Debutta la Storia nel “Giorno del Ricordo”, le foibe come non ve le hanno mai raccontate

Un libro di rapida e facile lettura, destinato a un pubblico vasto che ha voglia di scrollarsi di dosso venti e passa anni di falsità e propaganda su uno dei temi più travisati del dibattito politico italiano: quello dell’esodo giuliano e degli infoibamenti durante la Seconda Guerra Mondiale. Lo ha scritto lo storico torinese Eric Gobetti per Laterza e si intitola “E allora le foibe?” riprendendo il tormentone introdotto da Caterina Guzzanti per liquidare in una battuta la pochezza della destra italiana quando è obbligata a fare i conti con la storia del Novecento.

Il lavoro di Gobetti è il secondo della collana “Fact Checking: la Storia alla prova dei fatti” diretta per l’editore pugliese da Carlo Greppi. L’obiettivo è quello di far emergere, ripulire, contestualizzare, raccontare – come l’archeologia fa con i resti delle antiche civiltà – la Storia, quella che nasce dalla ricerca e si basa sui fatti, sulle cose realmente accadute e che ha il merito di far dubitare prima, e smontare poi, quelle “verità ufficiali” figlie di mistificazioni, di imbrogli retorici, di convenienze politiche.

Nella retorica politico-culturale italiana, quella dei telegiornali e delle fiction, dei partiti dominanti e, purtroppo, anche delle istituzioni, a partire dalla Presidenza della Repubblica per arrivare all’ultimo dei Comuni, le foibe sono la “pulizia etnica”, il “genocidio”, compiuto dai barbari comunisti jugoslavi ai danni dei poveri e indifesi civili italiani. Nel 1943, dopo l’8 settembre, e nel 1945, finita la guerra, “centinaia di migliaia”, “un milione!” di persone sono state prima arrestate, poi torturate e infine infoibate, cioè gettate vive negli abissi e nelle voragini tipiche dei terreni carsici e così diffuse nel teatro di guerra dell’Alto adriatico.

Se questa scena vi è familiare è allora necessario alzare il sipario su quanto avvenne nella realtà in quei mesi della Seconda Guerra Mondiale, in quella fascia di territorio che all’improvviso diventò uno dei punti chiave della Guerra fredda che avrebbe sconvolto tutto il secondo Novecento. Fu infatti proprio nel maggio del 1945, nel pieno della crisi di Trieste, che Churchill utilizzò per la prima volta l’espressione “cortina di ferro” in un telegramma al presidente americano Truman. Da quel momento, liquidati nazisti e fascisti, iniziava il nuovo conflitto tra il blocco occidentale liberale e quello comunista sovietico. Con tutti i riposizionamenti del caso.

Eric Gobetti, uno storico che alla ricerca d’archivio unisce la ricerca testimoniale sul campo, compie in un centinaio di pagine un lavoro egregio nel ricostruire il contesto storico in cui si inserisce il fenomeno delle foibe. Chi avesse la ventura di leggere i nove capitoli di “E allora le foibe?” apprenderebbe ad esempio che i territori oggetto della discussione, a partire da Trieste, non sono – sorpresa! – “italiani da sempre”. Trieste è italiana solo dal 1918, è stata per secoli – quando il concetto di nazione non esisteva ancora – sotto l’impero asburgico, multietnico e meticcio. Per comprendere meglio il livello di complessità basti citare la storia del triestino Guglielmo Oberdan (in tutte le città italiane c’è una piazza o una strada a lui intitolata): si chiamava Wilhelm Oberdank e aveva nome tedesco, cognome sloveno e identità italiana.

La ricerca di Gobetti illumina i numeri reali, soffocati dalla propaganda, che raccontano di un fenomeno, quello degli infoibati, che ha coinvolto alcune migliaia di persone, intorno alle 5.000, e che – sorpresa! – non erano solo italiani ma anche slavi. I processi sommari, le violenze e gli assassini compiuti dalla Resistenza jugoslava erano infatti “politici” non “etnici”. In sostanza i titini, tra le file dei quali militavano – sorpresa! – tra i 20.000 e i 30.000 italiani in armi, colpivano i nazisti, i fascisti, i collaborazionisti di qualsiasi provenienza: italiani, sloveni, croati, tedeschi. E questo succedeva in tutta Europa, perché sul Carso come in tutto il continente c’era una Guerra Mondiale.

L’altro fenomeno associato alle foibe è quello dell’esodo. Almeno 300.000 italiani costretti a lasciare dalla mattina alla sera le loro case oltreconfine, in quella Jugoslavia che non li voleva più. Gobetti anche qui ci offre un contesto e una realtà più complessi: gli esodi in Europa, causati dalla Guerra Mondiale, hanno coinvolto decine di milioni di persone ovunque. Non solo. Solo pochi italiani sono stati cacciati dalla sera alla mattina – come ci racconta la propaganda – perché il fenomeno dell’esodo giuliano è durato – sorpresa! – all’incirca 15 anni (dal 1941 al 1956) e ha visto protagonisti italiani e italofoni che sceglievano di non permanere in un paese comunista. Molti di essi, infine, erano parte di quegli “italianissimi” esodati al contrario per volere di Mussolini durante l’occupazione di Istria e Dalmazia. Un’occupazione di uno Stato fascista, totalitario, violento, che – anche in tempo di pace – negava le differenze, imponeva un’unica appartenenza nazionale e obbligava chiunque ad italianizzarsi.

In “E allora le foibe?” scopriamo anche che la retorica usata oggi dai fascisti, e che permea il dibattito mainstream, è diretta emanazione, se non addirittura un grezzo scopiazzamento – nelle modalità, nel linguaggio, negli slogan, nelle bugie e nell’uso delle immagini -, della propaganda anticomunista del Terzo Reich. Già, perché l’area dell’esodo e delle foibe, nel biennio 1943-1945, non era Italia bensì Germania. La provincia tedesca si chiamava “Zona d’operazioni del Litorale adriatico” e comprendeva i territorio di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana.

Gobetti mostra inoltre pieno rispetto per la memoria, per le memorie, delle vittime, di chi ha subito la violenza jugoslava, di chi ha avuto familiari uccisi, di chi ha scelto o è stato costretto a lasciare la sua casa e la propria terra. Con un’avvertenza: se la memoria di queste persone deve essere rispettata e i meccanismi psicologici che ne derivano possono essere compresi nella biografia personale, questa memoria non può trasformarsi nella chiave interpretativa di un fenomeno storico più vasto e complesso.

Questo rispetto non lo hanno invece tutte quelle forze politiche che, a partire dalla caduta del Muro di Berlino in poi – hanno usato le vittime e le parole “foibe” ed “esodo” come una clava per accreditarsi al governo del Paese (è il caso dei post fascisti di Alleanza Nazionale e dei post comunisti dei Democratici di Sinistra), per raccogliere voti in funzione anticomunista (la Democrazia Cristiana), per negare la Storia, instillare odio e fomentare movimenti politici extra-costituzionali nel caso dei fascisti in tutte le loro forme, organizzate o meno. Non è un caso che proprio questi ultimi stanno conducendo una campagna di odio online nei confronti dell’autore di questa ricerca.

Il fact checking di Eric Gobetti va letto e diffuso, soprattutto nelle settimane che si avvicinano al 10 febbraio, data in cui si celebra il “Giorno del Ricordo” che il Parlamento italiano ha istituito per ricordare “i drammi prodotti dal nazionalismo, dal fascismo, dalla violenza ideologica, dalla guerra, e dalla sconfitta militare di un paese mandato al macello da Mussolini e da un’élite politica militare ed economica che” – ci avverte Gobetti – “non ha mai pagato per le sue colpe”. Altro che “italiani buona gente”. E soprattutto va letto e compreso per rispondere a tono al primo che stronca un dibattito urlando in faccia all’interlocutore informato, con la pochezza tipica di ogni slogan, “E allora le foibe?”.

Cristiano Lucchi

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Cristiano Lucchi, giornalista e mediattivista, ha fondato e diretto l’Altracittà – giornale della periferia. Ha pubblicato “Autopsia della politica italiana” (2011), “L’imbroglio energetico” (2012), “Il Laboratorio per la Democrazia. La politica dal basso” (2012). È un attivista di perUnaltracittà.

Una risposta

  1. Roberto Renzoni ha detto:

    Ottimo articolo. L’Italia non si è limitata a questo sul quale l’articolo si diffonde con competenza ma ha proseguito; qui bisogna rivolgersi a Massimo che dovrebbe ricordarsi bene i bombardamenti liberatori sul resto della ex Yugoslavia divisa in repubbliche. Naturalmente dietro c’erano gli Stati Uniti, allora “democratici”.

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