Dossier Coronavirus

Dossier – Coronavirus – Edizione del 31 marzo 2020

Abbiamo riunito qui alcuni degli articoli riguardanti l’emergenza pandemica offrendo così un servizio ai nostri lettori che troveranno quelle informazioni e quei ragionamenti che si sperano essere di aiuto per orientarsi in questo egualmente pandemico universo della comunicazione. Un dossier aperto che avremo cura di aggiornare con articoli sia di cronaca sia di riflessione critica. Questo l’indice dei pezzi:

 

Come la sanità privata trae profitto dalla crisi Coronavirus
31 marzo – di Redazione

Emergenza Coronavirus, serve il Reddito universale per sovvertire il sistema che ha fallito
31 marzo – di Cristiano Lucchi

Il coronavirus non porta consiglio
30 marzo – di perUnaltracittà

Il virus non è uguale per tutti
27 marzo – di Gian Luca Garetti

Emergenza coronavirus: il Governo concede all’industria delle armi di “auto-regolamentarsi” mentre stringe le maglie di economia e spostamenti personali
26 marzo – di Sbilanciamoci

Quanto è pericoloso COVID-19?
24 marzo – di Gian Luca Garetti

No, non andrà tutto bene
16 marzo – di Gian luca Garetti

Coronavirus: effetti collaterali
23 marzo – di laboratorio perUnaltracittà

Il carcere al tempo del virus
20 marzo – di Maurizio Zordo

Emergenza Coronavirus e carceri sovraffollate: servono pene alternative, amnistia e indulto
11 marzo –  di Potere al Popolo

Il contagio della lotta, il protocollo della vergogna. La prima settimana per chi lavora ai tempi della pandemia
15 marzo – di CENTRO POPOLARE AUTOGESTITO Fi-SUD

#iorestoacasa. E chi la casa non ce l’ha?
15 marzo – di laboratorio perUnaltracittà

La colonna infame
12 marzo – di Massimo De Micco

Coronavirus, stiamo a casa, ma non in silenzio
12 marzo di – Marco Bersani, Attac Italia

I limiti dell’ubbidienza Per una critica del capitalismo digitale
15 marzo – di Gilberto Pierazzuoli

Coronavirus, lavoro e turismo, adesso conviene… comprare
15 marzo – di Stefania Valbonesi

Coronavirus, ciechi e sordi di fronte alle altrui fragilità
10 marzo – di Antonio Fiorentino

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Il virus non è uguale per tutti

Al tempo di Covid-19 ci sono gruppi di popolazione più vulnerabili, invisibili.  Fra questi (oltre ai lavoratori costretti sui luoghi di lavoro senza misure di sicurezza, che meritano un articolo a sé), gli anziani ricoverati nelle Rsa, chi soffre di disturbi psichici, chi è senza permesso di soggiorno, le donne vittime di violenza domestica. Di questo e altro si sta occupando la rivista Monitor, da cui riprendiamo ampi stralci.

Il tempo dello stare non è per i ‘figli di un virus minore’ 

‘Spesso in questi giorni ho sentito dire che dobbiamo provare a goderci questo tempo dello stare, –scrive su Monitor la giornalista Marzia Coronati – mettendo in pausa per un poco il tempo del fare, ma questo evidentemente è solo un privilegio per qualcuno.’

Non è per chi si trova senza permesso di soggiorno

Qui parliamo dei sikh dell’Agro Pontino, come simbolo di tutte quelle centinaia di migliaia di persone che vivono e lavorano in Italia, a nero, senza il permesso di soggiorno, dalle badanti ai braccianti.

«Noi indiani ogni mattina ci alziamo prima di tutti. Dio ci chiede di pregare per tutti, anche per il padrone. Io lo faccio. Poi vengo a lavorare in bicicletta», ha raccontato al sociologo Omizzolo un bracciante indiano. La comunità sikh dell’Agro Pontino oggi conta circa trentamila persone, uomini e donne che dai primi anni del nuovo millennio si sono insediati in questi territori. Avevo letto di loro, del percorso di migrazione che dal Punjab li ha portati in questa terra di bonifica e delle inaccettabili condizioni di lavoro a cui sono sottoposti, nei numerosi studi condotti da Marco Omizzolo, sociologo e ricercatore di Sabaudia, che nel 2008 ha iniziato un percorso di indagine sulla comunità indiana dell’Agro Pontino. Omizzolo ha dato vita a un osservatorio permanente sulle condizioni di vita e lavoro dei braccianti, attività che gli è costata e gli continua a costare pesanti minacce e aggressioni, ma che ha prodotto risultati grandiosi, come gli scioperi del 2016 e del 2019 che hanno visto migliaia di persone scendere in strada e denunciare le condizioni. “Questi lavoratori rischiano di diventare un focolaio, se dovesse scoppiare l’epidemia tra di loro sarà molto difficile intercettarla per tempo, lo sapremmo troppo tardi”. Spesso senza documenti, in difficoltà con la lingua italiana, impiegati a nero, i braccianti hanno evidentemente una relazione complessa con il Sistema sanitario nazionale e probabilmente si rivolgerebbero solo in uno stato avanzato di malattia al pronto soccorso. «Queste persone vivono in una periferia perenne, soprattutto le donne. Negli anni sono mancati i servizi di mediazione, se ci fossimo organizzati per tempo probabilmente oggi, nel mezzo di questa emergenza, sarebbe più facile comunicare”, mi dice amareggiato il sociologo Marco Omizzolo, che aggiunge: “Se sul luogo di lavoro poco è cambiato, nelle pratiche quotidiane la comunità sta attrezzandosi, in questi giorni i templi sono stati chiusi e questo per i sikh costituisce un grande gesto, in generale le famiglie tendono a evitare momenti di aggregazione».

Il tempo dello stare non è per chi soffre di disturbi psichici

Restare a casa può essere devastante, anche per i familiari, di chi soffre di crisi di aggressività,  di depressione, di demenza etc etc.

Il peso dell’assistenza psichiatrica, nel tempo del COVID-19, ricade quasi interamente sulle spalle delle famiglie. “Aumentano i Trattamenti Sanitari Obbligatori. Immaginate, vi prego, in questo periodo di clausura forzata che determina, per tutti, un aggravio di sofferenza psichica, chi, già paziente psichiatrico in cura ai servizi territoriali, non può più accedere a centri diurni e attività ambulatoriali, ed è costretto a restare chiuso in casa per intere giornate con i suoi fantasmi, le sue paure, i suoi deliri, i suoi attacchi di panico, la sua depressione, tutti acuiti dall’isolamento, dalla riduzione di relazioni, dall’assenza di cure che non sia la mera somministrazione di psicofarmaci”.

“Sto vivendo con mio figlio ed è devastante! Per lui, per me. La casa non è neppure una prigione, ma un campo di battaglia e siamo allo stremo delle forze. Distrutta la quotidianità, ferma la riabilitazione, ferme le terapie, interrotta l’assistenza di base, l’assistenza alla persona e l’assistenza educativa. Abbandonati a noi stessi. La clausura forzata unita alla mancanza di supporto sfociano in una frustrazione incontenibile che diventa pericolosa per chi non è in grado di gestirla o esprimerla. È devastante”.  Si legge in Figli di un virus minore.

I Centri di salute mentale sono contingentati

Restano aperti i Centri di salute mentale, è vero, – ma la maggior parte svolge un’azione estremamente contingentata, per lo più limitata alle situazioni in cui è inevitabile la somministrazione in loco dei farmaci o si rende improcrastinabile una prima accoglienza, tra l’altro resa ancora più complessa dalla assoluta carenza di adeguati mezzi di protezione individuale, con i pochi a disposizione tenuti spesso “in riserva” per le esigenze di eventuali trattamenti sanitari obbligatori (una carenza che limita ulteriormente gli interventi domiciliari, ridotti, nei fatti, ai casi indifferibili). Per ora si segnala una grande collaborazione e responsabilità da parte degli utenti, che in alcuni casi stanno aiutando loro un sistema che sembra allo sbando, ma certo, procrastinandosi la situazione emergenziale, aumenteranno le difficoltà quotidiane. Come è necessaria la responsabilità di tutti per combattere il Covid19, così, è necessario e improcrastinabile l’impegno di tutti, istituzioni e singoli cittadini, perché, oggi più di ieri, chi è più fragile non venga lasciato solo, isolato, abbandonato, scrive Antonio Esposito

E la situazione non migliora se spostiamo lo sguardo sui servizi residenziali.

Crescono le emergenze sanitarie nelle Rsa

E’ un’emergenza dentro l’emergenza, che si fa nel silenzio delle relazioni interrotte. Sembra che stia passando la convinzione che, volente o nolente, gli anziani debbano sacrificarsi su questi nuovi altari della politica, della sanità, della produzione, della società globalizzata ai meri fini del profitto. Già, perché sono tanti gli anziani che in tutta Italia si stanno contagiando e stanno morendo nelle Rsa, invisibili nel glaciale conteggio statistico che rende le morti numeri, cancellando volti e storie. E, con loro, corrono grandi rischi anche gli operatori che continuano il lavoro di assistenza, si contagiano, si ammalano, a volte muoiono, ma pure loro sembrano figli di un virus minore. 

Il profumo di Basaglia: Gorizia fa eccezione

Qui i precedenti investimenti in salute mentale, una lungimirante governance del comparto e la storica interconnessione tra pubblico e privato hanno determinato una positiva riorganizzazione dei servizi.

«L’obiettivo è di presidiare il territorio e intercettare in tempo ogni segno di possibile crisi, di allentare la solitudine, di sostenere le persone nella gestione della vita quotidiana affinché vivano al meglio questo periodo di profonda crisi – ci spiega Donatella Lah operatrice di una cooperativa sociale – Si è dato vita a una campagna telefonica di sostegno e aiutiamo gli infermieri a rispondere quando le persone chiamano perché hanno bisogno di scambiare quattro chiacchiere, per attenuare la solitudine o per trovare un aiuto nella gestione dell’ansia. Gli operatori del privato sociale collaborano con gli infermieri anche per portare alle persone la terapia che non può più essere somministrata in Csm (Centri salute mentale), per fare la spesa a chi ha difficoltà a farlo in autonomia. Aiutano nelle incombenze burocratiche (pagamento bollette, affitti, ecc.), si recano a casa per vedere come stanno ed eventualmente per fare insieme a loro una piccola passeggiata intorno all’isolato o per aiutarli con le attività domestiche o per portare i pasti. Questo intervento è su tutte le persone in carico al centro di salute mentale». 

 Violenza sulle donne e coronavirus, l’allarme di Be-Free: -40% delle chiamate, ma noi ci siamo

 “Abbiamo avuto un calo delle nuove chiamate del 30-40%, nelle case rifugio le donne sono in allarme. La nostra preoccupazione è che la violenza sulle donne aumenti perché non hanno più la possibilità di scappare dalle case. Per questo voglio dire loro che possono contare sulle operatrici antiviolenza di BeFree, noi ci siamo. Abbiamo l’obbligo e la motivazione di andare ad intervenire laddove c’è bisogno”. A parlare all’agenzia Dire è Oria Gargano, presidente di BeFree, la cooperativa sociale che gestisce centri antiviolenza e case rifugio tra Lazio, Abruzzo e Molise, che, anche in emergenza, continuano a svolgere il proprio servizio di aiuto alle donne che subiscono violenza con un’assistenza telefonica attiva h24 (i numeri sono sempre gli stessi disponibili al link: http://www.befreecooperativa.org/centri-antiviolenza/ .

*Gian Luca Garetti (disegno di Cristina Moccia)

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Emergenza coronavirus: il Governo concede all’industria delle armi di “auto-regolamentarsi” mentre stringe le maglie di economia e spostamenti personali
26 marzo – di Sbilanciamoci

Nonostante gli accordi presi con le parti sociali la sera del 25 marzo, e le dichiarazioni successive agli incontri con i sindacati in cui veniva sottolineato come il Ministro della Difesa si fosse “impegnato a diminuire la produzione nel settore militare, salvaguardando solo le attività indispensabili” oggi scopriamo invece che il Governo continua a concedere uno status privilegiato all’industria della difesa e delle produzioni militari.

Infatti mentre comprensibilmente, vista l’emergenza, vengono rafforzate le decisioni di limitazione agli spostamenti personali e vengono ulteriormente ridotte le categorie economiche e produttive che possono rimanere attive, il Governo concede ai produttori di armamenti di decidere autonomamente quali produzioni tenere aperte e quali no. Lo si legge nella comunicazione inviata alla “Federazione delle Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza” (AIAD) a firma del Ministro della Difesa On. Lorenzo Guerini e del Ministro dello Sviluppo Economico On. Stefano Patuanelli.

Non viene quindi presa una decisione formale e obbligatoria da parte dell’Esecutivo ma le aziende a produzione militare, per tramite di AIAD, vengono invitate “in uno spirito di collaborazione e leale cooperazione” a considerare “l’opportunità che le società e le aziende federate all’interno di AIAD, nel proseguire la propria attività, possano concentrare l’operatività sulle linee produttive ritenute maggiormente essenziali e strategiche e, di contro, rallentare per quanto possibile l’attività produttiva e commerciale con riferimento a tutto ciò che non sia ritenuto, del pari, analogamente essenziale”.

Tutto questo andando a sottolineare come premessa che da parte del Governo Conte “sia stata ancora una volta riconosciuta la strategicità e, più in generale, l’apicale importanza, per il nostro Paese, delle imprese operanti nei suddetti settori industriali, imprese la cui attività produttiva, anche in un momento altamente critico e quello che stiamo affrontando, si è comunque deciso di tutelare appieno”. Una decisa e precisa scelta di campo, che ci pare tradisca anche lo spirito dell’accordo sottoscritto con le parti sociali.

In questo senso va sottolineato come, diversamente da quanto trapelato inizialmente, queste decisioni sull’apertura o meno dei siti produttivi non dovranno essere concordate con i sindacati né a livello nazionale né a quello territoriale. Il Governo si limita infatti ad esprimere “l’auspicio che su tali decisioni e scelte possano essere debitamente coinvolte anche le diverse rappresentanze sindacali aziendali”.

La Rete italiana per il Disarmo, la Rete della Pace e la Campagna Sbilanciamoci! esplicitano il loro pieno disaccordo con questa linea di condotta e ribadiscono che in questo momento di emergenza non è possibile che all’industria militare venga – ancora una volta – riservato un trattamento speciale. Produrre armamenti non è certo strategico in questo momento e nemmeno necessario, perché sono altri i settori dell’economia che davvero garantiscono cura e servizi essenziali per il nostro Paese. Ribadiamo ancora una volta la nostra posizione che chiede l’immediato blocco in tutte le fabbriche che producono sistemi d’arma ed auspica con forza non solo lo spostamento di risorse dalla spesa militare a quella per sanità e welfare, ma anche una decisa iniziativa di riconversione dell’industria a produzione bellica verso aree produttive più utili per la vita, la salute, la sicurezza di tutti gli italiani.

Di nuovo sottolineiamo come risulti incomprensibile che sia considerato “strategico” e necessario continuare a far montare un’ala ad un cacciabombardiere o un cingolo ad un carro armato, con il rischio di far contagiare i lavoratori addetti a queste attività. Riteniamo inaccettabile chiedere ai lavoratori un sacrificio così alto per una produzione che, oggi, non ha nulla di strategico ed impellente e costituisce solamente un favore all’industria bellica e al business del commercio di armamenti.

*Sbilanciamoci

Roma, 26 marzo 2020


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Quanto è pericoloso COVID-19?

24 marzo

-Dipende da quanto siamo vicino al picco della pandemia
-Dipende da quanti anni abbiamo
-Dipende dalle patologie che abbiamo
-Dipende da come sarà la nostra risposta immunologica
-Dipende da quanto è efficiente e pubblico il Sistema Sanitario della nostra regione
-Dipende da quali co-fattori negativi ambientali sono presenti

Non andrà tutto bene, se ci si ammala quando siamo vicino al picco dell’epidemia (ci può essere carenza di posti letto in rianimazione); se si è over 70; se siamo affetti da più patologie; se il nostro sistema immunitario risponderà in modo troppo aggressivo (la tempesta di citochine), oppure in modo insufficiente; se ci si trova in una zona in cui ci sono pressioni ambientali negative, che deprimono il sistema immunitario, come per esempio l’inquinamento atmosferico come per esempio il  5G  ; se ci troviamo in una regione con un Servizio Sanitario Pubblico depotenziato.

Non andrà tutto bene se, passata questa emergenza, non si darà una svolta decisiva nella gestione della salute e della sanità in Italia, a partire dal cassare le diverse forme di “sanità integrativa”, incluso il cosiddetto “welfare aziendale” e la cosiddetta “autonomia regionale differenziata”, recuperando le risorse a partire per esempio dalla riduzione delle spese militari.

L’epidemia di coronavirus ha “slatentizzato”, cioè fatto emergere, le carenze e la continuata definanziarizzazione del sistema sanitario pubblico, non interessato alla prevenzione primaria e alla promozione della salute. Come vedremo in modo analogo a quanto accade in Cina.

Fra il 2010 e il 2019 il SSN “ha perso” 45.000 posti letto e 43.386  dipendenti, di cui 7.625 i medici  e 12.556 infermieri: questo è il risultato del definanziamento del SSN cumulato in questo decennio, pari a 37 miliardi di euro. Carenze e inadeguatezze strutturali, chiusura di reparti e/o ospedali pubblici, gravi carenze strumentali, completano il quadro.” come scrive anche nel suo Appello Medicina Democratica. 

Il punto chiave: il territorio abbandonato

La battaglia contro Covid-19 si è persa subito all’inizio perché il territorio è stato abbandonato a se stesso, nella consueta ottica ospedalo-centrica. I medici di base sono stati lasciati a se stessi, forniti di risibili dispositivi di protezione individuali: 1 mascherina, 1 boccetta di disinfettante, guanti monouso. Non si sono creati adeguati corridoi sanitari per frenare il contagio, per mettere in sicurezza i pronto soccorso, proteggere i pazienti con gravi difficoltà respiratorie e gli operatori sanitari ospedalieri.

La strage dei medici e degli operatori sanitari in Italia

Non meraviglia quindi che siano deceduti 24 medici (i numeri purtroppo sono sempre in aggiornamento) e che il 10% circa dei contagiati è rappresentato da operatori sanitari. ‘Si tratta di vittime del lavoro, una vera e propria strage di persone impegnate, oltre ogni limite, contro un temibile nemico, senza le necessarie misure di protezione, così come accade purtroppo in tanti, troppi, luoghi di lavoro. A loro va la nostra solidarietà e la nostra più profonda riconoscenza per quanto hanno fatto. Ciò che è accaduto, certo, è stato un evento imprevisto, ma non imprevedibile’, scrive ancora Medicina Democratica. 

Il dr. Li Wenliang

E’ il medico oculista cinese di 34 anni che è stato il primo a dare l’allarme di Covid-19, e che a causa di questa malattia è deceduto il 7 febbraio. Nel dicembre 2019 in diversi ospedali di Wuhan, capoluogo della provincia dello Hubei, si erano notati diversi casi di polmoniti atipiche. Li in un gruppo di WeChat, aveva informato che sette casi di SARS erano stati confermati al mercato della frutta e dei frutti di mare di Huanan. In seguito a ciò è stato vittima di una retata della polizia cinese, insieme ad altri 8 medici, per aver diffuso “informazioni false su internet”. Poi ci sono state le scuse postume della Polizia e la Previdenza Sociale del Comune di Wuhan, che ha identificato Li come un caso di infortunio sul lavoro.

Covid-19 non è un ‘cigno nero’ e non ci sono più i medici a piedi scalzi

Non fa parte di eventi assolutamente imprevedibili e senza precedenti. Gli esperti da anni sapevano che una nuova pandemia virale stava per accadere (ascolta ‘Coronavirus: origini, effetti, conseguenze’, a cura del dr. Ernesto Burgio, in podcast su Onda Rossa). In Italia, come in Cina c’è un deficit dell’assistenza sanitaria di base. Terminato negli anni ’80 il periodo dei ‘medici a piedi scalzi’, già lo scoppio della SARS in Cina nel 2003 aveva rivelato la debolezza del sistema sanitario cinese. Si legge in Social Contagion: ‘Il coronavirus è stato originariamente in grado di impadronirsi e diffondersi rapidamente a causa di un generale degrado dell’assistenza sanitaria di base tra la popolazione in generaleMa proprio perché questo degrado ha avuto luogo nel mezzo di una crescita economica spettacolare, è stato oscurato dallo splendore di città scintillanti e di fabbriche enormi. La realtà, tuttavia, è che in Cina le spese destinate a beni pubblici come l’assistenza sanitaria e l’istruzione rimangono estremamente basse, mentre la maggior parte della spesa pubblica è stata indirizzata verso infrastrutture in “mattoni e malta”: ponti, strade ed elettricità a basso costo per la produzione.’ 

Anche in Cina la Sanità è definanziata

Oggigiorno la spesa pubblica cinese per la difesa della salute è, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, di 323 dollari pro capite [In Italia, nel 2016, la spesa sanitaria pro capite è stata pari a 2.466 euro, sec. i dati ISTAT]. Questa cifra è bassa anche in comparazione con quella di altri paesi a “reddito medio-alto”, ed è circa la metà di quanto spendono Brasile, Bielorussia e Bulgaria. La regolamentazione è minima o inesistente, con conseguenti numerosi scandali. Nel frattempo, gli effetti di questa situazione ricadono con maggiore forza sulle centinaia di milioni di lavoratori emigranti interni, per i quali qualsiasi diritto alle cure sanitarie di base svanisce completamente nel momento in cui lasciano la loro città natale rurale (luogo in cui, sotto il sistema hukou, sono residenti permanenti indipendentemente della loro effettiva residenza, il che significa che le risorse pubbliche rimanenti non sono accessibili altrove).”

Violenze sui medici in Cina

In conseguenza di questa crisi della sanità pubblica, numerosi medici vengono uccisi ogni anno e dozzine vengono feriti negli attacchi di pazienti arrabbiati o, più spesso, dei familiari dei pazienti che muoiono durante le cure. L’attacco più recente è avvenuto alla vigilia di Natale, quando a Pechino un medico è stato pugnalato a morte dal figlio di una paziente, che riteneva che sua madre fosse morta per le cure ospedaliere scadenti. Un sondaggio condotto tra i medici ha rilevato che un incredibile 85% di loro aveva subito violenza sul luogo di lavoro e un altro, del 2015, ha rilevato che il 13% dei medici in Cina era stato aggredito fisicamente nel corso dell’anno precedente. I medici cinesi oltre a tutto visitano ogni anno il quadruplo dei pazienti rispetto i loro colleghi statunitensi, ma sono pagati meno di $ 15.000 all’anno.

“Bisogna essere consapevoli che l’emergenza COVID-19 è correlata alla drammatica crisi ambientale, conseguente un modello economico capitalistico, fondato sul prelievo illimitato di risorse dal Pianeta, il loro spreco e la produzione sempre maggiore di rifiuti. “Niente- ha sottolineato il Presidente di Medicina Democratica Marco Caldiroli– dovrà più esser come negli ultimi decenni, caratterizzati da politiche volte alla privatizzazione della sanità, con la conseguente contrazione del diritto alla salute!” 

*Gian Luca Garetti

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No, non andrà tutto bene

16 marzo

Se una volta finita a nuttata, tutto sarà come prima e non ci sarà un cambio di paradigma. Questa pandemia può rappresentare una grande opportunità per una svolta ecosocialista. La risposta non può essere solo “reattiva”, cioè limitata ai farmaci, vaccini, sussidi, al buonismo dei balconi. In questi tempi tristi che vanno sotto il nome di Antropocene e di Capitalocene, o si svolta a livello di cambiamento climatico, a livello di cura dell’ambiente, a livello sociale, a livello economico, a livello di sanità, che deve essere pubblica, o le cose non andranno certo bene.

(qui la versione inglese di questo articolo).

Anche la morte va scaglionata, come le ferie

Il problema grosso di questa pandemia è che le emergenze respiratorie  arrivano tutte insieme alle rianimazioni ed il nostro Sistema Sanitario, che in tutti questi anni è stato sempre più privatizzato e ridotto, non regge. Se scaglionate, le emergenze e poi le morti passano inosservate. Basti pensare che secondo quanto dice l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno per l’inquinamento atmosferico muoiono circa 8 milioni di persone nel mondo. Nella sola Cina, il numero delle vittime è di oltre un milione. 80.000 sono in Italia i morti dovuti al particolato, al biossido di azoto, all’ozono. Nemmeno va dimenticato che nei paesi occidentali, il 91% delle morti è causato da malattie non trasmissibili (malattie cardiovascolari, malattie respiratorie, tumori), che sono strettamente collegate all’ambiente intossicato in cui viviamo, mentre il 9% è causato da malattie infettive. Per chi avesse desiderio di altri dati negativi, ricordiamo che ogni anno in Italia per il fumo di sigaretta, ci sono circa 90.000 morti (1-2 mila per il fumo passivo), per gli incidenti stradali  ci sono 3.330 morti e 243.000 feriti, per l’antibioticoresistenza circa 10.000 persone muoiono ogni anno in Italia, l’antibiotico resistenza è una delle più importanti emergenze sanitarie. Ogni anno nel mondo per questo motivo muoiono 700 mila persone. Una delle cause è l’uso massivo degli antibiotici negli allevamenti animali. In Italia, secondo l’ultimo dato dell’EMA (Agenzia Europea del Farmaco) quasi il 70% degli antibiotici venduti sono destinati agli animali da allevamento).

In questo articolo ci soffermeremo sull’emergenza sanitaria del momento, in particolare sulle conseguenze delle relazioni ravvicinate col mondo animale, a causa dei cambiamenti climatici e sulla sinergia perversa smog-Covid-19.

L’ inquinamento atmosferico può esacerbare la virulenza di Covid-19 ?

Salta subito agli occhi che i 2 più grandi focolai di questa pandemia, Cina e Pianura padana, sono due camere a gas, zone industriali ad alto tasso di inquinamento atmosferico. Sarebbe sorprendente scoprire che l’inquinamento atmosferico non ha influenzato il rischio di ammalarsi e di morire per Covid-19, dal momento che la sola esposizione al particolato è di per sé causa di mortalità, specialmente nelle persone con malattie preesistenti.

Quello che dovrà essere valutato, nei mesi a venire, è quanto negativamente l’esposizione agli inquinanti atmosferici, come i particolati (PM2,5, 10), gli ossidi di azoto (NOX), l’ozono (O3) abbia influenzato la prognosi di Covid-19.

In un interessante studio sulla SARS, una epidemia che come abbiamo visto ha delle similitudini  con Covid-19, dal titolo Inquinamento atmosferico e fatalità dei casi di SARS nella Repubblica popolare cinese: uno studio ecologico”  di Yan Cui, si stabilisce che “l’inquinamento atmosferico è associato ad un aumento della mortalità dei pazienti con SARS nella popolazione cinese”… La spiegazione biologica potrebbe essere che l’esposizione a lungo o breve termine a determinati inquinanti atmosferici potrebbe compromettere la funzione polmonare, aumentando quindi la mortalità SARS” . Questo studio inoltre ha collegato la diversa percentuale di mortalità della SARS col livello di inquinamento dell’aria: i malati di SARS che abitavano nelle regioni con qualità dell’aria peggiore presentavano un rischio di morte dell’84% più alto.

Il particolato ultrafine  potrebbe agire come carrier del virus, trasportandolo fin dentro gli alveoli polmonari, esacerbandone la virulenza.

In un altro lavoro scientifico, dal titolo “L’impatto del PM2.5 sul sistema respiratorio umano”  di Yu-Fei Xing,  si dice che il danno del PM2.5 alle cellule polmonari è causato dalle interazioni tra cellule infiammatorie e citochine, in modo quindi del tutto simile e quindi sinergico al Covid-19 (vedi poi “tempeste di citochine”).

Nel lavoro scientifico di Wei Su et al. dal titolo “Gli effetti a breve termine di sei inquinanti atmosferici [PM2.5, inclusi PM10, NO 2 , O 3 , CO e SO 2] sulla malattia simil-influenzale (ILI)”  si dimostra che gli inquinanti atmosferici possono aumentare l’incidenza della malattia simil-influenzale, sia diminuendo le difese immunitarie, sia per l’alterata produzione di citochine: “L’esposizione al PM2.5 non solo ha portato a danni epiteliali delle vie aeree e disfunzione della barriera, ma ha anche ridotto la capacità dei macrofagi di fagocitare i virus, aumentando la suscettibilità di un individuo ai virus” ed ancora, “le lesioni tissutali indotte dal PM 2.5 possono essere correlate all’alterata produzione di citochine. Il PM 2.5 può compromettere l’attività fagocitaria dei macrofagi alveolari”.

Non è quindi azzardato ipotizzare che la perversa sinergia fra il virus SARS-COV-2 e l’inquinamento  atmosferico, sia una delle cause della particolare gravità e diffusione della pandemia di Covid-19, in Cina, nella Pianura Padana, nella  Corea del Sud, cioè in zone accomunate da un alto tasso di inquinamento.Ma come si sa l’inquinamento è diventato ubiquoE’ indispensabile decidersi ad adottare da subito misure drastiche per ridurre il livello di inquinanti atmosferici e non solo. E’ indispensabile un altro tipo di economia. Questa pandemia è una prova generale di come il neoliberismo, con l’inquinamento, col cambiamento climatico, con l’esacerbazione delle disuguaglianze, ci sta portando diritti verso la sesta estinzione di massa. Non si può confidare solo nel meteo o nelle pandemie per ripulire l’aria.

Malattie infettive emergenti, e salto di specie

Gran parte delle malattie infettive emergenti (EID), sono zoonosi, cioè sono iniziate negli animali e poi “saltate” all’uomo.  Molti virus animali, hanno fatto il salto di specie (o spillover) cioè sono passati dai volatili (sia migratori, sia stanziali in allevamenti e mercati), per “pressioni” non naturali, dal loro serbatoio animale/naturale all’essere umano. Negli ultimi vent’anni, sono state registrate diverse epidemie virali: la sindrome respiratoria acuta grave (SARS-CoV) nel 2002-2003 e l’influenza H1N1 nel 2009. Più di recente, la sindrome respiratoria del Medio Oriente coronavirus (MERS-CoV), identificata per la prima volta in Arabia Saudita nel 2012 ed Ebola che attualmente sembra vada verso la  completa remissione.  Il virus dell’attuale pandemia è stato denominato SARS-CoV-2 in quanto è molto simile a quello che ha causato l’epidemia di SARS (SARS-CoVs). Tutti  questi virus sono potenzialmente pandemici, cioè causano mortalità e morbilità su larga scala, e come effetti collaterali interrompono le reti commerciali e di viaggio, stimolano disordini civili e producono effetti economici devastanti.

Manifestazioni cliniche

COVID-19 può presentare una malattia lieve (81% dei casi), moderata (14% dei casi) o grave (5% dei casi). Tra le manifestazioni cliniche gravi, ci sono polmonite grave, ARDS (sindrome da distress respiratorio), disfunzione multipla d’organo (MOD), sepsi e shock settico. Dati preliminari suggeriscono che il tasso di mortalità riportato varia dall’1% al 2% a seconda dello studio e del paese. La maggior parte dei decessi si è verificata in pazienti di età superiore ai 50 anni. I bambini piccoli sembrano essere solo leggermente infetti ma possono fungere da vettore per la trasmissione aggiuntiva. 

 La tempesta di citochine

Nelle tre principali pandemie virali del secolo scorso, che furono dovute a Orthomyxovirus influenzali che fecero il salto di specie passando dai volatili all’essere umano, la cosiddetta Spagnola (da H1N1/1918 1920), la cosiddetta Asiatica (da H2N2/1952) e la cosiddetta Hong Kong (da H3N2/1968), ci furono milioni di morti, in gran parte causati da polmoniti da superinfezione batterica (e quindi teoricamente curabili con gli antibiotici). In queste malattie infettive emergenti, le polmoniti invece sono direttamente causate da un meccanismo autoimmune, da “un fuoco amico”. Covid-19 ricorda come decorso quello della  SARS, che attaccava i polmoni in tre fasi: replicazione virale, iperattività immunitaria e distruzione del polmone. Nella seconda fase entra in gioco il sistema immunitario, determinando delle risposte per eccesso, i cosiddetti “incendi virali”  o “tempeste di citochine”, o “sindrome da rilascio di citochine gravi” (CRS). Allarmato dalla presenza di un’invasione virale, il sistema immunitario si affretta a combattere la malattia inondando i polmoni con citochine, proteine che hanno il compito di eliminare il danno e riparare il tessuto polmonare. Questo processo però a volte va in tilt e queste cellule uccidono tutto quello che incontrano, incluso il tessuto sano (come succede coi “bombardamenti chirurgici’). La tempesta di citochine si può poi riversare nel sistema circolatorio e creare gravi problemi a livello sistemico in più organi.

Una speranza

Per scampare alla letale tempesta di citochine, una speranza viene dal tocilizumab (nome commerciale Actemra) un farmaco, sviluppato da Roche, per l’artrite reumatoide, che inibisce i livelli elevati di Interleuchina 6 (IL-6), una delle citochine implicate nella sopra menzionata tempesta.

Pipistrelli  e C0V

I coronavirus (CoV) hanno probabilmente avuto origine da pipistrelli e poi si sono trasferiti in altri ospiti di mammiferi (ospiti intermedi) lo zibetto di palma dell’Himalaya per SARS-CoV e il cammello dromedario per MERS-CoV – prima di saltare agli umani. Le analisi genomiche suggeriscono che anche SARS-CoV-2, il virus dell’attuale pandemia, abbia avuto origine dai pipistrelli, ed abbia fatto il salto di specie o spillover, senza ospite intermedio. Difatti i primi casi della malattia CoVID-19 erano collegati all’esposizione diretta al mercato all’ingrosso di frutti di mare di Huanan di Wuhan. Tuttavia, i casi successivi non sono stati associati a questo meccanismo di esposizione e si è concluso che il virus potrebbe anche essere trasmesso da uomo a uomo. Le persone sintomatiche sono la fonte più frequente di diffusione di COVID-19, però le stime suggeriscono che il 2% della popolazione è portatore sano di un CoV.  La SARS-CoV ha provocato un’epidemia su larga scala che ha avuto inizio in Cina e ha coinvolto due dozzine di paesi con circa 8000 casi e 800 morti; il MERS-CoV che è iniziato in Arabia Saudita e ha causato circa 2.500 casi e 800 morti e continua a causare casi sporadici. Anche le origini del virus Nipah in Malesia nel 1998, e dei virus Ebola sono state ricondotte a pipistrelli.

Il cambiamento climatico e le interazioni con gli animali

Gli animali selvatici possono essere portatori sani di virus. In un mondo normale non ci sarebbe contatto con l’uomo. Il cambiamento climatico costringe le specie a venire a contatto con altre specie che potrebbero essere vulnerabili alle infezioni. Ci avviciniamo troppo agli animali, invadiamo il loro habitat, aumentando così la nostra esposizione a vari agenti infettivi. Anche il cambiamento di uso del suolo, come la trasformazione di boschi in campi coltivati, per assicurare mangimi agli allevamenti intensivi o per bio-carburanti, la caccia, possono essere responsabili di un contatto alterato con la fauna. Al contrario mantenendo gli ecosistemi intatti, riducendo al massimo gli allevamenti intensivi, un vero flagello per il pianeta, si riducono le probabilità di contatto e trasmissione di agenti patogeni tra uomo, bestiame e fauna selvatica.

Il presente: l’interfaccia troppo ravvicinata con la fauna selvatica

Circa il 70% delle malattie infettive emergenti  e quasi tutte le pandemie recenti, hanno origine negli animali (la maggior parte nella fauna selvatica) e la loro emergenza deriva da complesse interazioni tra animali selvatici e /o domestici e umani. L’emergenza della malattia si correla con la densità della popolazione umana e la diversità della fauna selvatica ed è guidata da cambiamenti antropogenici come la deforestazione e l’espansione dei terreni agricoli (cioè, il cambiamento nell’uso del suolo), l’intensificazione della produzione di bestiame e un aumento della caccia e del commercio della fauna selvatica. (Moreno Di Marco et alOpinione: lo sviluppo sostenibile deve tenere conto del rischio di pandemia-PNAS 25 febbraio 2020).

Il futuro: non andrà tutto bene

Se non ci sarà un cambio di paradigma, la crescita della popolazione – circa 11 miliardi nel 2030 – richiederà sempre più aumenti della produzione agricola e animale che amplierà l’uso agricolo di antibiotici, acqua, pesticidi e fertilizzanti e tassi di contatto tra esseri umani e animali selvatici e domestici, il tutto comporterà l’emergere e la diffusione di agenti infettivi.(Jason R. Rohr, et al– Malattie infettive umane emergenti e collegamenti con la produzione alimentare globale).

*Gian Luca Garetti

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Coronavirus: effetti collaterali

23 marzo

Stiamo vivendo un momento particolare, tutto il pianeta sta col fiato sospeso per via di questa nuova pandemia. Il che ci pare giusto, visti i livelli di contagio e di decessi, così come è giusto prendere tutte le precauzioni possibili per rallentare la corsa di questo patogeno finora sconosciuto.
Ma non possiamo tacere le nostre perplessità su alcuni effetti collaterali che questa emergenza sta diffondendo.

Le limitazioni predisposte dal governo che, benché parziali, mirano ad evitare contatti diretti tra persone che potrebbero contagiarsi, hanno un senso, pur nei ritardi e nelle carenze dei provvedimenti su altri fronti. Ma è evidente che l’indeterminatezza della norma e la conseguente aleatoria interpretazione spesso restrittiva è in molti casi la ragione delle circa 80.000 sanzioni, la maggior parte per falsa dichiarazione. Quello che vediamo è una gara tra sindaci, presidenti, assessori, queruli politici a proporre misure sempre più restrittive e oggettivamente ridicole, come voler impedire di fare passeggiate in luoghi remoti, mettere una distanza massima da casa per la passeggiata del cane, vietare attività sportive individuali, o addirittura passeggiate sotto casa di famiglie che stanno tutto il giorno a contatto diretto, dormono nello stesso letto, mangiano alla stessa tavola.

In questa frenesia di caccia al passeggiatore emerge un aspetto preoccupante: troppa politica nazionale sgomita in un delirio di protagonismo, nella gara a chi la spara più grossa e più appariscente. Governatori e sindaci sceriffi contro i fuorilegge, ‘i furbetti delle passeggiate’ come li ha chiamati Nardella, mentre sono stati proprio quei governatori a massacrare la sanità pubblica, a sacrificare i servizi essenziali e a tagliare drammaticamente i posti letto. 

Nel panorama nazionale brilla senz’altro il sindaco di Firenze Dario Nardella, che bacchetta con fare paternalistico e altezzoso i cittadini che escono di casa, minacciando persecuzioni e un controllo spionistico dei telefoni degno di Orwell. (E come sappiamo l’utilizzo dei dati personali dovrebbe semmai servire a monitorare il contagio, non i cittadini). Invece ci piacerebbe ricordare al sindaco che proprio lui, all’inizio del mese, propose di tenere aperti e gratuiti i musei cittadini per favorire il turismo, già in grave affanno, con una frase indimenticabile: “Firenze non si ferma”.

Vorremmo anche far notare a Nardella – e a tutti gli odierni epigoni del proibizionismo – come tacciano ipocritamente davanti al fatto che le industrie e le attività non indispensabili non abbiano chiuso fino ad oggi, lasciando che per settimane i lavoratori siano stati per forza causa e vittime di contagio! Si tace anche sulle forme di lavoro che oggi sono sotto stress: la sanità in primo luogo (tenendo ben a mente che gli ultimi 30 anni di politiche bipartisan l’hanno ben sacrificata), ma anche tutta la logistica, figure come i riders, i postini, gli operatori ecologici, i lavoratori del commercio, i ferrotranvieri, o gli operai che vengono mandati a tagliare alberi nella città deserta. Su questo, silenzio assoluto, ma tanti strilli per far emergere la propria voce sui media. 

Anche la continua campagna elettorale dell’attuale classe politica, l’incapacità di programmare è uno degli elementi che vanno a comporre il mosaico della situzione attuale. L’emergenza di costringe a tornare all’essenziale ma ci fa anche comprendere come nella continua politica spettacolo degli ultimi 15/20 anni non ci sia mai stata la possibilità di prevenire e programmare la risposta ad un evento del genere.

Un altro effetto collaterale dei comportamenti del potere è la colpevolizzazione del cittadino così ben denunciata da Marco Bersani, puntando ossessivamente il dito verso chi esce di casa; un espediente non sappiamo quanto pianificato, ma sicuramente una colossale opera di distrazione di massa.

Si vuol distogliere lo sguardo dal disastro in cui siamo arrivati dopo secoli di capitalismo e decenni di una delle sue forme detta neoliberismo: disuguaglianze mostruose, povertà in un mondo di sfacciata opulenza, furto di beni comuni chiamate privatizzazioni, un disastro ambientale a livelli potenzialmente catastrofici nei prossimi decenni. L’untore è sempre stato un capro espiatorio efficace, adesso siamo al capolavoro che ogni cittadino è fatto sentire l’untore di se stesso.

In questo periodo di sosta forzata dovremmo avere la forza di decifrare l’imbroglio che ci viene quotidianamente propinato, attrezzarci perché tutto non ricominci come prima: Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema.

*laboratorio perUnaltracittà

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Il carcere al tempo del virus

20 marzo

Era solo questione di tempo. Il virus è entrato nelle carceri, quattro detenuti positivi in Lombardia. E sarà un disastro, ma in realtà a ben pochi interessa.

Ricapitoliamo alcuni dati: popolazione carceraria di oltre 60.000 detenuti, contro una capienza degli istituti “nominalmente” di 50.000 (in realtà meno, perché si contano anche i reparti chiusi per inagibilità). Situazioni di promiscuità e  condizioni igieniche e sanitarie al limite, e spesso sotto il limite. Un terzo delle carceri senza acqua calda, il 67% dei reclusi ha almeno una patologia pregressa (leggi su Antigone). In presenza di una pandemia sembra un panorama scritto apposta per arrivare velocemente ad una catastrofe sanitaria e umanitaria.

Ma quando si è cominciato a prendere provvedimenti per fronteggiare il virus, l’unica misura relativa alle carceri è stata la sospensione dei colloqui con i familiari, degli ingressi in carcere dei volontari, lo stop a tutte le attività di istruzione educazione e animazione.

Inutile ricordare l’importanza dei contatti fra detenuti e familiari, aggiungete alla mancanza in sé la mancanza di informazioni sullo stato di salute delle famiglie fuori, e non avere niente da fare dentro se non aspettare di essere contagiato.

Fra il 9 e il 10 marzo scoppiano rivolte in molte carceri, si esauriranno in breve con un bilancio pesantissimo: 14 detenuti morti, per 10 giorni non se ne conoscerà nemmeno l’identità. Overdose per i saccheggi nelle infermerie, dice l’ineffabile Bonafede, ministro della vendetta più che della giustizia. Può darsi, di certo una amministrazione penitenziaria che per 10 giorni non rivela i nomi delle vittime non può vantare una credibilità tale da permettersi di non portare uno straccio di risultato di indagini, accertamenti, verifiche medico legali, e pretendere che la sua versione sia presaper buona.

I nomi intanto li facciamo noi: “Tre di loro erano in attesa di giudizio. Ora non sono più dei numeri, finalmente conosciamo i loro nomi: Slim Agrebi, 40 anni, dal 2017 lavorava all’esterno del carcere in regime di articolo 21. Un suo connazionale sarebbe tornato libero fra 2 settimane, fine pena di 2 anni. Il moldavo Artur Isuzu aveva il processo il giorno dopo il decesso. Nel carcere di Rieti è morto Marco Boattini, 35 anni, ad Ascoli Salvatore Cuono Piscitelli, 40 anni. Poi ci sono Hafedh Chouchane, 36 anni, Lofti Ben Masmia, 40 anni, e Alì Bakili, 52 anni, tutti tunisini morti a Modena insieme al marocchino Erial Ahmadi. A Rieti sono deceduti anche Ante Culic, croato, 41 anni, e Carlo Samir Perez Alvarez, 28 anni, equadoregno. A Bologna Haitem Kedri, tunisino di 29 anni, a Verona Ghazi Hadidi, 36 anni, ad Alessandria Abdellah Rouan, 34 anni” (grazie a Paolo Persichetti).

Con i nuovi decreti il governo ha fatto timide aperture nei confronti del mondo carcerario, spesso inconcludenti, come per il caso della detenzione domiciliare soggetta a controllo elettronico: i braccialetti non ci sono, e i detenuti non escono.

Invece la necessità assoluta sarebbe di diminuire drasticamente la popolazione carceraria (coronavirus-sulle carceri insufficienti le norme previste nel decreto del governo).

Un terzo dei detenuti è in attesa di giudizio (quindi ancora non condannati in via definitiva, mentre la custodia cautelare in carcere dovrebbe essere una extrema ratio); più del 30% sono ristretti per violazione della legislazione sulle droghe, legislazione criminogena che sull’altare della punizione ad ogni costo, del fascino delle manette in salsa M5S (che non distingue i padroni della Thyssen Krupp da chi fuma 4 spinelli) o leghista (cui basta trovare un nemico verso cui indirizzare l’orda rabbiosa con la bava alla bocca, salvo poi, come ci raccontano le cronache, avere a che fare con la ‘ndrangheta o intascare i famosi 49 milioni) sacrifica ogni ragionamento sul contenimento del danno e sulla necessità di depenalizzare a fronte (anche, non certo solo) del fallimento di ogni politica proibizionista.

Intanto le Associazioni Yairaiha Onlus, Bianca Guidetti Serra, Osservatorio Repressione, Legal Team Italia, attive nella difesa dei diritti dei detenuti alla salute e all’incolumità – così come previsti dalla Costituzione italiana e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo – mettono a disposizione un indirizzo unico per ricevere segnalazioni in merito all’attuale situazione igienico sanitaria nelle carceri, ed in particolare alle reali misure di prevenzione adottate a fronte dell’estendersi dell’epidemia di COVID-19. A tale indirizzo mail si possono segnalare abusi e trattamenti inumani e degradanti nei confronti dei detenuti, in particolare a seguito delle rivolte carcerarie dei giorni scorsi, e richiedere la relativa assistenza legale.
emergenzacarcere@gmail.com

Mentre il solito Salvini sputa veleno (i detenuti sono più sicuri in carcere, 5000 delinquenti per le strade, ecc.), Bonafede vede come il fumo agli occhi qualunque ipotesi di revisione dell’attuale ordinamento, che non sia in senso restrittivo, per non parlare di misure quali indulto o amnistia di fronte al palese fallimento nella gestione delle carceri, è una necessità mantenere viva l’attenzione su questo universo, che è parte del nostro, non dimentichiamolo mai.

*Maurizio De Zordo

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Emergenza Coronavirus e carceri sovraffollate: servono pene alternative, amnistia e indulto

11 marzo

Nei giorni precedenti, la rapida diffusione del Coronavirus ha gettato nel panico l’intera popolazione.

La divulgazione da parte della stampa del decreto dell’8 marzo 2020, prima della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale delle leggi, ha creato un allarme sociale tale da originare vere e proprie fughe di massa dalle cosiddette zone rosse, certamente irresponsabili ma dettate dall’incontrollata paura dilagata tra le persone.

Questa medesima paura ha raggiunto anche le persone recluse in carcere, e l’emergenza Coronavirus ha solo inferto un altro colpo a una istituzione, come il carcere, che si rivela ancora una volta criminogena.

Il nostro sistema carcerario, come noto, versa in condizioni critiche da tempo: il sovraffollamento è un problema comune a tutti gli istituti, alcuni dei quali arrivano ad ospitare il 30% di persone in più rispetto alla regolamentare capienza. Strutture fatiscenti e la carenza di spazi tali da riuscire a garantire quel minimo di vivibilità richiesto dalla legge pongono le nostre carceri in una condizione di violazione perenne delle normative vigenti in materia e ci relegano all’ultimo posto nella classifica europea.

Per quanto concerne poi il rispetto del diritto alla salute, la competenza regionale in materia di sanità carceraria rende impossibile la corretta gestione di qualsiasi emergenza si verifichi. Sono moltissimi i casi di persone che non ricevono le cure di cui necessiterebbero e nonostante ciò non viene loro concesso il differimento della pena cui avrebbero diritto ad accedere.

In questo contesto, di paura per le notizie relative alla epidemia che si propagava fuori, di sistematica violazione dei diritti in relazione agli spazi minimi fruibili per cella e di negazione, di fatto, dell’accesso alle cure necessarie, è intervenuta la decisione di sospendere i colloqui dei detenuti con i propri familiari. Ad oggi, infatti, le comunicazioni possono avvenire soltanto in video o per telefono, e i permessi premio (compresi quelli già autorizzati), i permessi di lavoro, e la semilibertà sono stati sospesi. A ciò si aggiunga che ai cosiddetti semiliberi, che il durante il giorno escono dagli istituti per lavorare facendovi rientro la sera, anziché concedere la detenzione domiciliare è stata revocata la possibilità di uscire anche durante le ore diurne, così come sono state revocate le licenze agli internati nelle case di lavoro.

Drastiche limitazioni sono intervenute anche rispetto all’accesso di volontari e soggetti che a vario titolo portavano avanti le attività svolte dai detenuti durante la reclusione.

In modo completamente contraddittorio e incomprensibile, invece, niente è stato predisposto rispetto ai nuovi giunti, che continuano ad entrare in carcere: nessuna misura è stata intrapresa per regolamentare l’entrata del corpo di polizia penitenziaria, di infermieri, medici, operatori dell’area trattamentale (relativamente ai pochi la cui attività non è stata sospesa) e degli avvocati difensori. Tutti questi soggetti sono, infatti, autorizzati ad entrare in carcere senza previo controllo rispetto alla propria condizione di salute, esponendo così tutta la popolazione carceraria al rischio di contagio rappresentato da chi si sposta dalle proprie case, dalle proprie città, e si reca a lavorare negli istituti di pena.

Ci chiediamo perché nessuna adeguata norma igienico sanitaria venga fatta osservare ai soggetti in entrata e perché non sono ancora stati predisposti i triage che avrebbero dovuto verificare le condizioni di salute di qualsiasi persona debba accedere agli istituti di pena.

La decisione di sospensione immediata dei colloqui con i familiari e delle attività portate avanti da operatori e volontari senza preoccuparsi al contempo di predisporre e far rispettare le altrettanto importanti regole per evitare la diffusione del virus, risulta essere profondamente ingiusta e disumana e consegna la cifra della scarsissima considerazione in cui lo Stato italiano, in questo momento storico, tiene le persone detenute.

Risulta, infatti, evidente che le misure da prendere, per scongiurare il rischio di una catastrofica propagazione del virus nelle carceri, sono ben altre: se davvero si volesse proteggere una grande fetta di popolazione – i detenuti attualmente sono 61.000 – dal rischio di contagio occorrerebbe svuotare, quanto più possibile, gli istituiti di pena, in primis allargando la possibilità di accesso a pene alternative.

Una cospicua fetta di detenuti deve scontare gli ultimi due anni di pena, una gran parte di essi è reclusa a seguito di reati puniti con pene inferiori a 5 anni di reclusione (reati che, pertanto, non costituiscono particolare allarme sociale), molti altri sono in carcere in ragione di misure cautelari e non hanno, quindi, ancora avuto un processo che accerti la loro colpevolezza.

Ci chiediamo perché queste persone non vengono immediatamente poste agli arresti domiciliari o in detenzione domiciliare.
Misure simili sono state recentemente adottate persino dall’autoritario Governo iraniano, che a seguito dell’emergenza rappresentata dal Covid-19, ha rilasciato, con permessi temporanei, 70.000 detenuti.

In questi giorni in una trentina di istituti penitenziari, la gravità della situazione e l’assoluta superficialità e inadeguatezza con sui è stata affrontata dal Governo ha causato lo scoppio di violente rivolte nelle quali hanno perso la vita già 13 detenuti, tre dei quali trasferiti prima del decesso in altri istituti. La causa della morte di queste persone, al momento individuata in overdose, lascia non poco perplessi, anche rispetto alla non curanza con la quale l’autorità penitenziaria è abituata a gestire la morte in carcere.

Ci auguriamo che sulle responsabilità di tali morti venga fatta al più presto chiarezza.

Potere al Popolo! porta avanti da tempo una campagna a favore della depenalizzazione di determinati reati e di provvedimenti di clemenza, quali amnistia o indulto, al fine di risolvere il problema del sovraffollamento carcerario.

In questa situazione di emergenza, riteniamo doveroso e non più procrastinabile un intervento in tale direzione.

Parallelamente occorre, da subito, rafforzare il personale dei Tribunali di Sorveglianza, magari anche attraverso l’impiego dei Magistrati che in ragione della sospensione non terranno udienze, affinché verifichino quanti detenuti, e certamente non sono pochi, hanno diritto ad accedere alla detenzione domiciliare o a misure alternative alla detenzione, aumentando contestualmente, con decreto-legge, il limite massimo di pena da scontare per accedere a tali misure.

Occorre, altresì, limitare sensibilmente l’ingresso di nuovi detenuti, ricorrendo agli arresti domiciliari in luogo della detenzione in carcere e sospendendo l’esecuzione di tutti gli ordini relativi a pene inferiori ai due anni.

Occorre, infine, garantire il differimento della pena per le persone anziane o malate.
In questo momento così difficile per tutti, le misure tese alla tutela della salute non possono limitarsi all’abbandono dei detenuti nelle loro celle in totale solitudine ed insicurezza rispetto al rischio di contagio.

E’ stato sufficiente paventare, per le persone residenti in determinate province, la limitazione della libertà di movimento per due settimane (limitazione circoscritta alla propria abitazione, non certo ad una cella in cui sono ammassate il doppio o il triplo delle persone che per legge potrebbero starvi) per originare una psicosi collettiva.

Ebbene non si comprende perché non si sia stati in grado di, o non si abbia voluto, prevedere che una simile situazione avrebbe originato panico e disordini, soprattutto considerando che tale situazione è aggravata dalle condizioni di reclusione già invivibili prima del pericolo di contagio, ed è inoltre affrontata con misure di prevenzione insufficienti e con l’imposizione di ulteriori misure restrittive che risultano ingiustificate a fronte della completa sottovalutazione dei rischi evidenziata dal mancato ricorso a misure alternative volte a risolvere, nei tempi brevi dettati dall’emergenza, il problema del sovraffollamento.

Rigettando con forza l’idea che in uno Stato di diritto possano esistere cittadini di seria A e cittadini di serie B e convinti del dovere che le istituzioni hanno di garantire il pieno ed effettivo rispetto dei diritti di tutte e di tutti, condividiamo la profonda preoccupazione dei detenuti e delle detenute, manifestiamo tutta la nostra solidarietà ai loro familiari e chiediamo che vengano adottate, da subito, tutte le misure necessarie per far fronte all’emergenza del sovraffollamento carcerario, e per garantire cure mediche adeguate alla popolazione carceraria.

*Potere al Popolo

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Il contagio della lotta, il protocollo della vergogna. La prima settimana per chi lavora ai tempi della pandemia

15 marzo

Ricapitoliamo, siamo ad una settimana dalle prime misure del governo su scala nazionale per tentare di porre rimedio al diffondersi del contagio.

Oggi è domenica, i parchi e i giardini sono chiusi.
Domani è lunedì. E le fabbriche sono aperte, nei magazzini si lavora, i postini o i riders continuano a fare porta a porta girando per tutta la città. Ieri, sabato, dopo 18 ore di trattative (in teleconferenza, mica siamo in un normalissimo luogo di lavoro!), è stato firmato il Protocollo Intesa fra governo, sindacati e confindustria!

Ma, questa settimana ci dice anche tante altre cose. Ci sembra giusto evidenziarne un paio. Per esempio, i lavoratori hanno fatto propria la posizione della comunità scientifica a salvaguardia della propria salute e di quella collettiva mettendo subito in evidenza la contraddizione dell’appello “restate a casa” con l’obbligo di andare a lavoro, al netto di coloro che invece in questo periodo hanno subito l’ingiustizia del licenziamento, non potevano giustificare i loro spostamenti perché lavoratori a nero, oppure lavoravano in quelli esercizi chiusi per decreto o mancanza di clientela. Gli operai, con l’intelligenza di distinguere tra lavori di prima necessità o meno, hanno urlato: la salute viene prima dei vostri profitti!

La base operaia, sostenuta dal sindacalismo di base o dalle RSU, si è mossa fin da subito facendo pressione, blocchi e scioperi perché non si sentiva tutelata e vedeva venir meno una sicurezza che già produce tre morti al giorno sul lavoro, e mandando un segnale che padroni, sindacati confederali e Governo non hanno potuto ignorare.

Questi tre soggetti, con estremo ritardo rispetto a tutti gli altri decreti e provvedimenti, si sono allora seduti in video conferenza e dopo 18 ore di confronto sono riusciti a fare in modo che “la montagna partorisse il topolino”. Sul dizionario, alla definizione di “ossimoro”, potremmo mettere il nuovo slogan che ne è uscito: “Restate a casa, l’Italia non si ferma” a suggellare 13 punti d’intesa che nella pratica lasciano tutto invariato.

In questi punti si ribadiscono le misure di sicurezza di cui tutti eravamo già a conoscenza e che demandano ancora una volta alla discrezione aziendale il rispetto delle norme stesse: i 13 punti sanciscono che l’interesse è la prosecuzione dell’attività produttiva, le commissioni di controllo saranno interne alle aziende e quindi… “chi controlla il controllore”?

E’ vergognoso che governo, confindustria e confederali si riempiano la bocca di lodi al personale sanitario mentre il loro protocollo assurdamente prevede che siano sprecate, per produrre per i loro sporchi profitti, quelle mascherine che mancano negli ospedali! Si costringono gli operai a lavorare e quando un@ di loro si ammala in fabbrica che cosa si deve fare, secondo questo protocollo? Telefonare all’autorità sanitaria, quando gli ospedali lavorano già oltre il limite delle risorse!!! Bastano solo questi due punti per qualificare il protocollo appena firmato come irresponsabile e criminale, un vero oltraggio nei confronti dello sforzo immane che tutto il personale sanitario sta compiendo. Ma d’altra parte abbiamo un presidente del consiglio privo di vergogna, che arriva a definire servizio pubblico il lavoro che gli operai sono costretti a svolgere, contro la propria salute, per produrre i profitti dei padroni…

Conte chiama gli operai al sacrificio per la “Patria”, i padroni si sfregano le mani, i confederali hanno due paginette da sventolare per dire che si son fatti valere e cercare di mantenersi agganciati alla base. Tutto come da programma? Forse no…
Perché oggi è più che mai chiaro che la situazione si regge totalmente sulle spalle dei lavoratori: quelli che veramente sono in prima linea nelle corsie degli ospedali e che non solo combattono il virus, ma anche i tagli che hanno messo in ginocchio la sanità pubblica e tutti gli altri lavoratori che, per rispondere al loro appello, si sono dimostrati uniti e compatti nel rifiutarsi di continuare a produrre per il profitto.
Ci volevano zitti, a lavorare fianco a fianco, senza poter fare assemblee e scioperi ma hanno avuto esattamente il contrario: questo, a padroni e Governo, fa davvero paura!
Sono cadute le divisioni interne e sono emersi con forza gli interessi comuni della classe, prima nelle carceri, poi nelle fabbriche!

Tutto ciò che si sta producendo in questo momento non deve scomparire con il futuro e speriamo prossimo calo dei contagi, ma deve rimanere nel nostro vissuto: facciamone tesoro perché è lo stesso sforzo che dovremmo mettere in campo per garantirci un futuro migliore del presente che sta producendo questo sistema sempre più putrido, corrotto, al servizio degli interessi di pochi contro quelli collettivi!
Per tutto questo rinnoviamo il nostro sostegno a chi sta lavorando in prima linea contro il virus, negli ospedali, nelle ambulanze, nei laboratori, a tutti coloro, che in modo perfettamente coerente, si sono mobilitati per impedirne la diffusione, e alle numerose categorie di lavoratori costretti dal profitto padronale a recarsi al lavoro.

La salute collettiva viene prima di profitti e guadagni!

*CENTRO POPOLARE AUTOGESTITO Fi-SUD

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#iorestoacasa. E chi la casa non ce l’ha?

15 marzo

Al tempo dell’epidemia di covid19, a Milano, viene denunciato un senzatetto: “Violato il decreto”, recitava uno dei titoli dei giornali un paio di giorni fa. Sembra uno scherzo, ma non lo è.
In Italia “stanno iniziando a fioccare i verbali redatti ai senzatetto per violazione dell’articolo 650 del Codice penale”, non avendo rispettato l’obbligo di restare in casa per contenere la diffusione del coronavirus. Però si tratta di persone che, per definizione, una casa non ce l’hanno. A rilanciare l’sos su questa particolare situazione è l’associazione Avvocato di strada.

Di fatto multe ai “senza casa”, per il fatto di non essere a casa, erano state già comminate precedentemente in varie parti d’Italia da Genova a Bologna. Era il frutto della follia del perseguimento della “sanità del decoro” che sfociava in una forma di accanimento terapeutico.

La percezione dell’assurdità dell’atto giudiziario veniva mitigata, stornata, attraverso la considerazione che il reo poteva andare a commettere il delitto altrove, non sotto casa nostra: il classico nascondere lo sporco sotto il tappeto. Adesso, il fatto che per affrontare l’emergenza epidemica, per evitare il contagio si debba limitare ogni contatto, adesso che è indispensabile chiudersi in casa, il fatto che qualcuno ne sia sprovvisto si coglie in tutta la sua manifesta ingiustizia.

Che l’epidemia, in un mondo classista, colpisca più i poveri che i ricchi è ormai evidente e la situazione per quanto riguarda i senzatetto lo è ancora di più. Chiusi i centri di accoglienza diurni, ridotte le offerte dei pasti da parte della Caritas, sempre a Milano l’Opera San Francesco è stata per esempio costretta a chiudere la mensa e ha optato per pranzo al sacco per gli indigenti che sono stati quindi costretti a mangiare per strada. La Croce Rossa di Milano dichiara: “Si sono spostati dal centro e stanno più in periferia. Facciamo anche più fatica del solito a rintracciarli e a spiegare loro che cosa sta succedendo. Ovviamente loro hanno una percezione molto strana della realtà, non si rendono conto dei pericoli e spesso non credono nemmeno a quello che diciamo. In più non c’è cibo, non ci sono aiuti per loro, non ci sono più punti di riferimento”.

 

Il fatto è che all’interno di una visione securitaria attraverso la quale lo Stato si circonda di apparati repressivi, pensare di usare esercito e polizia per aiutare i più deboli, i più esposti, non è nelle corde del sistema. Non fa proprio parte del modo di comportarsi di detti apparati, non rientra nella loro visione. Al tempo dell’epidemia a Firenze gli attivisti di Potere al Popolo insieme ad altri gruppi, spazi occupati, associazioni si sono organizzati per portare la spesa a casa alle persone anziane. E questo la dice lunga sul modo di affrontare la realtà da parte di chi per mestiere reprime e chi è spesso vittima di quella repressione. Sono due modi di percepire il mondo; due modi di sognare e desiderare mondi diversi.

Al tempo delle epidemie bisogna chiudersi in casa, perché fuori le epidemie si muovono liberamente, fuori c’è il pericolo del contagio. Allora, chiusi in casa bisogna pensare a chi la casa non ce l’ha. Distrutta dalla guerra, dai bombardamenti come in Siria con i siriani allontanati e spinti fuori, divenuti profughi e ostaggi usati per un ricatto di chi vuole stare a casa anche se quella casa è stata spesso costruita con le risorse e a scapito di qualcun altro.

La crisi sanitaria, economica e ambientale ci possono sbattere sotto i ponti. Ma anche no. L’architettura ostile – paranoica espressione della crudeltà intraspecifica prodotta dal sistema competitivo capitalistico – ha creato una galleria di oggetti architettonici degna di un museo degli orrori. Sotto i ponti appositi spuntoni impediscono di potersi sdraiare. Anche le panchine non possono essere usate per dormirci, ogni angolo appena più protetto è munito di dissuasori. E non siamo all’interno di un film su una civiltà distopica. Siamo qui, adesso, nelle smart city dei sindaci sceriffo. 

*laboratorio perUnaltracittà

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La colonna infame

12 marzo – di Massimo De Micco

*Massimo De Micco

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Coronavirus, stiamo a casa, ma non in silenzio

12 marzo

E’ il momento di mettere in campo una grande solidarietà collettiva. L’epidemia di Covid 19 continua a estendersi e il sistema sanitario è a rischio collasso, con il serio pericolo che, se il contagio non si ferma, le fasce più esposte, anziani con patologie pregresse, non possano ricevere le adeguate cure. In questa fase, tutte e tutti dobbiamo assumere la grande responsabilità di fare la nostra parte per fermare il contagio e permettere all’insieme della collettività di poter tornare, in un tempo più o meno lungo, alla normalità.

In questo tempo le nostre vite sono state interamente stravolte e all’ansia generale di essere di fronte a qualcosa che al momento non si riesce a governare si è sommata la necessità di riorganizzare la quotidianità di bambine/i, giovani, adulte/i e anziane/i.

Tutti desideriamo tornare alla normalità, per questo tutti dobbiamo rimanere a casa.

Ma siamo così sicuri di voler tornare alla normalità? Non è esattamente quella normalità la causa principale di dove siamo ora finiti?

Per questo dobbiamo rimanere a casa, ma non dobbiamo assolutamente rimanere in silenzio.

Proviamo allora a riflettere su alcune cose che questa drammatica esperienza ci ha insegnato.

Usciremo dall’emergenza Covid 19 e ci proporranno la nuova emergenza economico-finanziaria.

Le misure adottate per fermare il Coronavirus comporteranno una crisi economica paragonabile almeno a quella del 2007/2008. E le misure che verranno proposte per uscirne saranno le medesime: trappola del debito e politiche di austerità. Magari con un governo di unità nazionale per poterle applicare meglio.

Grazie alla trappola del debito, ogni anno paghiamo 60 miliardi di interessi e dal 1980 ne abbiamo già pagati quasi 4000. Possiamo continuare a pensare che il debito pubblico è la priorità o è tempo per rimettere tutto in discussione? Sono le banche e i fondi d’investimento a salvarci dalle emergenze sanitarie?

Grazie alle politiche di austerità abbiamo tagliato tutta la spesa per istruzione, ricerca, sanità, previdenza sociale. Possiamo continuare a pensare che il pareggio di bilancio finanziario venga prima del pareggio di bilancio sociale, ecologico e di genere?

Deve ripartire l’economia?

Su questo tutti si affannano e reclamano qualsiasi ripartenza purchessia. E c’è chi come Confindustria chiede già di dirottare i fondi del “Green New Deal” sulla realizzazione delle grandi opere. Come se la proliferazione dei virus degli ultimi decenni non fosse esattamente il frutto di un modello economico estrattivo che ha devastato gli equilibri ecologici e che, con la crisi climatica, non potrà che provocare ulteriori conseguenze (quanti virus sono sepolti da millenni nei ghiacci che si stanno sciogliendo?). Possiamo continuare su questo modello o è venuto il momento di una drastica inversione di rotta verso un’economia socialmente ed ecologicamente orientata, con al centro solo l’interesse generale?

Ora sappiamo cos’è la precarietà

In queste settimane abbiamo tutte/i sperimentato cosa vuol dire la precarietà in senso esistenziale: le nostre certezze, i nostri riti quotidiani, i nostri universi relazionali sono stati messi a soqquadro e tutte/i abbiamo dovuto prendere atto della fragilità intrinseca della vita umana e sociale.

Ma moltissime donne e uomini, esattamente in queste settimane, hanno fatto conti anche più concreti e drammatici su cosa significhi non avere un reddito perché si ha da sempre un lavoro precario e non garantito. Possiamo far ripartire il carrozzone economico basandolo sulla conferma e l’estensione della precarietà? Avere una garanzia di reddito ha a che fare con la salute oppure no?

Ora sappiamo cos’è il mercato

Se c’è una dimostrazione lampante del fallimento del mercato è esattamente quella che stiamo sperimentando in queste settimane. Il possibile collasso del sistema sanitario italiano è stato abbondantemente preparato dal pensiero unico del mercato, quello che ha imposto tagli draconiani alla spesa pubblica sull’altare dei vincoli di bilancio.

Ed è sempre più chiaro come la ricerca scientifica gestita dal mercato si attivi sempre e solo dopo l’emergenza, con l’esigenza di fare profitti sui vaccini, e mai prima perché non vi è alcuna remunerazione dei profitti nella prevenzione.

Il mercato basa le sue leggi sulle capacità economiche delle persone, non riconosce alcun diritto universale. Beni comuni, servizi pubblici e diritti possono continuare ad essere consegnati al mercato?

In fin dei conti, si tratta sempre di democrazia

Tutto quello che ci aspetta dopo l’emergenza sanitaria avrà molto a che fare con la democrazia. Dovremmo fare tesoro del paradosso di questi tempi: oggi viene chiesto a tutte e tutti di farsi carico del bene collettivo della salute e della solidarietà con le fasce più esposte; domani verrà chiesto a tutte e tutti di farsi nuovamente da parte per delegare ogni scelta ai poteri forti, magari ad un governo di unità nazionale (Draghi premier?) che proseguirà nell’espropriazione collettiva di tutto quello che ci appartiene.

Per tutto quanto sopra detto, oggi dobbiamo essere responsabili e rimanere a casa.

Per tutto quanto sopra detto, domani dovremo essere altrettanto responsabili e riempire le piazze.

*Marco Bersani, Attac Italia

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I limiti dell’ubbidienza

15 marzo

L’esistenza ai tempi delle epidemie si fa più introversa, ma non per la mancanza delle relazioni, non per mancanza dell’altro, che pure pesano, ma per il fatto di dover ripensarsi all’interno della nuova contingenza. La nostra fragilità si rende manifesta reclamando un’attenzione che ci porta a rivedere tutti i nostri comportamenti. Riduce i nostri spazi di manovra, le nostre relazioni, ci chiude nella casa rifugio. Emergono categorie mentali come quella di rischio da dover affrontare, che nel ripetersi scontato del quotidiano fuori dell’emergenza non avevano spazio.

In Cina gli strumenti del capitalismo della sorveglianza hanno aiutato a combattere l’epidemia. Lo stato – e per suo tramite le istituzioni sanitarie – avevano a disposizione la mappatura degli spostamenti di quasi tutta la popolazione. Con gli stessi strumenti di mappatura si è anche controllato che le quarantene e le ingiunzioni a non spostarsi fossero rispettate. Si è anche potuto individuare le persone che avevano avuto incontri con quelle infettate per metterle in quarantena e contrastare la diffusione del virus. Questo ha reso l’invasione della privacy più tollerabile, se non auspicabile. Il fatto è che questo oscuro spiare è, in questo caso, in mano ad un ente super parte che opera per il bene comune e non per il proprio bene. Le cose sono diverse quando invece lo stato ti spia per costringerti all’ubbidienza, quando il tiranno ti spia e ti controlla. Quando il privato ti spia, ti controlla e ti induce a fare qualcosa in vista soltanto del proprio interesse.

Ma i limiti dell’ubbidienza hanno a che fare anche con la dimensione della paura. Conoscere e vivere a partire dalla propria fragilità vuole dire non trasformarla in debolezza che apre le porte alla paura. Non trasformare un’inquietudine in paura. Nell’episodio di Calipso Ulisse vuole andare via dall’isola edenica che la ninfa gli offre. Ad Ulisse viene offerta un’immortalità riempita dall’eterno amore della semi dea. Nessuna conquista da fare, nessuna fatica. La dimensione umana, quella dei mortali, fatta di paure e desideri è sospesa. La vita dell’eroe diventerà anonima e immersa in un anomia giustificata dall’assenza dell’altro. L’immortalità cancella la sua fragilità. Calipso lo ama, anche ricambiata, ma non sa renderlo felice. Ulisse non è sordo all’amore della ninfa, ma la sua anima si strugge in questa nuova situazione. Lo stallo, quella della ninfa e dell’eroe, si supera soltanto permettendo a quest’ultimo di mostrare in termini evidenti il proprio carattere che poi sarebbe proprio l’aspetto umano e vitalistico contrapposto all’indolenza eterna della ninfa e degli dei. Perché quello che Calipso offre ad Ulisse è il non sopraggiungere della morte, ma in cambio, o meglio, quel che resta è una forma di anonimato che in qualche modo equivale alla morte stessa. Gli dei ascoltano la preghiera di Ulisse e impongono alla ninfa di farlo ripartire, di restituirgli la dimensione umana. Per l’umanità della Grecia classica l’esistenza era un intreccio di legami e opposizioni tra i vari clan, tra questi e la città, tra il singolo e i suoi antenati che lo determinavano nell’appartenenza. L’esistenza di sé negli altri era legata alla memoria e la memoria, il poter diventare antenato, era in diretta connessione con le imprese, con le azioni che potevano essergli attribuite. L’immortalità era figlia della fragilità umana, in un certo senso era figlia del suo essere mortale.

Chiusi in casa per sempre, spiati per sempre, ubbidienti alle regole per sempre, non è vita. La fragilità trova il coraggio di allungare una mano verso l’altro, non ora, ma prima o poi bisogna uscirne, bisognerà aver capito che bisogna fare i conti con la paura e i controlli. La paura ci costringe a un’autorepressione, ci consegna nelle mani del tiranno. Il potere si esercita in particolar modo quando l’assoggettamento è volontario, dice Byung-Chul Han. Il coraggio non è avere sprezzo del pericolo, il coraggio è allungare la mano verso l’altro, scongiurare la paura dell’altro. Lo sprezzo della morte da parte di Ulisse è semplicemente accettare la dimensione umana, la dimensione biologica, mettersi dalla parte dei mortali e non da quella degli dei. Accettiamo lo stato di eccezione, ma vegliamo affinché a tempo debito cessi.

L’ecocidio scombina le regole naturali e l’algoritmo, costruito in base a queste regole, ricostruisce il mondo in base a una mappa. Ma la mappa non è il mondo. L’ecocidio scombina il mondo, ma non la mappa. Non possiamo avere così tanta fiducia nell’algoritmo. Non possiamo fidarci ciecamente. Non possiamo farci condizionare dall’algoritmo. Non possiamo delegare senza esercitare il controllo.

*Gilberto Pierazzuoli

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Coronavirus, lavoro e turismo, adesso conviene… comprare

15 marzo – di Stefania Valbonesi

Coronavirus e lavoro, a Firenze fa quasi rima con coronavirus e turismo. Perché se il covid19 mette in ginocchio l’economia italiana, sono i più deboli della catena a prendere le mazzate più pesanti, gli invisibili del lavoro nero, delle partite iva, dei contratti creativi come quelli a chiamata, su su fino ai contratti a tempo determinato o a quelli che non corrispondono affatto all’effettiva natura e carico di lavoro. Il che a Firenze si traduce, in buona parte, con l’occupazione, fragile e cattiva, come testimoniano i report dell’Irpet e dei sindacati, che gira attorno al turismo, buona parte del famoso “indotto”.

Lavoro “cattivo”, tant’è vero che il primo licenziamento da coronavirus a Firenze è proprio nell’ambito del settore alberghiero ricettivo. L’operatore è dipendente di una cooperativa con appalti presso le strutture ricettivo-alberghiere di Firenze; strutture che, a causa della ben nota contingenza di pandemia, sono in fase o di chiusura o di forte diminuzione dell’attività per le disdette ricevute. A causa della situazione, si legge nella lettera di licenziamento, non potendo la cooperativa avvalersi delle attività delle operatore in altri settori aziendali, “La sua attività lavorativa non può più essere proficuamente utilizzata dalla Cooperativa”. Dunque, la cooperativa recede dal rapporto “per giustificato motivo oggettivo”. Licenziamento con effetto immediato a far data dal ricevimento della lettera. Al posto dello svolgimento del preavviso contrattuale (da cui la cooperativa “esonera” il lavoratore), verrà corrisposta la relativa indennità sostitutiva. Spettanze di fine rapporto con l’ultima busta paga, una volta contabilizzate. come testimoniano i report dell’Irpet e dei sindacati, che gira attorno al turismo, buona parte del famoso “indotto”.

Ma non è tutto qui. Un altro rischio infatti potrebbe pendere su Firenze,

Infatti, il mercato degli investimenti alberghieri (quelli dei grandi fondi immobiliari, che ha visto pochi giorni fa un grande “colpo” da parte della società di Taiwan, la Lcd di Nelson Chang, che ha acquistato per 24 milioni il prestigioso Palazzo Serristori con giardino, per costruirvi undici prestigiose residenze di lusso, e gode di ottima salute) non sembra affatto intaccato dall’andamento generale. Del resto, come spiega un articolo del quotidiano on line T.P.I. it che ha interpellato Michele Maria Coscioni, consulente esperto nel mercato alberghiero, tale mercato riguarda per la maggior parte transazioni con un orizzonte temporale per l’apertura delle strutture di circa uno-due anni, dovuto in larga parte a ristrutturazioni e conversioni. Un mercato dunque che, proprio grazie alla crisi, potrebbe essere ancora più appetibile per i grandi fondi internazionali, che potrebbero spuntare ottimi affari su strutture che, magari già indebolite dalle svariate difficoltà del mercato, potrebbero non essere in grado di superare quest’ultima, criticissima contingenza. Insomma a livello di business legato al proprio patrimonio immobiliare, in particolare per l’accoglienza, Firenze, se non fa gola ora, tornerà a far gola. E in molti lo sanno.

Se questo è il capitolo patrimonio immobiliare e turismo alberghiero torniamo a guardare al lavoro ai tempi del coronavirus, a Firenze. Cominciamo dai casi, tutti fiorentini. C’è quello di Pietro, disoccupato, con contratto quasi concluso per un lavoro di cameriere in un ristorante, che ovviamente dall’inizio del coronavirus non ha più visto niente: né proprietario, né contratto. “Dopo aver aspettato per mesi questo lavoro ….” commenta. E magari averci pure contato per mettersi in pari, con le bollette ad esempio. O per allargare il parco alimentare, magari uscendo dal confine di pasta e pane. “Dieta mediterranea forzata”, scherza. O quello di Angela che, in ferie per ragioni di salute, viene convocata dal ristoratore per firmare, insieme ai colleghi, un contratto che modifica l’orario, a 20 ore settimanali. O ancora, Raul, contratto a chiamata…. mai più chiamato. O Andrea e Livia, entrambi contratto a tempo determinato, con speranze di rinnovo. Non ora, però.

“Il vero problema – commentano dai Cobas – è che queste segnalazioni stanno diventando sempre più importanti e ragionevolemnte saranno sempre in crescita. Anche se il vero snodo su cui si gioca buona parte dell’economia italiana sono gli invisibili, vale a dire quei lavoratori che se ne stanno nascosti nelle pieghe dei piccoli esercizi, delle microimprese, spesso senza contratto o con contratti non riconducibili nemmeno lontanamente a quelli nazionali, magari assunti per una qualifica e attivi per un’altra, timorosi, in quanto pochi e misconosciuti, di attivare denunce in quanto deboli e ricattabili”. Insomma tutto un indotto di invisibili che da questa nuova e a tempo indeterminato stangata dell’economia italiana usciranno non solo con le ossa rotte, ma ancora più deboli e ricattabili di prima.

Incalza l’Usb: “Tutto il finto lavoro stabile, vale a dire smart working, lavoro a chiamata, lavoro a tempo determinato con monte ore variabili, fino ad arrivare al lavoro nero sempre negato e molto usato (e in questo frangente se ne verificherà purtroppo la pregnanza nel crollo totale di molti redditi famigliari), comprendendo ovviamente anche partite Iva e lavoratori autonomi, sta andando incontro a forzature che ne rivelano le fragilità e che porteranno a gravi conseguenze sul reddito medio delle famiglie. Tutto è collegato. Nel caso della decisione di chiudere tutto, sarà un costo che si abbatterà sull’intera collettività. Per questo riteniamo che si dovrebbe prevedere l’accesso al reddito di cittadinanza per tutte le categorie che non possono accedere a una cassintegrazione”.

*Stefania Valbonesi

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Coronavirus, ciechi e sordi di fronte alle altrui fragilità

“Quando sentiremo l’ultimo avviso del ‘Si chiude!’,
solo allora il terrore, come molla, ci butterà in piedi
al grido di ‘Vogliamo campare!’.
Eh no: È troppo tardi, coglioni!”
Dario Fo in “L’Apocalisse rimandata, benvenuta catastrofe”

 

Le ultime vicende sul virus, secondo me, stanno facendo emergere una retorica dei buoni sentimenti, ipocrita e stucchevole: “vedrete che ce la faremo”, “vedrete che gli Italiani non sono da meno a nessuno”, “anche nell’isolamento dobbiamo essere solidali con gli altri e riscoprire il volto dell’altro”, “dobbiamo riscoprire gli affetti più intimi”, e cosi via.

Tutto bene, mi chiedo però dov’erano questi buoni sentimenti di fronte a una fragile umanità che veniva e tuttora viene dal mare e continua ad accalcarsi nei nostri porti, sulle nostre coste. Erano lì ad accoglierli affettuosamente, a braccia aperte, consapevoli delle tragedie da cui questi nostri fratelli scappavano o assecondavano le animalesche urla del “Prima gli Italiani”?

Ora siamo noi i colpiti, i fragili, ed ecco che abbondano melliflue considerazioni di fratellanza, di solidarietà, di buonismo d’accatto e a responsabilità limitata.

Mi chiedo cosa fanno questi uomini e queste donne di fronte alle migliaia di migranti fantasmi costretti a sopravvivere in Italia, nel nostro Bel Paese, in condizioni subumane nel fondo di lerci capannoni industriali o in putride baracche, nei ghetti delle nostre campagne, dal nord al sud Italia. Ammassati senza alcuna speranza, se non quella di resistere in condizioni paraschiavistiche.

E che dire di quanto accade ai confini della Grecia dove un’umanità dolente è presa tra due fuochi, quello greco e quello turco, dove sono ridotti a “cosa”, ad arma di pressione di dittatori guerrafondai che in televisione sono mostrati come statisti di primo livello e da tenere in grande considerazione?

Non è finita.

Dove sono i nostri fragili benpensanti di fronte alle spietate guerre del petrolio in Siria, Libia, Afghanistan alimentate anche con armi prodotte in Italia?

Dov’erano i nostri delicati compatrioti quando i governi di centro destra e di centro sinistra hanno massacrato la sanità pubblica a favore di quella privata, ritenuta a torto più efficiente, invece solo ben più remunerativa per i soliti ricchi?

La soppressione di numerose specie viventi e la esposizione di tante altre, le api per esempio, ai venefici trattamenti dell’agricoltura chimica, hanno visto i fragili italiani ben determinati a difendere quanto veniva e viene distrutto?

Dov’erano tutti questi che ora ci richiamano alla responsabilità, alla solidarietà, al prendersi cura del prossimo?

Mai visti e mai sentiti. Ciechi e sordi di fronte alla cura delle altrui fragilità.

“Paiono traversie ma sono opportunità” ci ricorda Giambattista Vico. Ed è proprio ciò che dovremmo fare, ribaltare la pandemia in una nuova consapevolezza, in un nuovo modo di stare al mondo al di fuori di ogni presunzione di superiorità di specie e di ogni presunzione di vivere nel migliore dei mondi possibili. Conversione ecologica e pacifistaconversione all’accoglienza e alla convivenza devono diventare i nostri non negoziabili paradigmi di riferimento.

Rinnegare e combattere la dittatura dell’economia neoliberista.
Affermare il diritto alla vita e alla solidale convivenza.

*Antonio Fiorentino