Da migranti a rivoluzionari: storie di desaparecidos italiani

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«Il colpo di Stato lascia una strana sensazione, un aroma che ritrovi addosso alle cose. Tutto è pervaso da un senso di vuoto, come in una grande storia d’amore finita per una cosa da niente». Il nostro viaggio attraverso storie di lotte e resistenza inizia da un libro, Joca. Il “Che” dimenticato, scritto da giornalista Alfredo Sprovieri ed edito da Mimesis con l’introduzione di Goffredo Fofi.

La nostra nuova avventura sembra iniziare in modo quasi banale: è il 1955 e la famiglia Castiglia lascia San Lucido, cittadina della provincia cosentina in Calabria, ed emigra verso il Brasile. Questa, però, non è solo una storia di emigrazione simile a quella di mille altre famiglie pronte ad abbandonare il proprio paese e a adottare una nuova cittadinanza pur di trovare un lavoro e delle condizioni di vita migliori.

Sono passati quasi dieci anni da quando la famiglia Castiglia è arrivata a Rio de Janeiro. È la mattina del primo aprile 1964 e Libero Giancarlo, figlio di mamma Elena e papà Luigi Castiglia, è già uscito per andare a lavorare in fabbrica. In casa i suoi genitori fremono, sono preoccupati per la sua incolumità e Walter Mario, suo fratello, si affretta a cercare tutti i libri e gli appunti ed i giornali di Libero Giancarlo. Ogni copia di A Classe Operaia, il giornale che era stato fondato dal partito comunista brasiliano e che si proponeva di essere “Giornale dei lavoratori, fatto dai lavoratori, per i lavoratori” e che aveva lo scopo di diffondere il marxismo anche in Brasile, era un pericolo. Come pericolosa era la copia del Capitale e ogni traccia che potesse testimoniare un legame tra Libero Giancarlo ed il Partito Comunista. Walter Mario doveva far sparire tutto.
Ma perché? Cosa stava succedendo?

Le Forze armate brasiliane avevano destituito il Presidente João Goulart: quella mattina il Brasile si era svegliato sotto la morsa di un colpo di Stato. Iniziarono le persecuzioni politiche, nessuna forma di opposizione e dissenso sarebbe stato più tollerata. Quella mattina Walter Mario vide il corpo di un suo amico giacere in una pozza di sangue, era il segretario del sindacato degli studenti. Nulla sarebbe stato più come prima, era iniziata la dittatura militare dei Gorillaz.

Nulla sarebbe stato più come prima neppure per Libero Giancarlo, che quella mattina scelse la via delle armi per opporsi alla dittatura. Dopo l’addestramento in Cina, Libero Giancarlo e le compagne ed i compagni del Partito Comunista costituirono un piccolo esercito partigiano pronto a sfidare la dittatura. Libero Giancarlo, soprannominato Joca, era tra i leader della resistenza. L’esercito partigiano resiste, ma la lotta fu dura e la sproporzione numerica rispetto all’esercito militare era importante. Lentamente le compagne ed i compagni di Joca iniziano a cadere: donne e uomini iniziano a scomparire, ad essere torturati e uccisi. Alla fine, la stessa sorte toccò a Joca. Il suo corpo sparì e non bastò la fine della dittatura nel 1985 per garantire giustizia a Libero Giancarlo e per restituire le sue spoglie alla famiglia.

Questa, però, non è solo la tragica storia umana e politica che ha visto Libero Giancarlo come uno dei protagonisti, questa è anche la storia del giornalista Alfredo Sporiveri. Era il 2009 e Alfredo lavorava come cronista nella redazione di Calabria Ora ed il giornale sta per andare in stampa quando arriva una notizia diversa e interessante: era stato ritrovato il corpo di un ragazzo calabrese scomparso in Brasile trent’anni prima. Alfredo, ai tempi, non conosceva la storia di Libero Giancarlo, ma si pose immediatamente una domanda: «come è possibile che una storia così, diremmo, giornalisticamente “appetibile” sia passata sotto traccia in questo modo, addormentata in un take di agenzia di nemmeno cinque righe? Come posso riuscire a lavorarci e a ottenere l’attenzione di un mondo che ormai non va al di là del titolo?».

Alfredo è un giornalista d’inchiesta, ha naso e si mette sulle tracce di una storia ingiustamente dimenticata. Ma come raccontare una storia così lontana nel tempo e ancora più lontana nello spazio? Inizia da vicino ritornando alle origini: va a San Lucido, cerca la famiglia di Libero Giancarlo e inizia a parlare con loro, a ripercorrere la vicenda umana dietro questa storia. Ma il lavoro di Alfredo non si ferma, per ben dieci anni inizia a cercare, leggere e studiare documenti in portoghese per cercare di ricostruire oggettivamente una storia dolorosa e complessa.

Da quello sforzo di ricostruzione giornalistica non nasce solo un libro, ma un intero progetto. La storia di Libero Giancarlo, infatti, non si inserisce solo nella storia della lotta al regime dei Gorillaz, ma nella più ampia tragedia dei desaparecidos dell’America Latina. Libero Giancarlo sparì come tante altre compagne e tanti altri compagni, perseguitati per motivi politici, per mano dei regimi militari non solo del Brasile, ma di altri Paesi come in Argentina o in Cile o in Uruguay.

Quante sono le persone italiane scompare come Libero Giancarlo? Quali sono le loro storie? Per rispondere a queste domande e ripercorrere lo sterminio condotto dalle dittature militari sudamericane nasce l’Archivio Desaparecido, un serbatoio di storie frutto del lavoro del “Centro di Giornalismo permanente”, «un collettivo di giornalisti che collaborano per costruire un modello alternativo di creazione e sostentamento per lavori di inchiesta, analisi e reportage», tra i cui primi soci ritroviamo Alfredo.

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Francesca Pignataro

Dal ‘97 mi aggiro nel mondo chiedendo “perché” e ho una forma di repulsione verso le risposte semplici a problemi complessi. Studiando moltiplico le mie domande, scrivendo cerco delle risposte e l’umanità preferisco osservarla dai margini con le lenti dei miei occhiali che sfumano dal viola del femminismo al rosso del marxismo.

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