Lavoro e sfruttamento nel settore culturale: l’inchiesta di Mi Riconosci

Lo scorso 17 gennaio, presso la Camera dei Deputati a Montecitorio, si è tenuta la conferenza stampa per presentare i risultati dell’inchiesta 2022 di Mi Riconosci sul tema “Lavorare nel settore culturale. Il questionario è stato realizzato e lanciato dall’associazione con l’intento di mettere in luce le principali problematiche che affliggono il mondo della cultura e i suoi professionisti.

La presentazione è stata fatta in occasione del trentennale della legge 4/1993, meglio nota come Legge Ronchey, una scelta simbolica volta a sottolineare l’impatto negativo di questo testo legislativo, che si può considerare a tutti gli effetti la pietra miliare nel disfacimento del sistema culturale italiano in nome di una presunta innovazione. Voluta da Alberto Ronchey, giornalista e ministro “tecnico” dei Beni culturali tra 1992 e 1993, fu eccezionalmente votata all’unanimità dal Parlamento, tra i pochi casi nella storia della Repubblica. La legge introdusse i servizi aggiuntivi per i musei italiani (bookshop, caffetteria, audioguide, ecc.), in seguito ulteriormente normati, rendendoli obbligatoriamente esternalizzati e impedendo alle amministrazioni pubbliche di gestirli in proprio. La deriva sancita da questo testo legislativo ha portato negli anni successivi all’esternalizzazione anche di servizi fondamentali e identitari dei musei, come biglietteria, accoglienza e didattica. La stessa legge introdusse inoltre la possibilità di utilizzare volontari «a integrazione del personale» nei siti culturali statali: da un lato così le associazioni di volontariato diventavano il primo interlocutore di ogni ente pubblico (e non solo) nel campo della valorizzazione del patrimonio culturale, dall’altro, introducendo la manodopera gratuita, si consentiva al sistema delle esternalizzazioni di operare immediatamente verso il massimo ribasso (per un approfondimento sul volontariato culturale e le problematiche connesse, vedi Il volontariato culturale oggi è un problema. Ecco il perchè). Le conseguenze drammatiche che ne sono derivate emergono drammaticamente dai risultati dell’inchiesta.

Lavorare nel settore culturale

Questa, lanciata dall’associazione lo scorso 6 novembre e chiusa il 9 gennaio con 2526 risposte – quasi 1000 risposte in più rispetto a quelle ottenute da un analogo questionario diffuso nel 2019 – si rivolgeva ai lavoratori e agli ex lavoratori (disoccupati al massimo da un anno) del mondo dei beni culturali e dello spettacolo, coinvolgendo anche stagisti, tirocinanti, accademici e volontari del Servizio Civile. Costruito in maniera dettagliata e ricco di domande, il nuovo questionario richiedeva al compilatore, distinguendo tra lavoratore dipendente e autonomo, una forte consapevolezza delle proprie condizioni e la conoscenza dei diritti garantiti o non garantiti dal proprio contratto e status lavorativo. Un’ultima sezione, dove era possibile rispondere per esteso e raccontare la propria esperienza, dedicata sia ai lavoratori autonomi che ai dipendenti, indagava temi assai delicati, quali sindacalizzazione, mobbing e ricatti, maternità, tenore dei colloqui di lavoro (per consultare nel dettaglio i dati emersi dal questionario, vedi Lavorare nel settore culturale – 2022 – Mi Riconosci).

Il primo importante dato emerso dal questionario, certamente significativo per una corretta interpretazione di uno scenario tanto ampio quanto variegato come quello delle professioni dei beni culturali, è la netta maggioranza di lavoratrici donne, che rappresentano il 76% degli intervistati. Di eguale rilevanza sono i dati inerenti ai titoli di studio dei compilatori, descrivendo un panorama di lavoratori altamente formati, che nell’85% dei casi hanno almeno una laurea triennale, mentre ben il 30,5% possiede un titolo post lauream.

All’interno della macrocategoria dei lavoratori dipendenti (nel 68% dei casi impiegati presso musei, biblioteche, archivi, parchi archeologici, gallerie, spazi espositivi, teatri, cinema) pare significativo sottolineare l’alta percentuale di personale esternalizzato: nel 75% dei casi il datore di lavoro è infatti un privato (in testa le cooperative con il 37,4%), mentre solo il 25% dei dipendenti lavora nella pubblica amministrazione. Di questa macrocategoria, solo il 50% dei lavoratori possiede un contratto a tempo indeterminato, dato che evidenzia un preoccupante tasso di precarietà: non solo, la metà degli intervistati ha individuato nel mancato rinnovo del contratto la causa di interruzione del proprio lavoro, mentre nel 39% dei casi è stata dettata da una scelta personale, molto spesso da ricondurre al salario basso o all’assenza di adeguate tutele (26% dei contratti non prevedono la malattia). Il 54,2% degli intervistati guadagna infatti meno di 10000€ l’anno, vivendo ben al di sotto della soglia di povertà, il 69% dei lavoratori dipendenti ha pertanto dichiarato di percepire meno di 8€ netti l’ora (ai quali si deve aggiungere un 22,4% che percepisce tra i 4€ e i 6€ netti l’ora). Di frequente, la percezione di stipendi tanto bassi e non dignitosi è purtroppo legittimata dalla tipologia dei contratti somministrati, che nel 26% dei casi fanno capo al Multiservizi (contratto di appalto tipico per il personale di mense e imprese di pulizia), mentre solo il 6% dei lavoratori dipendenti sono assunti con il Federculture, contratto collettivo nazionale concepito nel 1999 per tutti “i dipendenti delle imprese dei servizi pubblici per la cultura, il turismo, lo sport e il tempo libero”.

Per quanto concerne la macrocategoria dei lavoratori autonomi, che rappresentano il 31% degli intervistati, va certamente evidenziato che nel 73,3% dei casi la libera professione ha rappresentato una scelta obbligata dal committente (dalle cooperative per il 23%, dalle pubbliche amministrazioni per il 14%). Nella maggior parte dei casi né il monte ore né la tariffa oraria è stabilita dal lavoratore, e così anche per questa categoria un buon 40,3% percepisce meno di 8€ netti l’ora. La medesima percentuale, inoltre, lavora a monocommittenza, cioè con una sola ed esclusiva collaborazione, di fatto svolgendo un lavoro che di fatto ha tutte le caratteristiche di quello dipendente.

In conclusione, vale la pena segnalare che ben il 40% dei lavoratori ha dichiarato di aver subito mobbing e ricatti dal datore di lavoro e, in minor parte, dai colleghi. Ancora, e per concludere, lascia riflettere, in un settore rappresentato – come si è visto – in larga parte da donne, il fatto che il diritto alla maternità non sia stato garantito nel 32% dei casi, mentre un uguale parte non ha potuto esercitarla in quanto lavoratrice a partita iva.

Il quadro che si ricava da questi dati è preoccupante: nei musei, biblioteche, archivi italiani vengono calpestati quotidianamente i diritti basilari dei lavoratori (malattia, permessi, maggiorazione di straordinari e festivi). Vengono svilite le professioni, sia quelle che richiedono titoli specialistici sia quelle che non le richiedono. Le competenze non sono riconosciute né dal punto di vista retributivo né sociale. La situazione lavorativa nel settore culturale è davvero critica e necessita di tempestivi interventi legislativi che tutelino i lavoratori e favoriscano opportunità di lavoro di qualità.

Mi Riconosci, movimento nato nel 2015 e divenuto associazione nel 2018, lotta per il riconoscimento e il miglioramento delle condizioni lavorative del settore culturale italiano.

Negli anni è stato promotore di molte altre inchieste, sul lavoro, anche con attenzione al periodo di emergenza pandemica, e sulle discriminazioni di genere. Tra gli ultimi progetti si ricorda il libro Oltre la grande bellezza. Il lavoro nel patrimonio culturale italiano (DeriveApprodi 2021) e il censimento dei monumenti femminili in Italia, da cui sono scaturiti una mappa e il volume, in corso di pubblicazione, Comunque nude. La rappresentazione femminile nei monumenti pubblici italiani (Mimesis 2023).