Queste righe sono riflessioni – o deliri per chi pensa che la povertà sia colpa dei poveri – di chi vive in un appartamento riscaldato, che non ha mai avuto bisogno di trovare un letto di fortuna e che può solo immaginare con difficoltà cosa voglia dire dormire negli anfratti della città, quando le pozze diventano specchi ghiacciati. È imbarazzante anche parlarne.
Questa mattina mi sono recato in una famosa pasticceria vicino casa per comprare due brioche per la colazione; all’ingresso un uomo di mezza età, incurvato su se stesso e sui suoi neri vestiti logori con l’illusione di difendersi dal freddo, ha chiesto i soldi per un caffè. Sono entrato nel negozio che mi ha accolto con un dolcissimo tepore, mi sono compiaciuto davanti alla vetrina piena di creme e pastine colorate; il signore in nero mi ha seguito poco dopo e dalla porta ha chiesto al personale se poteva avere un caffè con le monete ricevute: “Sì, certo, te lo portiamo fuori”, “Ma stare qui un poco al calduccio?” ha chiesto. “Caro, te lo portiamo fuori”.
La pasticceria è sempre accogliente con chi staziona chiedendo elemosina o cercando di vendere gingilli, il personale è stato gentile anche con l’indesiderato avventore che è pur sempre restato fuori; mi è venuto spontaneo confrontare questo pover’uomo con i clienti come me che chiacchieravano sorridenti davanti a caffè e cappuccini. La disuguaglianza appare per pochi secondi evidente e rompe l’equilibrio sociale e mentale dei presenti ma viene al più presto cancellata, si ripristina la giusta atmosfera di tiepido benessere in cui mi crogiolo anche io mentre scrivo queste righe attaccato al radiatore.
Mi dico che non è avendo un po’ più di pietà che si risolvono i problemi, si possono dare dieci minuti di sollievo, ma quello che manca è giustizia, cioè una casa per tutte/i.

La notte passata il termometro ha raggiunto 0° per la prima volta quest’anno, ho visto che dal 1 dicembre si aprono le porte delle strutture dell’emergenza freddo appaltata dal Comune di Firenze ad associazioni con molti volontari; meno male ci sono queste persone generose che provano a mitigare questa tragedia che non è frutto del caso o di sventure, ma di molti decenni di scellerate politiche economiche e sociali.
Non posso dimenticare le empiriche esperienze personali con quello che oggi viene chiamato marginalità, ricordo che nella Firenze degli anni ‘50 e inizio ‘60 c’era ancora qualche mendicante davanti alle chiese alla domenica mattina, poi non ne ho più visti se non eccezionalmente. All’inizio degli anni ‘70 ho iniziato a lavorare nelle stazioni fiorentine e ho constatato che queste strutture, classico rifugio e richiamo per i senzatetto, accoglievano da tutta l’area metropolitana soltanto cinque persone che si spostavano tra Santa Maria Novella, Rifredi, Signa, Sesto, Campo Marte e altre stazioni; erano restii ad accettare rifugi più stabili per la loro condizione, preferivano vagare nelle sale d’aspetto piuttosto che in un letto. Adesso le sale d’aspetto praticamente non esistono più altrimenti strariperebbero di persone in fuga dal freddo, ci sono solo per i clienti eccellenti dell’alta velocità che hanno accesso ai FRECCIALounge e Lounge Italo Club; ma bisogna avere un biglietto executive che costa il triplo di un biglietto già esoso in classe standard, la meno cara, oppure avere una delle tessere apposite dai nomi pacchiani che esaltano il potere di chi può averla: cartafreccia-oro, cartafreccia-platino, cartafreccia-platino-infinito (sic). Anche in questi piccoli particolari si vede in che tipo di civiltà e società siamo precipitati, dove emergere dalla massa è un privilegio, segno di distinzione e potere. Aspettare un treno seduti è un lusso.

Quello che turba profondamente in questa vicenda dell’emergenza freddo è proprio la parola emergenza; nel dizionario Hoepli, tra altri significati, si legge “Circostanza imprevista, caso grave, urgente, situazione di necessità”. Tutti gli anni in inverno fa freddo, non è certamente una circostanza imprevista, tanto che si pianifica l’accoglienza di chi non ha casa per ridurre disagi e rischi di morte. Approntare camerate con letti a castello nei periodi in cui si prevede freddo non è frutto di una emergenza imprevista, ma di una decisione pianificata. Perché allora usare impropriamente questa parola? Parlare di emergenza fa apparire i problemi dovuti al freddo e all’esistenza di tanti senzatetto come un incidente imprevisto, un fenomeno eccezionale, non si fa percepire il fatto che l’esistenza di moltitudini di persone senza una dimora decente è una cosa normale.
Qui si manifesta tutta l’ipocrisia della politica delle istituzioni fiorentine e toscane: il problema non è il freddo, ma LA CASA CHE NON C’È! Un paese dove la ricchezza c’è ma che non riesce a soddisfare un diritto elementare come quello della casa è un disastro politico oltre che morale. Una città prestigiosa dove gli amministratori, da diversi decenni, riescono a garantire solo gli interessi di soggetti economici importanti rinnega la sua antica tradizione democratica. Vedere una città con forti tradizioni di sinistra che si sta spopolando, aggredita dalla rendita impazzita e favorita vergognosamente dalle giunte che si susseguono, ci fa chiedere dove è finita l’anima che ha creato questo scrigno di arte e di bellezza. Vedere che il prestigio di Firenze è diventato soprattutto un brand per aiutarne la svendita alla più feroce speculazione finanziaria, mentre gli abitanti e i lavoratori non riescono più a trovare appartamenti e dove i poveri e i senzatetto crescono costantemente, dove ci porta?
Un paese, una città che non riesce a realizzare case popolari per i suoi abitanti meno fortunati non è un posto civile, è un circo di buffoni che vendono la loro dignità a lontani speculatori per quel misero piatto di lenticchie che è la loro carriera.
Tiziano Cardosi
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