Il referendum sulla giustizia del 22-23 marzo non prevederà il voto fuori sede, cioè la possibilità, per chi risiede fuori dal proprio comune di residenza per motivi di lavoro, studio o salute, di votare in un differente seggio elettorale.
La decisione è in controtendenza rispetto alle ultime votazioni: il referendum abrogativo a giugno 2025 e le Europee del 2024. Non è mai stata varata alcuna legge organica allo scopo, ma i decreti-legge che disciplinavano le ultime consultazioni erano predisposti per permettere il voto fuori sede (nel 2024 solo agli studenti, l’anno dopo anche a lavoratori e pazienti in cura lontano dalla propria residenza). Le due sperimentazioni non avevano sollevato criticità, perciò si attendeva un decorso simile anche per il referendum costituzionale, ma il Governo ha escluso il voto fuori sede dal decreto elezioni varato il 27 dicembre. La maggioranza ha ribadito questa linea bocciando gli emendamenti avanzati dalle opposizioni sia in Commissione per gli Affari Costituzionali alla valutazione del testo del decreto (28/01), sia quando il dispositivo è passato dalla Camera dei Deputati (03/02).
I vertici del governo non si sono esposti in merito, solo Ferro, sottosegretaria al Ministero dell’Interno, ha dichiarato che, nelle precedenti sperimentazioni, esiguo era stato il numero dei cittadini che avevano richiesto di votare fuori sede, aggiungendo che per gli emendamenti era ormai troppo tardi. Motivazioni che sono sembrate pretestuose: con quanta pena si era dato il governo per scoraggiare le ultime votazioni e, in generale, vista la scarsissima pubblicità per informare della possibilità di questo tipo di voto, fa sorridere sentire un esponente dell’esecutivo dichiarare che i voti fuori sede furono inferiori alle aspettative (un dato che, comunque, ha segnalato invece una crescita rispetto alla sperimentazione precedente: da 24.000 a 67.000); anche riguardo alle tempistiche, si è fatto notare che non costituiscono affatto un problema, basterebbe solo un decreto ad hoc.
La questione è evidentemente politica. I detrattori imputano la scelta alla convinzione che il fronte del SÌ possa ottenere un vantaggio ostacolando la partecipazione di chi studia o lavora lontano da casa. L’impressione è che il Governo Meloni metta o tolga il voto fuori sede a piacimento. Forse perché, in effetti, è così: in assenza di una legge permanente possono intervenire solo disposizioni temporanee dell’esecutivo.
Il problema non è nuovo, né tantomeno recente. Il fenomeno di una popolazione del Mezzogiorno che lavora al Nord accompagna tutta la storia della Repubblica (se non anche della Monarchia), mentre la mobilità per studio o cure mediche è strutturale al sistema educativo e sanitario italiano. Stime del 2021 calcolavano circa 5 milioni di italiani “fuori sede”. Nessuna maggioranza ha realmente affrontato la questione, che è sempre stata accantonata. Nel luglio 2023 la Camera aveva approvato una prima proposta di legge, che si era poi arenata nel passaggio al Senato nel 2024 e, di fatto, abbandonata. Nel frattempo, una nuova proposta di legge di iniziativa popolare, dopo aver raggiunto le firme necessarie, è approdata in Parlamento, dove potrà arenarsi come la precedente, a meno di una differente e nuova volontà politica.
Il dibattito passa anche dal confronto con le soluzioni adottate in altri paesi europei. A tal proposito, sono spesso citati diversi metodi in uso: il voto per corrispondenza, tramite la delega di una persona fidata, anticipato in appositi seggi… fino al caso unico dell’Estonia che prevede il voto elettronico (per quanto possa sembrare singolare, un tale sistema è nello spirito del tempo: già in Italia raccolte firme per, appunto, referendum o leggi di iniziativa popolare sono svolte online). Ma queste opzioni, in realtà, non sono nemmeno pensate espressamente per risolvere il problema del cosiddetto voto fuori sede, ma hanno lo scopo generico di agevolare l’espressione del voto del cittadino. Nel Belpaese non siamo nemmeno a quel livello: il voto fuori sede non serve per agevolare il voto, ma a rimuovere ostacoli reali e concreti.
Anzitutto, è proprio irragionevole il presupposto da cui origina un tale bisogno: ovvero che sia normale che un votante non possa esprimere la preferenza dove vive, ma sia vincolato all’indirizzo di residenza, inteso come entità ineludibile e implacabile a cui attenersi. Nella realtà dei fatti, il cortocircuito normativo crea una situazione in cui spesso l’espressione del voto è condizionata da un sacrificio economico e del proprio tempo che non tutti possono – o vogliono, per carità – permettersi. L’ordinamento è inadatto alle condizioni di vita e mobilità del Paese, ma la responsabilità è dell’opportunismo politico che, di volta in volta, ostacola l’adeguamento del sistema consultivo.
–
P.S. Sembra paradossale, ma sarà più facile votare da un altro Stato, piuttosto che da un’altra regione: gli elettori con residenza in Italia ma che si trovano all’estero per un periodo di almeno tre mesi potranno votare per corrispondenza. La richiesta deve essere presentata entro il 18 febbraio. Le istruzioni a questo indirizzo.
Mattia Barlucchi
Ultimi post di Mattia Barlucchi (vedi tutti)
- Simbologia militare nei prodotti alimentari: il caso di Grenade UK - 3 Marzo 2026
- Cassiera licenziata per un flacone da €2,90. La Pam di nuovo sotto accusa - 24 Febbraio 2026
- Niente voto fuori sede al referendum sulla giustizia - 13 Febbraio 2026





