6 febbraio 2026: prima storica mobilitazione internazionale dei portuali d’Europa e del Mediterraneo contro la guerra

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Dall’assemblea di venerdì 23 gennaio a Genova, organizzata dal sindacato USB, riparte la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici portuali contro la guerra ed il traffico di armi: venerdì 6 febbraio saranno almeno 20 i porti che parteciperanno ad una giornata di mobilitazione internazionale, dall’Oceano Atlantico al Mediterraneo.

La costruzione operativa di questa giornata ha occupato circa un anno di attività e contatti costanti, e l’impegno definitivo per la sua realizzazione è stato sancito il 26 e il 27 settembre 2025 a Genova, durante la due giorni dell’assemblea internazionale che ha dato forma al documento condiviso “I lavoratori portuali non lavorano per la guerra”.

Individuare una data non è stato semplice, considerato che la coordinazione di una mobilitazione tra organizzazioni sindacati portuali di paesi diversi è particolarmente complessa. Gli incastri sono resi complicati dalle differenti cornici di regolamentazione (leggasi: leggi di limitazione) degli scioperi delle banchine. E questo è il motivo per cui il 6 febbraio sarà una giornata di mobilitazione, piuttosto che di sciopero internazionale dei portuali. Se USB ha potuto proclamare uno sciopero di 24h dei porti italiani per quel giorno, non tutte le altre organizzazioni sindacali portuali coinvolte hanno avuto tale possibilità nei rispettivi paesi.

Sorpassate queste difficoltà, vista la grande determinazione che ha caratterizzato ogni figura partecipe del processo di coordinamento internazionale dei porti, l’impegno sottoscritto alla fine di settembre a Genova è stato mantenuto: LAB Euskal Sindikalismo Eraldatzailea (sindacato dei Paesi Baschi), l’Organisation Démocratique du Travail (Marocco), Liman-İş Sendikası (Turchia), ΕΝ.Ε.Δ.Ε.Π – Ένωση Εργαζομένων Διακίνησης Εμπορευματοκιβωτίων στις προβλήματα του Πειραιά (ossia il sindacato ENEDEP della Grecia) e l’Unione Sindacale di Base (Italia) hanno deciso di non attendere oltre e lanciare una prima, storica, data di mobilitazione internazionale dei porti.

Il 6 febbraio hanno risposto all’appello le banchine basche di Bilbao e Pasaia per quanto riguarda l’Oceano Atlantico; quelle marocchine di Tangeri, Casablanca e Safi per quanto riguarda le coste nordafricane del Mar Mediterraneo; le banchine greche del Pireo e di Eleusi per quanto riguarda il Mar Egeo; quelle turche di Adalia e Mersina per quanto riguarda i lidi asiatici del Mediterraneo; le banchine italiane di Genova, Livorno, Trieste, Civitavecchia, Ancona, Ravenna, Salerno, Bari, Crotone e Palermo per quanto riguarda Mar Tirreno e Mar Ionio. Al netto dei fusi orari, venerdì 6 febbraio prenderanno simultaneamente forma varie mobilitazioni in questi porti.
(Altri porti — Marsiglia in Francia, Amburgo in Germania, Anversa in Belgio — si stanno facendo avanti e stanno cercando di organizzarsi per unirsi alla giornata di lotta internazionale).

Ognunə di noi, per chi sarà liberə da impedimenti, quel giorno dovrà raggiungere il porto più vicino (negli orari che saranno indicati dalle organizzazioni e dai collettivi portuali autonomi) per mostrare solidarietà a questa importantissima protesta di portata internazionale. Sarà importante esserci tutti e tutte. Non tanto per festeggiare un punto di arrivo, piuttosto per celebrare la partenza di una nuova stagione di lotta internazionalista contro guerra, riarmo e imperialismo, dopo le mobilitazioni contro il traffico di armi e per la fine del genocidio in Palestina del passato autunno.

Dopo il «blocchiamo tutto» lanciato da Riccardo ‘Ricky’ Rudino del CALP a inizio settembre 2025, molte persone si sono ricordate che il lavoro si può porre come fattore decisivo contro il progetto di militarizzazione generale della società. Ed è decisivo il fatto che in questa stagione ce lo stiano ricordando i portuali.

I portuali sono testimoni diretti del fatto che la militarizzazione delle infrastrutture strategiche è reale. In Italia lo dimostra il disegno di legge approdato il 22 dicembre 2025 in Consiglio dei ministri, firmato dal viceministro alle Infrastrutture Edoardo Rixi (Lega). Questo ddl spinge verso la privatizzazione degli scali marittimi italiani. Il tentativo è affidare la futura gestione dei porti a una nuova autorità portuale che potrà operare in regime di mercato e far entrare capitali privati nelle sue quote. Il disegno di legge vuole fondare la società Porti d’Italia SpA, di capitale pubblico ma di diritto privato, alla quale sarebbe affidato il potere di decidere lo sviluppo, la promozione, la manutenzione e gli investimenti per i porti di rilevanza nazionale e internazionale. Si tratterebbe dunque di istituire un unico ente centralizzato che sostituisca le attuali 16 Autorità di sistema portuale. Questo è un esempio pratico di come il riarmo diventi l’alibi per introdurre ulteriore privatizzazione nei porti.

Se questa pare una digressione, ci si sbaglia di grosso. La protesta antimilitarista dei portuali d’Europa e del Mediterraneo del 6 febbraio si lega direttamente alle conseguenze negative della riconversione bellica del sistema economico-produttivo in termini di diritti e condizioni lavorative.
A seguito dell’
aumento degli investimenti in spese militari ufficializzate nell’ultima manovra finanziaria dal governo Meloni, supino ai diktat della NATO, l’Italia, così come altri paesi europei, sta seguendo i suggerimenti delle linee d’investimento contenute nel White Paper for European Defence-Readiness 2030, fascicolo presentato a corredo del piano operativo ReArm Europe da 800 miliardi di euro. Il “libro bianco” indica le aree strategiche d’investimento che l’Unione Europea consiglia di seguire affinché si possa effettivamente attuare il piano di riarmo caro a Ursula von der Leyen.
Una delle aree strategiche riguarda la
mobilità militare: è consigliato agli stati membri di investire nell’adeguamento e nell’espansione delle reti infrastrutturali multimodali europee (stradali, ferroviarie, aeroportuali e portuali). Ma non è tutto. Per far ciò si consiglia ai governi europei di rimuovere gli “ostacoli normativi” relativi a permessi, dogane e autorizzazioni che, allo stato attuale delle cose, secondo la von der Leyen, “rallentano” il transito di armi e mezzi armati; quindi in ossequio al riarmo europeo, si semplificheranno (o elimineranno) anche i controlli alla dogana e le richieste di autorizzazione all’export di armi. A discapito della sicurezza dei convogli civili che si troveranno a incrociarsi con quelli militari.

Da questo punto di vista, la data di mobilitazione internazionale dei portuali del 6 febbraio rappresenta l’inizio di una nuova stagione di lotta perché il prossimo passaggio  dovrà coinvolgere anche gli altri settori dei trasporti coinvolti in questa dannata e sanguinosa riconversione. Come ha annunciato Francesco Staccioli (esecutivo nazionale USB) durante l’assemblea del 23 gennaio a Genova, il prossimo passo dovrà sicuramente coinvolgere i lavoratori e lavoratrici del sistema ferroviario. Per tre motivi principali: il primo riguarda un fatto euristico — vista la capacità di mobilitazione e resistenza che stanno mostrando i porti, sarà più conveniente per il sistema di produzione capitalistica di morte muoversi attraverso altri mezzi; il secondo, invece, si riferisce ad un fatto ben preciso, ovvero all’accordo sulla “military mobility” sottoscritto da Leonardo SpA e il Gruppo Ferrovie delle Stato Italiane; infine, il terzo riguarda la strigliata della Corte dei conti europea che ha accusato gli stati membri di non fare abbastanza per il riarmo delle ferrovie.

Insomma, in assenza di governi dotati di facoltà di giudizio, etica e qualità umane, la capacità dei lavoratori e delle lavoratrici dei trasporti di boicottare il transito di armi è l’unico elemento che può rendere la solidarietà internazionale concreta. E se non è possibile scioperare, viste le limitazioni sul diritto di sciopero nei servizi essenziali (quali sono i trasporti) previste della legge 146/90, allora è necessario lottare anche per far riconoscere il diritto all’obiezione di coscienza in ogni luogo di lavoro. Dai trasporti, alla ricerca.

In conclusione, fra gli altri interventi che hanno contribuito ad arricchire l’assemblea di venerdì scorso a Genova, è opportuno riportare citare quello di Chris Smalls, che ha raccontato “in diretta” lo sciopero generale contro l’ICE che il 23 gennaio stesso ha bloccato Minneapolis e ha annunciato la sua partecipazione il 6 febbraio a Milano per un presidio contro la presenza dell’ICE alle Olimpiadi Invernali e, subito dopo, a Genova insieme ai camalli del CALP e di USB per il blocco del principale porto ligure.

Nelle battute finali dell’assemblea si è registrato anche l’intervento di Thousand Madleens To Gaza. Si tratta del movimento cittadino dal basso che ha salpato il mare ad ottobre insieme alla Freedom Flotilla Coalition, subito dopo la partenza della Global Sumud Flotilla, per tentare di rompere l’assedio illegale d’Israele. Thousand Madleens sta contribuendo alla connessione della mobilitazione internazionale dei portuali del 6 febbraio con altre azioni di protesta (per esempio quella che ci sarà in Danimarca contro la più grande conferenza sul riarmo che si sia mai tenuta nel paese), in modo da tale da innescare fin da subito una più ampia mobilitazione globale capace di sostenere nuove flottille e nuovi equipaggi pronti per tornare a navigare verso Gaza alla fine di marzo 2026.

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Lorenzo Robin Frosini

Lorenzo Robin Frosini nasce a Pistoia e vive a Prato. Laureato in Logica, Filosofia e Storia della Scienza presso l'Università degli Studi di Firenze, aspira ad essere un musicista e un giornalista. Attualmente svolge il ruolo di delegato sindacale e RLS per USB Firenze, e attraversa diversi collettivi dal basso fiorentini come attivista.

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