico si ha che anche i nemici possono esigere un giusto trattamento, o anche semplicemente, che si possa con essi, ad esempio, patteggiare una tregua. Ne resta fuori una figura particolare che in quanto “nemico di tutto il genere umano”: «il pirata [che] infatti non è annoverato fra i nemici legittimi, ma è il nemico comune di tutti, e con lui non possiamo avere in comune né la fede né il giuramento» (Heller-Roazen, p. 16).

Altro aspetto che accomuna il virus al pirata è l’extraterritorialità della sua azione. Una regione al di fuori di ogni giurisdizione territoriale (spesso il mare, ma anche l’aria, ma non è esclusa la terra) e attori non riconducibili ad uno stato costituito. Ma poi entrano in gioco le labili separazioni tra le categorie che distinguono il fare criminale da quello politico e le definizioni stesse di guerra e di “genere umano” per le quali si avranno soggetti inclusi ed esclusi e guerre giuste, guerre auspicate, guerre preventive.

L’equiparazione dello “statuto” del virus a quello del pirata è però pericolosa. Il pirata, incarnando il nemico di tutti e quindi anche di questo sistema, si muove in un territorio ambiguo dove può raccogliere le simpatie degli oppositori del sistema stesso, le nostre simpatie. Cosa che allora ci dovrebbe far diventare simpatico il virus.

La guerra, e il concetto derivato di nemico-amico, non sono allora metafore epidemiologicamente corrette, ma non solo, hanno infatti l’effetto di consolidare la sensazione di angoscia e paura che pervade la vita degli umani in un mondo competitivo invece che collaborativo. Capitale docet.

Danilo Zolo, Sulla paura. Fragilità, aggressività, potere, Feltrinelli, Milano 2011; Carl Schmitt, Teoria del partigiano, Adelphi, Milano 2005; Daniel Heller-Roazen, Il nemico di tutti, Il pirata contro le nazioni, Quodlibet, Macerata 2010.

*Gilberto Pierazzuoli

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Gilberto Pierazzuoli

Attivista negli anni 70 . Trasforma l'hobby dell'enogastronomia in una professione aprendo forse il primo wine-bar d'Italia che poi si evolve in ristorante. Smette nel 2012, attualmente insegnante precario di lettere e storia in un istituto tecnico. Attivista di perUnaltracittà.

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