Non solo numeri: per una rappresentanza sostanziale delle donne in politica

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L’avvicinarsi di momenti istituzionali importanti, come le votazioni o la composizione di un nuovo Governo, porta con sé il ripetersi di un mantra: abbiamo bisogno di più donne in politica, dovremmo eleggere una donna. Con la scadenza del mandato di Sergio Mattarella e l’esigenza di eleggere una nuova figura come Presidente della Repubblica, siamo tornati a sentire questo ritornello.

Effettivamente la politica italiana – e non solo – ed i partiti che la animano hanno uno storico problema con le donne e la rappresentanza femminile, ma l’affermazione generica del “c’è bisogno di più donne” è tanto insidiosa quanto controproducente. Se quando si parla di uomini da proporre per ricoprire un certo ruolo politico, si individuano dei personaggi maschili precisi e si spiegano le motivazioni per cui scegliere proprio lui; quando si parla di donne si fa riferimento a delle entità astratte e interscambiabili senza un’identità.

Riflettiamo sul fraintendimento della richiesta di rappresentanza e sul problema di una politica che continua a mettere al proprio centro gli uomini. Le donne sono sottorappresentate nella politica italiana? Sì, secondo il Global Gender Gap Report 2021 del Word Economic Forum, la diseguaglianza tra uomini e donne in Italia raggiunge il suo picco proprio nella distribuzione del potere politico e si stima ci vorranno 145 anni (!) per colmare questo divario. Quindi c’è bisogno di più donne in politica? Sì, le donne in politica sono ancora una minoranza e la loro assenza è il riflesso di un problema strutturale della nostra società, in cui più ci si avvicina a ruoli di potere e più le donne sembrano scomparire: laddove il potere è distribuito in modo gerarchico, l’apice della piramide è occupato dagli uomini mentre le donne restano schiacciata sotto il cosiddetto soffitto di cristallo, un confine invisibile che divide uomini e donne e ostacola quest’ultime a raggiungere posizioni di potere.

Il problema della sotto rappresentanza delle donne in politica non è solo numerico, legato alla rappresentanza descrittiva, ma è una questione di rappresentanza sostanziale, che sia capace di offrire una possibilità di cambiare il modo in cui il potere è gestito e di proporre delle politiche in grado di rispondere agli interessi e ai bisogni delle donne.

Sono molte le studiose e gli studiosi che si sono occupati del tema, qui faremo un rapido riferimento al testo Genere e partecipazione politica di Sveva Magaraggia e Giovanna Vingelli: «L’individuazione degli interessi delle donne è una questione complessa. […] Se “interessi delle donne” è un termine ambiguo, è possibile tuttavia descrivere le caratteristiche di una società non favorevole alle cittadine. Alcune autrici delineano il seguente quadro: una società in cui c’è una netta differenziazione fra privato e pubblico; una società in cui i più deboli ‒ i malati, i bambini, gli anziani ‒ sono oggetto di cura, una cura che viene erogata nel privato, non retribuita; una società in cui non è messo a tema il fatto che questa divisione coincide con la differenza fra uomini e donne; una società nella quale la violenza è considerata una questione privata, in cui persiste una situazione di dipendenza delle donne nella sfera privata e un’inadeguatezza della loro partecipazione nella sfera pubblica, in cui l’oppressione delle donne è ancora mantenuta attraverso la limitazione della loro autonomia (e autodeterminazione). Il quadro che emerge somiglia molto a un circolo vizioso: se il sistema politico non fa i conti con la realtà delle donne, le donne non faranno i conti con la realtà di questa politica e il sistema non cambierà».

Ripetere che “c’è bisogno di più donne”, insomma, non risolve il problema della sotto rappresentanza politica delle donne e non presuppone che si voglia operare in virtù di un cambiamento nella direzione della parità. Soprattutto se è un discorso portato avanti da esponenti politici uomini, rappresentati di partiti composti prevalentemente da uomini: il messaggio sottostante alla loro narrazione è che la conquista dello spazio pubblico e politico delle donne avviene grazie a uomini tanto progressisti da lasciar loro spazio. “C’è bisogno di più donne” usata come espressione generica, che non fa riferimento a una visione politica ben definita e a delle donne che portano avanti un preciso programma politico, diventa un artificio retorico col quale rendere invisibili le donne e le loro proposte, e lasciar la voce agli uomini.

Un passo per abbattere la retorica maschile è ricordare le donne che hanno fatto la storia politica dell’Italia e tornando indietro agli albori della Repubblica affiora il nome di Rita Pisano. Il 15 agosto del 1926 nasceva a Pedace, un piccolo comune del cosentino che si inserisce in un territorio – la Presila – con una forte subcultura politica rossa. Pisano cresce in una famiglia di estrazione popolare e a diciotto anni, nel ’44, si unisce al Partito Comunista Italiano e da lì inizia la sua fervente attività politica. In quello stesso anno il PCI la manda a Milano per prendere parte alla scuola di partiti dedicata alle giovani dirigenti e da lì a poco sarebbe diventata la responsabile della Commissione femminile provinciale, ruolo conquistato grazie alle sue doti pragmatiche e al suo stile politico semplice e diretto. Grazie alle sue abilità è nominata anche segretaria provinciale della Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa. La sua formazione comunista è ben chiara: Pisano porta avanti una lotta di classe per assicurare condizione di lavoro migliori, ma non è cieca di fronte all’esistenza delle diseguaglianze di genere perpetuate anche nella classe operaia. Nel 1948 subì il suo primo arresto a Milano per aver organizzato uno sciopero non autorizzato per i diritti delle lavoratrici, che si occupavano della raccolta delle castagne nella zona del Savuto in Calabria: le raccoglitrici erano pagate in natura ricevendo un terzo del raccolto, grazie a Pisano si stabilì che avrebbero dovuto ricevere metà del prodotto del loro lavoro.

A questo si aggiungeva l’impegno pacifista: nel 1949 fu nominata come componente della delegazione calabrese al Congresso Mondiale della Pace a Parigi, evento durante il quale illustrò la condizione delle contadine calabresi; mentre nel 1951 fu arrestata nuovamente perché distribuiva manifesti per la pace mentre a Cosenza arrivava un battaglione di soldati di leva.

L’impegno politico dimostrato fino a quel momento la portò a d essere eletta consigliera comunale a Cosenza nel 1960 e sei anni dopo ad essere eletta sindaca del suo paese, Pedace. La sua gestione politica si incentrò su politiche di ammodernamento delle infrastrutture locali e culturali e i cittadini riconfermarono la sua buona gestione riconfermandola sindaca nelle successive elezioni del 1970, tuttavia, con l’avvicinarsi delle elezioni del ’75 qualcosa iniziò a cambiare. Il PCI iniziò a emarginarla dal partito senza un apparente motivo e finì con espellerla quando Pisano manifestò la volontà di candidarsi nuovamente alle elezioni comunali, alla fine fondò la lista “Sveglia” e vinse ancora una volta le elezioni battendo addirittura il suo vecchio partito. I suoi cittadini la riconfermarono sindaca sia nel ’75 che nel 1980, carica che ricopri fino al giorno della sua morte il trentuno gennaio 1984. Rita Pisano incarna la figura di una politica di estrazione contadina capace di individuare e rappresentare gli interessi di un preciso gruppo di donne, le lavoratrici.

Nell’Italia divisa in mille comuni, queste piccole storie restituiscono il quadro di un paese costruito anche dalle donne che hanno conquistato il loro spazio portando avanti una precisa visione politica, anche in barba ai loro partiti di appartenenza. Alla retorica maschile si oppone la concreta azione femminile.

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Francesca Pignataro

Dal ‘97 mi aggiro nel mondo chiedendo “perché” e ho una forma di repulsione verso le risposte semplici a problemi complessi. Studiando moltiplico le mie domande, scrivendo cerco delle risposte e l’umanità preferisco osservarla dai margini con le lenti dei miei occhiali che sfumano dal viola del femminismo al rosso del marxismo.

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