Dehors. Non è solo questione di estetica

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Il nuovo regolamento comunale sui dehors è in fase istruttoria. Ma, a giudicare dalle anticipazioni della stampa, non promette rilevanti avanzamenti rispetto alla vecchia normativa.

L’assessore allo sviluppo economico si dice impegnato nel migliorare i dehors, nel renderli “più carini”, in “armonia” con il contesto storico (già saturo di terrazze, dove – aggiungiamo – è impensabile l’apertura di nuove strutture esterne). Da parte sua, la Soprintendenza propugna il “criterio di simmetria e di omogeneità” che le strutture dovranno rispettare (Ansa, 11 novembre 2025).

 

Ma quella dei dehors non è solo questione di estetica.

Da anni, il proliferare di queste strutture, a servizio del turismo globale mordi e fuggi, influisce negativamente sulla vita dei fiorentini, sulle condizioni di lavoro degli inservienti, e sulla fruizione da parte dei turisti, spesso stipati in pochi metri quadri. Criticità che né il colore di tendaggi e ombrelloni, né il materiale delle ringhiere possono debellare.

Oltre all’estetica, ci sono infatti altri aspetti da considerare: il rispetto dei requisiti igienico-sanitari; l’incolumità dei pedoni e di chi transita su ruote nei pressi di tali strutture; le quantità ammissibili e la disposizione spaziale dei dehors, in relazione alla conformazione degli spazi in cui sono inseriti; la sostenibilità sociale ed ecologica di tali strutture.

La normativa vigente

Prima di fornire alcuni spunti per una riconfigurazione (non espansiva) del parco dehors fiorentino, ricordiamo i requisiti dimensionali e igienico-edilizi vigenti in merito (cfr. Regolamento comunale di igiene in materia di alimenti e bevande):

– la superficie del dehors è limitata al 50% della superficie destinata alla somministrazione all’interno del locale (art. 6, comma 2);

– la superficie complessiva destinata alla somministrazione non può essere inferiore a 1 mq per ciascun posto a tavola (che vale anche per le estensioni esterne, ma la semplice osservazione di quanto accade in città dimostra che spesso così non è);

– il numero dei posti a tavola è determinato in base alla superficie della cucina (più sono i posti tavola, più grande deve essere la cucina: qui un approfondimento);

– il numero dei posti a tavola è determinato in base al numero dei servizi igienici (art. 16c);

– i posti a tavola delle pertinenze esterne s’intendono sostitutivi di quelli interni (art. 16d, comma 2, corsivo nostro). La ratio di questa disposizione è chiara: al fine di non influire negativamente sui requisiti dimensionali e igienici richiesti, il numero totale di posti a tavola non varia con l’estensione della superficie all’esterno. Se la norma non è rispettata, cioè se i posti a tavola esterni non “sostituiscono” ma si aggiungono a quelli interni, allora saltano sia i parametri igienici, sia la proporzionalità degli spazi, generando situazioni di disagio e rischio sia per il personale sia per gli avventori. Nonché una situazione di indebito vantaggio economico per l’esercente.

Spunti per una riconfigurazione del fenomeno

Torniamo al redigendo Regolamento. Da quanto si apprende dai giornali, la normativa porrebbe il veto all’apertura di nuovi dehors in 50 strade, già zeppe di terrazze (difficile immaginare di inserirne di nuove), mentre per altre 73 fisserebbe le tipologie ammissibili, ancora una volta limitandosi all’aspetto.

Se l’anticipazione dà la cifra dell’intero articolato, dal punto di vista urbanistico si teme che saranno poche o nulle le migliorie in tema di morfologia del contesto, bisogni della cittadinanza e capacità di carico dello spazio pubblico (anche in termini di traffico per l’approvvigionamento).

Per giungere a una pianificazione organica del fenomeno sarebbe molto utile introdurre alcuni parametri di carattere ambientale:

– quota percentuale massima di suolo occupabile, strada per strada, piazza per piazza;

– limiti di densità (ad es. numero max di dehors su metri lineari, o su ettaro; num. max di dehors disposti in continuità ecc.);

– distanze minime al fine di garantire il passaggio pedonale, veicolare e dei mezzi di soccorso, ad esempio: tra strutture affiancate o prospicienti ; tra struttura e facciata dell’edificio di pertinenza (per consentire un agevole passaggio sul marciapiedi compreso tra terrazza e accesso all’esercizio), ecc.

– individuazione di percorsi storici, di visuali e di traguardi visivi da salvaguardare, impedendovi l’apertura di nuovi dehors o avviando il ricollocamento dei vecchi mal situati (ad esempio, nella via de’ Servi, tirata tra le cupole del Duomo e dell’Annunziata e oggi sfigurata dai vari cubotti di bar e ristoranti).

In assenza di previsioni di natura pianificatoria, il tema dehors è lasciato all’arbitrio del decisore di turno?

Per concludere, portiamo all’attenzione la (in)sostenibilità ecologica delle terrazze esterne. Come ognuno avrà notato, i dehors in estate e in inverno approntano per i clienti alcune fonti di climatizzazione dell’aria: nebulizzatori nella calura estiva, lampade a infrarossi o stufe a gas quando la temperatura si fa rigida. Eppure, riscaldare o raffrescare un ambiente aperto e non coibentato è non sense, tanto che in Francia è stato vietato per legge. Perché allora continuare a tollerare questo inutile spreco di risorse, nel generale spreco di spazio pubblico?

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Ilaria Agostini

Ilaria Agostini, urbanista, insegna all'Università di Bologna. Fa parte del Gruppo urbanistica perUnaltracittà. Ha curato i libri collettivi Urbanistica resistente nella Firenze neoliberista: perUnaltracittà 2004-2014, Firenze fabbrica del turismo e Turismo di classe: studentati di lusso e selezione sociale a Firenze

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