Petrolchimico di Livorno: la colpevole congiura del silenzio e dell’inerzia (4)

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“Abitare vicino alla raffineria ENI di Livorno è come stare attorno al cratere di un vulcano in continua e imprevedibile eruzione. È una non vita, è come negare il diritto alla buona vita e alla salute. Molto presto andremo via da questo posto. Nessuno ci ascolta!”.

Come non allarmarsi di fronte alle accorate dichiarazioni di questa donna che vive a ridosso della raffineria e i cui figli frequentano la scuola media a soli 250 metri dalla recinzione dell’impianto petrolifero? Se decidono poi di valersi delle attrezzature di un locale impianto sportivo, scoprono che è stato costruito su di una discarica abusiva, a lungo utilizzata e mai notata da chi avrebbe dovuto vigilare sulla integrità del territorio. Questi ragazzi si ritrovano a respirare non solo i miasmi della raffineria ma anche quelli liberati dalle sostanze sepolte sotto la pista ciclabile, sostanze con cui potrebbero anche venire in contatto.

Non è la solita denuncia di una qualsiasi discarica abusiva. In questa area, di quasi 5 ettari, è concentrato un mix di veleni chimici, tossici e cancerogeni, da far impallidire chiunque: si va dagli idrocarburi pesanti agli idrocarburi policiclici aromatici (i famigerati IPA tra cui il benzo(α)pirene), ai pesticidi, ai metalli pesanti (arsenico, cadmio, cobalto, rame, zinco), sino ad alcune ecoballe di amianto, abbandonate e lasciate incustodite. Come evidenziato dal piano di caratterizzazione dell’Arpat, sono stati ampiamente superati i valori limite (CSC) consentiti per legge sia nei terreni che nelle acque sotterranee!

Come è stato possibile tutto ciò?
Ovviamente non è una situazione isolata ma è la condizione generalizzata che coinvolge sia i lavoratori del petrolchimico che le popolazioni che vi si affacciano, da Calambrone a Stagno, ai quartieri nord di Livorno sino a quelli a ridosso del porto turistico e commerciale. È l’intero ecosistema del litorale pisano livornese ad essere profondamente segnato e compromesso, a tal punto da dover temere un collasso senza precedenti. Tentare di vivere nei dintorni del cratere vuol dire anche fare i conti con le continue turbolenze degli impianti dell’intero polo petrolchimico: esplosioni di forni; fughe di sostanze pericolose che intossicano l’aria; rumori, fischi e boati molto spesso h24; incendi e pericolosa diffusione di fumi e particolato fine; dispersione nelle acque superficiali e sotterranee di metalli e idrocarburi; continui cattivi odori (le maleodoranze) che prendono alla gola e impediscono di respirare. Non ultima, la presenza, fastidiosa e pericolosa, della torcia della raffineria, lingua di fuoco di un drago petrolchimico che mai si spegne e tutto affumica.
Non deve meravigliare quindi, come documenteremo nei prossimi articoli, che in quest’area, e in tutto il SIN livornese, il tasso di mortalità totale è maggiore di quello medio regionale, da attribuire soprattutto ai tumori dell’apparato respiratorio.
Maggiore della media regionale sono sia il tasso di mortalità nella fascia di età fino a 19 anni che le malformazioni congenite neonatali, addirittura maggiori di quelle riscontrate a Taranto.
Perseguire le responsabilità è quasi impossibile perché non verrebbe dimostrato il nesso diretto di causalità degli eventi. Questa è la foglia di fico che garantisce l’impunità di controllori reticenti e inadempienti e di imprese avvelenatrici.
I 180 ettari dell’impianto sono comunque la punta visibile dell’immenso iceberg sotterraneo costituito dalla ragnatela di tubazioni, oleodotti, scarichi che, partendo dal porto industriale di Livorno, si diffonde ai depositi costieri e arriva anche al Deposito di Calenzano, attraversando gran parte della Toscana centro settentrionale. Le indagini di caratterizzazione del sito hanno evidenziato un grave inquinamento nei terreni, nelle acque di falda e nei sedimenti delle aree marino-costiere.
Nonostante l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta successiva all’alluvione del 2017, le numerose conferenze dei servizi, le decisorie, gli accordi di programma, nessun intervento di bonifica è stato sinora attuato.

Come se non bastasse, in questi giorni Eni, Regione Toscana e Sindaci di Livorno e Collesalvetti hanno annunciato in pompa magna la possibile realizzazione, nell’area del petrolchimico livornese, di una “bio-raffineria”. Qui di bio non c’è proprio niente. Pur partendo da scarti vegetali e da oli usati il combustibile prodotto, semplificando moltissimo, consiste in una sorta di diesel paraffinico composto da una miscela di idrocarburi pesanti, ossia con più di venti atomi di Carbonio (C>20), niente affatto diversi dai combustibili fossili inquinanti e climalteranti di cui vorremmo e dovremmo liberarci.
Inoltre, non è ancora chiaro cosa accadrebbe al precedente accordo per la realizzazione di un gassificatore che dovrebbe trattare 200.000 tonnellate di plastica “non altrimenti riciclabile” e di rifiuto indifferenziato (CSS) per produrre metanolo (H3C-OH).
Si tratta di impianti ormai nati vecchi, senza una prospettiva di lunga durata perché nel giro di un decennio il numero dei veicoli con il motore a scoppio è destinato a diminuire drasticamente, se non a scomparire.
Perché non investire nella rinascita di questi territori? Le famiglie di Stagno, e non solo loro, da più di un ventennio stanno aspettando la bonifica delle acque e dei suoli, la diminuzione dei tassi di mortalità dell’area e la dismissione di un impianto obsoleto, che non potrà mai garantire soddisfacenti e duraturi livelli occupazionali, in un modello di conversione ecologica, esemplare a livello europeo, unico in grado di garantire migliori condizioni ambientali e di salute e migliori e più sicuri posti di lavoro.

I comitati locali chiedono di fermare il progetto anche perché la concentrazione di benzene (cancerogeno certo per l’uomo), nell’area dove è previsto il gassificatore, è alle stelle. Non si dovrebbe far altro quindi che attuare l’immediata bonifica del sito per limitare i rischi sia per le case confinanti che per i lavoratori.
In questo contesto non è chiaro il ruolo giocato dalle amministrazioni locali che non sempre si attivano in difesa della sicurezza e della salute di lavoratori e cittadini.L’amministrazione di Livorno, dopo lungo torpore, si è resa conto che le bonifiche dell’area, dopo 21 anni, non sono state avviate e, udite udite!, si appresta a preparare (quando?) una bozza di accordo da concordare con la Regione per avviare un progetto di bonifica delle acque sotterranee. Il “frenetico” attivismo riguarda anche la richiesta di verifica dell’Accordo sottoscritto a gennaio del 2020 dalla Regione Toscana per la tutela e il controllo della salute dei cittadini nei 4 SIN toscani, quando si sa bene che è quasi del tutto inapplicato.

Perché attivarsi? Ma naturalmente, per dare “dare un beneficio alle aziende già presenti, oltre che a rendere le aree più appetibili per aziende che volessero insediarsi sul territorio”: la salute dei cittadini è ormai la cenerentola dell’Ufficio ambiente del Comune di Livorno. Il sindaco di Collesalvetti non è da meno quando, di fronte al disastro della pista ciclabile, assume una posizione attendista: “Siamo sotto il coordinamento dell’Arpat […] attendiamo nuove indicazioni”; “non è detto che gli inquinanti trovati siano collegati a ENI”; “non è detto che le maleodoranze siano pericolose”, dimenticando che il sindaco è il responsabile della condizione di salute della popolazione del suo territorio e in questo senso dovrebbe sempre attivarsi.

Mentre le imprese moltiplicano i loro profitti (utile netto ENI nei primi sei mesi del 2022: + 7,4 miliardi di euro, + 672% rispetto allo stesso periodo del 2021), i soggetti pubblici tendono invece a minimizzare, rassicurare, si rimpallano le responsabilità, convocano riunioni come al solito inconcludenti nella speranza di tenere sotto controllo una situazione ormai incontenibile.
Non sappiamo quanto questo muro di gomma potrà resistere di fronte agli scioperi e alle denunce dei lavoratori e alle numerose iniziative ed esposti dei cittadini, delle associazioni e dei gruppi politici locali, tutti uniti per non lasciarsi imbrogliare dai ricatti di tipo occupazionale.
Questi chiedono maggiori e dettagliati controlli all’interno di una prospettiva di conversione, in chiave ecologica e a parità di posti di lavoro, di questo modello industriale ed energetico, fondato sul saccheggio degli ecosistemi e del diritto delle comunità locali alla salute, alla sicurezza e ad un lavoro protetto e ben retribuito.

Maurizio Marchi – Medicina Democratica Livorno
Antonio Fiorentino – perUnaltracittà Firenze

Qui gli articoli precedenti:
# 1 – IL S.I.N. DI LIVORNO BOMBA ECOLOGICA DELL’ALTO TIRRENO (1)
# 2 – A LIVORNO ABITANTI E LAVORATORI SI BATTONO PER UN PORTO PULITO E SICURO (2)
# 3 – PERCHÉ A LIVORNO POLITICA E IMPRESE SOTTOVALUTANO IL RISCHIO INDUSTRIALE E AMBIENTALE ? (3)

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Antonio Fiorentino

Architetto, vive e lavora tra Pistoia e Firenze dove rischia la pelle girando in bici tra bus, auto e cantieri. E’ un esponente del Gruppo Urbanistica di perUnaltracittà di Firenze, partecipa alle attività di Comitati di Cittadini e Associazioni ambientaliste.

3 commenti su “Petrolchimico di Livorno: la colpevole congiura del silenzio e dell’inerzia (4)”

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