Mai più orfani di madre: un viaggio attraverso la discriminazione di genere nel mondo accademico

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Con quale criterio si scelgono gli autori da inserire nei libri da studiare tra scuola e università? Ufficialmente si selezionano i pensatori fondamentali per la formulazione teorica di quel preciso campo di studi. Il processo di selezione, se lo si guarda da questa prospettiva, potrebbe sembrare neutrale: gli studiosi più acuti e che per primi hanno studiato alcuni fenomeni hanno buone possibilità di diventare classici, e gli studenti hanno buone possibilità di doverli studiare per forza.

Questo processo, che potremmo definire di inclusione-esclusione, diventa interessante analiticamente se non lo si osserva da un punto di vista individuale e si presta attenzione ai gruppi sociali inclusi ed esclusi dalla categoria dei classici. In questo caso l’esclusione non si fonda sulla validità o l’innovatività del pensiero o della proposta scientifica, a farsi avanti è un principio discriminatorio.

Quanto frequentemente si sente parlare dei “padri fondatori” di una certa disciplina o di un certo filone di pensiero? Ma è possibile che tutta la storia del pensiero sia orfana di madre? Questo è un chiaro esempio di esclusione su base discriminatoria. Si potrebbe contestare la mia affermazione dicendo che gli uomini -in particolare gli uomini delle classi sociali più ricche- storicamente abbiano avuto più liberamente accesso all’istruzione; dunque, siano stati più istruiti e liberi di dedicarsi alla attività intellettuale. Le donne, al contrario, sono state relegate in una dimensione domestica e privata vedendo negato il riconoscimento delle proprie capacità cognitive. Il che è vero, ma questa spiegazione è sufficiente o è viziata dal senso comune?

Cerchiamo di rispondere partendo da un esempio concreto, il caso di Marianne Weber. Nei corsi di sociologia è un evento più unico che raro sentir parlare di lei, al massimo la si cita in quanto moglie di Max Weber, tra “i padri fondatori” della sociologia. Ma prima di essere moglie di qualcuno, Marianne Weber è stata una sociologa, una politica ed una femminista. Nacque in Vestfalia nel 1870 in una famiglia della medio-alta borghesia tedesca: il padre era un medico e la madre era figlia di un importante uomo d’affari, Karl Weber. Dopo la morte dei suoi genitori, Marianne si trasferì e iniziò a studiare in un collegio ad Hannover, grazie al sostegno economico del nonno Karl che pagava la sua retta. In seguito, si trasferì da una zia, Alwine Weber, e lì incontrò Max.

Dopo il loro matrimonio Marianne continuò a studiare, seguì soprattutto corsi di filosofia, sostenuta dallo stesso Max. Iniziò a militare in movimenti femministi liberal-borghesi, iniziò a pubblicare i suoi primi libri, nel 1919 entrò nel Partito Democratico Tedesco diventando la prima donna eletta nella Repubblica di Baden e fu anche presidente dell’Unione delle organizzazioni femministe tedesche. In seguito, anche dopo la morte del marito, continuò a dedicarsi alle sue attività di ricerca e scrittura e nel 1924 le fu concessa una laurea honoris causa in giurisprudenza.

Marianne era una parte attiva della socialità accademica tedesca, eppure tutti ricordano il marito dimenticando lei. Questa non vuole essere una battaglia tra i sessi, tra chi è più meritevole e chi non lo è, ma è interessante constatare quanto fin da allora le studiose fossero delegittimate rispetto ai propri colleghi. Non erano percepite come sociologhe, per esempio, ma viste primariamente come mogli-figlie-compagne di qualcuno, come se vivessero all’ombra degli uomini della loro vita, e al massimo percepite come attiviste più che come accademiche.

È facile intuire perché, da un punto di vista femminista, dimenticare l’esistenza di queste donne e le idee portate avanti da loro sia discriminatorio, ma questo non è l’unico aspetto problematico della vicenda. Riprendiamo il caso di Marianne Weber: dimenticare lei, i suoi libri e la sua produzione intellettuale significa ridurre gli strumenti analitici a propria disposizione per studiare la realtà ed i suoi processi sociali. Smettere di ignorare le studiose che si sono susseguite nei secoli non è solo un atto politico, permette anche di superare uno stato di ignoranza recuperando delle conoscenze andate perse.

In questo caso il concetto di “ignoranza” non è usato per descrivere un semplice stato di non conoscenza, ma assume delle caratteristiche filosofiche peculiari: l’ignoranza sul sapere prodotto
dalle donne è un prodotto culturale, in quanto deriva da un sistema sociale fondato su rapporti di genere diseguali in cui la voce delle donne è silenziata in virtù del dominio maschile sulla scena pubblica. Non è un’ignoranza inconsapevole, ma un’ignoranza colpevole. Le accademiche sono state vittime, per riprendere un concetto teorizzato dalla filosofa Miranda Fricker, di un’ingiustizia epistemica: le donne anche nel mondo accademico sono state oggetto di un deficit di credibilità a causa dei pregiudizi legati alla femminilità e agli stereotipi di genere: dipingerle come meno razionali rispetto agli uomini, e per natura meno inclini al pensiero logico e astratto, ha generato lo stereotipo per cui le loro idee sono da considerarsi meno valide. Cosa aspetta il mondo accademico a riscattarsi da un’arretratezza culturale che condiziona la formazione di studenti e studentesse?

Francesca Pignataro

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Francesca Pignataro

Dal ‘97 mi aggiro nel mondo chiedendo “perché” e ho una forma di repulsione verso le risposte semplici a problemi complessi. Studiando moltiplico le mie domande, scrivendo cerco delle risposte e l’umanità preferisco osservarla dai margini con le lenti dei miei occhiali che sfumano dal viola del femminismo al rosso del marxismo.

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