Genova 2001, un movimento di liberazione represso perché aveva ragione

Alessandro Santoro indossa una maglietta nera sulla quale è riprodotta una famosa opera di Banksy: il manifestante che lancia un mazzo di fiori, anziché una molotov. E’ un’immagine perfetta per parlare del G8 di Genova, che Alessandro ha vissuto da protagonista: prima, durante e dopo le giornate del luglio 2001.

Alessandro, come si arrivò a Genova? In che clima?
Ricordo un grande fermento: una fase di kairos, per dirla con il greco antico. Si erano rotti i muri di diffidenza che tenevano separati i diversi gruppi, i diversi modi di pensare. C’era, da parte di tutti, la volontà di includere, di costruire – lo dico con le parole di don Tonino Bello – una convivialità delle differenze. Io, ma direi l’intera comunità delle Piagge, sentivamo che potevamo stare con gli altri da protagonisti, non da tollerati o da ospiti. La forza dello spirito di Genova era in questo clima speciale.

Alessandro Santoro ai tempi dei Social Forum

Come si era creato?
Credo che dipendesse da due elementi. Il primo era una presa d’atto: occorreva cambiare e prendere tale direzione, per non ricadere negli errori del passato. C’era l’esempio dell’America Latina, con i movimenti popolari capaci di mantenere una spinta di lunga gittata nonostante le differenze interne e i governi attestati su posizioni opposte. Pesava anche lo sgretolamento degli apparati di partito, avvenuto negli anni ’90, che aveva indotto a muoversi verso un nuovo arcobaleno di possibilità. Il secondo elemento è che affiorava l’idea che la lotta, la difesa della Terra, la liberazione dei popoli fossero un bene comune. Si metteva da parte la logica di schieramento: la propria verità era all’interno di una verità più larga. Ognuno manteneva la propria struttura, la propria autonomia, ma c’era una dimensione comune, una visione che non poteva essere posseduta da nessuno. Certo rimanevano certe conflittualità; le difficoltà in quella fase non sono mancate. Ma prevaleva ed era trasversale l’indisponibilità ad accettare oltre le disuguaglianze, le ingiustizie che avevamo di fronte. Lo spirito di Genova è stato costruito così, con la capacità di accettarsi reciprocamente, come isole che si uniscono e si riconoscono come parti di un arcipelago. A Genova eravamo insieme: le suore di clausura e i monaci buddisti a Boccadasse e i Disobbedienti allo stadio Carlini. Ogni forma di lotta non negava e anzi riconosceva l’importanza delle altre forme di lotta. Era questa la forza del movimento, la sua capacità di non sgretolarsi nemmeno di fronte agli attacchi politici e mediatici. Nel pre Genova c’è chi lavorò per tentare di frammentare ciò che si stava unendo, ma senza riuscirci. Siamo arrivati a Genova insieme. E’ l’unione di forze così eterogenee che ha fatto paura al potere. E’ questo che spiega quello che poi è successo, la violenza istituzionale.

Com’è stata la tua Genova?
Nelle spirito che dicevo, sentivo il bisogno di fare da cerniera fra le diversità. Ero in contatto con don Vitaliano Della Sala e don Andrea Gallo e insieme abbiamo deciso di partecipare al corteo dei Disobbedienti del 20 luglio. Volevamo legittimare quella forma di lotta, che veniva indicata dai media come un pericolo. Era uno spauracchio. Con Vitaliano siamo stati nel gruppo di contatto, davanti alla testa del corteo, con don Gallo parlavamo al telefono. C’era l’idea di passare, simbolicamente, la zona rossa: per dire che non accettavamo quel confinamento. “Voi G8, noi 6 miliardi” era lo slogan di quei giorni. E’ stata una delle poche volte in cui mi sono sentito davvero a mio agio in un corteo. Non era una folla indistinta, quella evocata anche da Gesù. Qualcosa accomunava tutti in quel corteo: il rispetto, la reciproca protezione, pur nella diversità dei linguaggi. Quel corteo tenne un comportamento esemplare: migliaia e migliaia di persone in marcia e nulla venne toccato, nessun episodio negativo, nonostante il clima di tensione che era stato creato nell’attesa di chissà quali violenze e disordini. Poi fummo attaccati. Ci fu la carica a freddo dei carabinieri in via Tolemaide.

Come ricordi quel momento?
Ricordo il pianto. E non so se le lacrime nascessero dalla disperazione di vedere tutto frantumato in quel modo o dai lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. Probabilmente le due cose insieme. Ci avevano fermato in corrispondenza del sottopassaggio della ferrovia. E nonostante il nostro tentativo di parlare coi funzionari della Digos, ci attaccarono. Sono cose conosciute. Da lì sono partiti gli scontri che portarono all’uccisione di Carlo Giuliani in piazza Alimonda. Ricordo ancora il comportamento straordinario della gente di Genova. A carica in corso, durante gli scontri, con la gente che cercava di fuggire, si aprirono improvvisamente i portoni dei palazzi. La gente ci dava rifugio. Io stesso riuscii ad arrivare sul viale principale passando attraverso i cortili. C’era gente che sanguinava, colpita dai manganelli.

Arrivasti in piazza Alimonda?
Ci arrivai in tempo per vedere il Defender dei carabinieri che se ne andava, passando sul corpo di Carlo, anche se sul momento non me ne resi conto. La polizia circondò immediatamente la zona, non permetteva di passare. Ma capimmo subito che cosa era successo. Il corpo di Carlo era a terra. Eravamo andati oltre il pensabile.

Che facesti a quel punto?
Girai nelle strade intorno, era come un guerra. Una disperazione. Ci ritrovammo poi tutti in piazzale Kennedy, sul lungomare.

Qual era il tuo stato d’animo?
Cito Stefano Massini: un senso di schifo. Non so come altro dirla. Non avrei mai pensato che saremmo arrivati a tanto. E’ stato detto da tanti: fu una mattanza, la sospensione della democrazia. La mia reazione, nell’immediato, fu una ricerca di silenzio. Stavo male, e non solo per il senso di fallimento di quella giornata; più in generale, mi chiedevo: dove mi trovo? Ripartii la sera stessa per Firenze. Non rimasi per il corteo del giorno successivo.

Perché?
Perché pensavo che bisognasse contrapporre all’assurdo che era accaduto, un enorme scatto di dignità. Facendo qualcosa di sorprendente. Magari un corteo pieno di gente ma in totale silenzio, o meglio ancora un immenso sit-in dentro la città. Non avrei riconosciuto al potere la possibilità di colpire ancora secondo copione. Le circostanze spinsero in un’altra direzione. E ci furono nuove cariche, nuove violenze.

Di quei giorni ti rimane solo lo schifo?
Dallo schifo sono passato al pensiero che se sono arrivati a tanto, cioè a una controffensiva così violenta e sistematica, è segno che avevano paura di quel popolo in movimento. Per un certo verso, un segno di debolezza. Per cui mi sono detto: forse stavolta siamo stati davvero incisivi, siamo stati davvero il granello di sabbia in un ingranaggio perverso. Ho pensato: si è costruito qualcosa, forse il fiume può proseguire il suo corso.

E’ andata così, secondo te?
Diciamo che per un po’ è durata. Il Social forum europeo di Firenze dell’anno successivo, il 2002, è stato un’esperienza meravigliosa. Pur nelle difficoltà, aveva prevalso il desiderio di non fermarsi, di evitare di scaricare le colpe gli uni sugli altri. Si era riusciti a dare una risposta collettiva, eravamo ancora portatori di un’utopia concreta, di una convivialità nelle differenze. E insieme alle lotte erano cresciute anche le competenze: si erano avvicinati intellettuali, professori, il livello del confronto era molto alto. Forse, senza Genova, questi contributi non ci sarebbero stati: tale e tanta era stata la violenza istituzionale, che era cresciuto nell’immediato il desiderio di contrastare questo gigante dai piedi d’argilla.

L’onda di Genova e dei Social forum non è durata a lungo. Perché?
Perché come al solito ognuno è tornato a pensare a se stesso, alla propria ricerca di consenso, a farsi paladino solitario delle rivendicazioni. Si è chiusa la stagione del confronto serrato fra le persone ed è riaffiorato il leaderismo. Alcuni hanno anche pensato che la rappresentanza istituzionale potesse dare forza al movimento, che invece si è spento. La forza propulsiva era proprio nell’essere movimento, che trae forza anche dalle sue fragilità.

Quale percorso sarebbe stato possibile?
Restare movimento popolare. Radicarsi localmente in esperienze concrete e alimentare un immaginario nuovo. Dimostrare che altri modi di vivere sono possibili, uscendo dalla logica della contrapposizione noi/voi e restando sul terreno delle pratiche concrete. Per noi alle Piagge questo terreno è stata la finanza mutualistica e solidale, con la nascita della Mag: se esperienze del genere si fossero moltiplicate e messe in rete, il percorso del movimento sarebbe stato un altro.

Che cosa rimane vent’anni dopo?
L’insofferenza. Perché sono rimasti loro, i nostri avversari. E’ sempre più forte l’insofferenza alla logica dominante, ma è sempre più forte anche il senso di impotenza. E continua a mancare una visione d’insieme, nella quale credere e che si possa mettere in pratica. Lo spazio dell’immaginario è molto importante e va continuamente alimentato; soprattutto per chi vive in condizioni difficili, è necessario sapere d’essere parte di qualcosa di più grande. Nel 2001 si diceva ‘agire localmente, pensare globalmente’: era un’impostazione corretta.

Qual è il tuo stato d’animo oggi?
Noi siamo ancora qui, ma non si riesce più a rimettersi insieme: questa è la nostra disperazione. Ciascuno tende a pensare a se stesso. E’ uno degli effetti del capitalismo e di quello neoliberista in particolare. Un sistema al quale apparteniamo anche se diciamo di opporci, perché il vero sì a una vita diversa è fatto dai no che diciamo ogni giorno. In questo senso il movimento di Genova era stato davvero un movimento di liberazione: io l’ho vissuto così. Oggi non riusciamo più a costruire insieme, forse abbiamo introiettato una sorta di ineluttabilità di questo sistema.

Nel tuo essere prete e attivista hai tratto ispirazione da esperienze importanti dell’America Latina. Ti parlano ancora?
In America Latina il sistema liberista continua a mietere vittime giorno dopo giorno, come e più che da noi. I movimenti sociali però continuano a vivere. La loro forza è stata nella capacità di alfabetizzare le coscienze, grazie a una spiritualità – teologica ma anche laica – che porta a essere un movimento della liberazione permanente. Un movimento che si oppone a un sistema che viceversa crea la stasi. L’America Latina è ancora una realtà cui guardare e da cui trarre ispirazione. Io ho sempre sostenuto che non c’è movimento in grado di reggere a lungo senza una spiritualità e nell’esperienza che ci ha portato a Genova ho sempre sentito di essere accettato e compreso in questa visione, anche da chi era più lontano da noi. In quel movimento c’era la capacità di ascoltare.

Lorenzo Guadagnucci
(pubblicato su Fuori Binario)

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