Regione Toscana: nuovi tagli alla sanità

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300 milioni di euro: questa la cifra indicativa che sarà “necessario” sacrificare sull’altare del bilancio regionale di quest’anno in nome della mediazione tra cittadini e Stato italiano, e tra Stato e organizzazioni internazionali, prima fra tutte l’Unione Europea. Dietro questo numero, lo sappiamo, si nascondono i lavoratori e soprattutto le lavoratrici che verranno licenziate, le strutture che verranno chiuse, la sofferenza e il rischio quando non la morte delle persone. La politicità di queste misure emerge con forza dal momento che sarebbero assolutamente evitabili e anzi il loro segno invertibile.

Seppellita una volta per tutte col PNRR la già fallace retorica del “non ci sono i soldi”, il nuovo taglio ci ricorda che nonostante i miliardi in arrivo dall’Europa ci troviamo pur sempre sotto un regime capitalista di cui le istituzioni, da destra a sinistra, fanno pienamente parte. L’intervento pubblico (da parte delle banche centrali, attraverso gli stati) segna sì una discontinuità rispetto a decenni di neoliberismo galoppante, ma si inscrive pur sempre, come accaduto dal 2008, all’interno di una cornice da “governo della crisi” forgiato dai (e quindi strumentale ai) nostri nemici di classe.

300 milioni di euro: questa la cifra indicativa che sarà “necessario” sacrificare sull’altare del bilancio regionale di quest’anno in nome della mediazione tra cittadini e Stato italiano, e tra Stato e organizzazioni internazionali, prima fra tutte l’Unione Europea. Dietro questo numero, lo sappiamo, si nascondono i lavoratori e soprattutto le lavoratrici che verranno licenziate, le strutture che verranno chiuse, la sofferenza e il rischio quando non la morte delle persone. La politicità di queste misure emerge con forza dal momento che sarebbero assolutamente evitabili e anzi il loro segno invertibile. Seppellita una volta per tutte col PNRR la già fallace retorica del “non ci sono i soldi”, il nuovo taglio ci ricorda che nonostante i miliardi in arrivo dall’Europa ci troviamo pur sempre sotto un regime capitalista di cui le istituzioni, da destra a sinistra, fanno pienamente parte. L’intervento pubblico (da parte delle banche centrali, attraverso gli stati) segna sì una discontinuità rispetto a decenni di neoliberismo galoppante, ma si inscrive pur sempre, come accaduto dal 2008, all’interno di una cornice da “governo della crisi” forgiato dai (e quindi strumentale ai) nostri nemici di classe [https://www.perunaltracitta.org/homepage/2022/01/24/pnrr-a-firenze-3-come-va-la-salute/]. Dopo che l’assessorato alla sanità toscana aveva indicato alle Asl che sarebbe stato necessario tagliare le spese senza però fornire chiare direttive, nelle ultime settimane il quadro si è fatto più chiaro. Taglio netto ai diritt… scusate, ai servizi ritenuti “inutili” nei confronti di persone con disabilità e mancato rinnovo dei contratti di migliaia di operatori sanitari assunti durante i periodi più difficili della pandemia. All’ospedale di Ponte a Niccheri, racconta L., tecnico di radiologia, è diventato difficile anche chiedere un giorno di ferie, perché solo nel suo reparto sono ben cinque le persone che probabilmente non verranno rinnovate. La ragazza che potrebbe sostituirlo nel giorno del matrimonio di un amico, e che ha il contratto in scadenza tra due giorni, addirittura ancora non sa se questo le sarà rinnovato o meno. La stessa incertezza in merito ad eventuali rinnovi anticipa la negligenza con cui chi ci governa tratta i nostri “eroi”, ogni volta direttamente proporzionale alla decrescita dei contagi. Per inciso: ricordiamoci che in autunno ci attende una nuova ondata. Dicevamo sopra, tuttavia, che i nuovi tagli rispettano del resto l’andamento degli ultimi dieci anni, e sarebbe quindi miope legare questi problemi al solo contesto pandemico. Alcuni articoli di questi giorni fanno infatti il punto sullo iato previsto tra i pensionamenti dei medici di base dei prossimi anni e la carenza di personale medico in grado di sostituirli. La contromisura che più probabilmente verrà adottata sembra essere quella di scaricare la fatica e la responsabilità di questo lavoro fondamentale sui tirocinanti in formazione. Questa contraddizione tocca un nervo scoperto in fatto di investimenti strutturali che qui proprio non possiamo approfondire, ma forse riassumere in parte sottolineando il rapporto di totale dipendenza che la formazione subisce da parte del mondo del lavoro capitalista e i suoi effetti. Riuscire a determinare le nostre attività (leggi: lavoro liberato dal ricatto del salario, ovvero lavoro da e per le comunità) a partire dalle priorità individuate dalla (con)ricerca e non viceversa è una sfida che riguarda oggi tutto il mondo della formazione, dalle scuole alle università e non solo. SUL RUOLO DELLE ISTITUZIONI Supponendo che fin qui ci troviamo tutti d’accordo, cosa può fare la Regione se il governo non mette al bilancio più fondi per la sanità? Più in generale: come possono le istituzioni locali far fronte a problemi che, come dicevamo, nascono ben al di sopra di loro? La risposta è: quasi niente, almeno finché rispettano la propria vocazione mediatrice tra i livelli più bassi (ad esempio le Asl) e quelli più alti (ad esempio il Ministero della Salute). Per come funzionano oggi, questi organismi possiedono una spinta politica pressoché nulla, fino a risultare agli occhi dei cittadini poco più che uffici passacarte. Questo, si intende, a prescindere dalle buone intenzioni o meno degli attori che li incarnano. Si arriva quindi alla conclusione che quello che le istituzioni sono chiamate a fare se vogliono portare in alto le istanze dei cittadini è nientemeno che tradire questa loro vocazione la propria natura e dichiarare guerra aperta a chi sta sopra di loro. La Regione Toscana si schieri apertamente contro le direttive del governo e ne faccia la propria bandiera: solo così sarà dalla parte dei cittadini. Allo stesso modo, sta a noi ovviamente far valere e scagliare le istanze più giuste contro chi sta sopra di noi, perché la spinta non può avere origine altrove. Noi siamo la forza, il desiderio e la possibilità di cambiare il mondo. GUERRA E SALUTE Le spinte provenienti dall’alto sono infatti determinate da quello che noi concediamo. Oggi concediamo al governo Draghi di tagliare per l’anno corrente i sei miliardi di euro investiti nella sanità pubblica l’anno scorso (si prevedono peraltro ulteriori riduzioni per i prossimi anni) e di investirne invece altri tredici in spese militari, per affrontare (coerente, in effetti) una guerra di cui siamo già parte attiva. Nicoletta Dentico, in un articolo che abbiamo condiviso nell’ultimo numero di questa rivista [https://www.perunaltracitta.org/homepage/2022/04/04/la-vergogna-delle-spese-militari-ai-tempi-della-sanita-pubblica-devastata/], racconta in maniera efficace in che modo la guerra costituisca, proprio in termini di salute, la più brutale delle calamità a cui possiamo andare in contro. Non solo perché i soldi spesi potrebbero essere utilizzati in altro modo (ricordiamoci che i soldi ci sono sempre, sono solo nelle tasche dei ricchi), ma perché inviare armi all’Ucraina e prepararsi allo scoppio di una nuova guerra mondiale significa accettare uno scontro a livello internazionale (cioè tra stato-nazioni), costringendo i popoli a prendervi parte anche se nessuno sa davvero niente della genesi geopolitica del conflitto e non avrebbe alcun interesse a portarlo a termine se non per il fatto che «cazzo, ci stanno bombardando», ribadendo infine le infami gerarchie esistenti. In queste settimane in molte città dei paesi coinvolti (dalla Russia all’Europa agli Stati Uniti) stiamo scendendo in piazza per la solidarietà tra i popoli, contro una guerra decisa e fomentata da governi che finita la campagna elettorale non rappresentano quasi nessuno. A Firenze, molti dei tantissimi presenti in piazza Santa Croce sabato 26 marzo hanno ascoltato Zelensky solo come volto delle vittime della guerra, ma abbiamo l’impressione che rimangano pronti a condannare la NATO e governi dei paesi afferenti nel caso di un allargamento del conflitto armato. Oggi una salute intesa come bene comune e non come servizio né come strumento di governo parte necessariamente dalla volontà di non accettare la nostra sofferenza né tanto meno di scaricarla su noi stessi (auto-incolpandoci, deprimendoci, ecc.), bensì dallo studio, dall’organizzazione e dalla scelta razionale di liberare la nostra rabbia anche irrazionale nei confronti delle istituzioni in grado di rendere conto delle “radici che stanno in alto”.Dopo che l’assessorato alla sanità toscana aveva indicato alle Asl che sarebbe stato necessario tagliare le spese senza però fornire chiare direttive, nelle ultime settimane il quadro si è fatto più chiaro. Taglio netto ai diritt… scusate, ai servizi ritenuti “inutili” nei confronti di persone con disabilità e mancato rinnovo dei contratti di centinaia di operatori sanitari assunti durante i periodi più difficili della pandemia. All’ospedale di Ponte a Niccheri, racconta L., tecnico di radiologia, è diventato difficile anche chiedere un giorno di ferie, perché solo nel suo reparto sono ben cinque le persone che probabilmente non verranno rinnovate. La ragazza che potrebbe sostituirlo nel giorno del matrimonio di un amico, e che ha il contratto in scadenza tra due giorni, addirittura ancora non sa se questo le sarà rinnovato o meno. La stessa incertezza in merito ad eventuali rinnovi anticipa la negligenza con cui chi ci governa tratta i nostri “eroi”, ogni volta direttamente proporzionale alla decrescita dei contagi. Per inciso: ricordiamoci che in autunno ci attende una nuova ondata.

I nuovi tagli rispettano del resto l’andamento degli ultimi dieci anni, e sarebbe quindi miope legare questi problemi al solo contesto pandemico. Alcuni articoli di questi giorni fanno infatti il punto sullo iato previsto tra i pensionamenti dei medici di base dei prossimi anni e la carenza di personale medico in grado di sostituirli. La contromisura che più probabilmente verrà adottata sembra essere quella di scaricare la fatica e la responsabilità di questo lavoro fondamentale sui tirocinanti in formazione. Questa contraddizione tocca un nervo scoperto in fatto di investimenti strutturali che qui proprio non possiamo approfondire, ma forse riassumere in parte sottolineando il rapporto di totale dipendenza che la formazione subisce da parte del mondo del lavoro capitalista e i suoi effetti. Riuscire a determinare le nostre attività (leggi: lavoro liberato dal ricatto del salario, ovvero lavoro da e per le comunità) a partire dalle priorità individuate dalla (con)ricerca e non viceversa è una sfida che riguarda oggi tutto il mondo della formazione, dalle scuole alle università e non solo.

Sul ruolo delle istituzioni

Supponendo che fin qui ci troviamo tutti d’accordo, cosa può fare la Regione se il governo non mette al bilancio più fondi per la sanità? Più in generale: come possono le istituzioni locali far fronte a problemi che, come dicevamo, nascono ben al di sopra di loro? La risposta è: quasi niente, almeno finché rispettano la propria vocazione mediatrice tra i livelli più bassi (ad esempio le Asl) e quelli più alti (ad esempio il Ministero della Salute). Per come funzionano oggi, questi organismi possiedono una spinta politica pressoché nulla, fino a risultare agli occhi dei cittadini poco più che uffici passacarte. Questo, si intende, a prescindere dalle buone intenzioni o meno degli attori che li incarnano.

Si arriva quindi alla conclusione che quello che le istituzioni sono chiamate a fare se vogliono portare in alto le istanze dei cittadini è tradire questa loro vocazione e dichiarare guerra aperta a chi sta sopra di loro. La Regione Toscana si schieri apertamente contro le direttive del governo e ne faccia la propria bandiera: solo così sarà dalla parte dei cittadini. Allo stesso modo, sta a noi ovviamente far valere e scagliare le istanze più giuste contro chi sta sopra di noi, perché la spinta non può avere origine altrove. Noi siamo la forza, il desiderio e la possibilità di cambiare il mondo.

Guerra e salute 

Le spinte provenienti dall’alto sono infatti determinate da quello che noi concediamo. Oggi concediamo al governo Draghi di tagliare per l’anno corrente i sei miliardi di euro investiti nella sanità pubblica l’anno scorso (si prevedono peraltro ulteriori riduzioni per i prossimi anni) e di investirne invece altri tredici in spese militari, per affrontare (coerente, in effetti) una guerra di cui siamo già parte attiva.

Nicoletta Dentico, in un articolo che abbiamo condiviso nell’ultimo numero di questa rivista, racconta in maniera efficace in che modo la guerra costituisca, proprio in termini di salute, la più brutale delle calamità a cui possiamo andare in contro. Non solo perché i soldi spesi potrebbero essere utilizzati in altro modo (ricordiamoci che i soldi ci sono sempre, sono solo nelle tasche dei ricchi), ma perché inviare armi all’Ucraina e prepararsi allo scoppio di una nuova guerra mondiale significa accettare uno scontro a livello internazionale (cioè tra stato-nazioni), costringendo i popoli a prendervi parte anche se nessuno sa davvero niente della genesi geopolitica del conflitto e non avrebbe alcun interesse a portarlo a termine se non per il fatto che «cazzo, ci stanno bombardando», ribadendo infine le infami gerarchie esistenti.

In queste settimane in molte città dei paesi coinvolti (dalla Russia all’Europa agli Stati Uniti) stiamo scendendo in piazza per la solidarietà tra i popoli, contro una guerra decisa e fomentata da governi che finita la campagna elettorale non rappresentano quasi nessuno. A Firenze, molti dei tantissimi presenti in piazza Santa Croce sabato 26 marzo hanno ascoltato Zelensky solo come volto delle vittime della guerra, ma abbiamo l’impressione che rimangano pronti a condannare la NATO e governi dei paesi afferenti nel caso di un allargamento del conflitto armato.

Oggi una salute intesa come bene comune e non come servizio né come strumento di governo parte necessariamente dalla volontà di non accettare la nostra sofferenza né tanto meno di scaricarla su noi stessi (auto-incolpandoci, deprimendoci, ecc.), bensì dallo studio, dall’organizzazione e dalla scelta razionale di liberare la nostra rabbia nei confronti delle istituzioni in grado di rendere conto delle “radici che stanno in alto”.

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Eugenio Conti, laureato in Antropologia culturale ed etnologia all’Università di Bologna.

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