“L’Europa muore o rinasce a Sarajevo”, scriveva Alexander Langer il 25 giugno 1995. Oggi potremmo dire “L’Europa muore o rinasce sulla rotta balcanica”. Dove 30 anni fa si consumava una guerra, oggi si vendono passaggi per l’Europa. L’attraversamento viene chiamato “the game” o “dunkey” per le numerose sfide che le persone devono affrontare a piedi, passando spesso per le foreste e le montagne. La globalizzazione consente il passaggio di “denaro, tecnologie, merci, informazioni, inquinamento. [..] Persino persone e idee trovano un varco [..] gettate in stili di vita transnazionali, spesso non voluti, non compresi” (Beck, 1997, p. 39).
Su Youtube, Instagram e TikTok non mancano i video girati sulle frontiere, dove le persone sono invitate a sorridere e salutare, mentre saltano il filo spinato, attraversano fiumi in piena o le impalcature d’acciaio che sostengono i ponti: sono i video promozionali degli agent che sponsorizzano le tappe del viaggio organizzato con l’hashtag #schengenvisaupdate. Le persone in movimento sono contestualmente protagonisti e pubblico dei video (Goffman 1969; Hodson e al., 2022), soggette alla disinformazione che ha normalizzato l’uso delle emozioni “to provoke a strong emotional response that drives online sharing” (Hodson e al., p. 1).
Chiara Fabbro, ricercatrice e fotografa, ha documentato la Rotta Balcanica tra il 2020 e il 2024, incluso l’arrivo della rotta a Trieste, che è parte della mostra. Dalle testimonianze raccolte, nasce la mostra “Along the border”, curata dal festival delle culture di Ravenna e ospitata dalla Biblioteca Lazzerini di Prato dal 6 giugno al 6 luglio 2025.
“Sono partita per la Bosnia-Erzegovina poco dopo l’incendio del campo di Lipa, a 25 km da Bihać, nel nord-ovest del paese”. Il campo profughi di Lipa doveva essere una soluzione temporanea per chi non aveva trovato un posto nei centri di accoglienza. Le tende erano state montate ad aprile 2020. A seguito delle proteste dei residenti a Bihac e Velika Kladusa contro la presenza dei migranti, è stato chiuso il centro di accoglienza di Bira a Bihac che ospitava circa duemila migranti, riallocati nel campo di Lipa. Così da una parte, l’insofferenza dei residenti è sfociata in episodi di violenza e in appelli per dare la “caccia ai migranti”, dall’altra le persone nel campo vivevano senza acqua corrente, elettricità, riscaldamento. La disumanizzazione ha portato alla catastrofe: il 27 dicembre è scoppiato l’incendio.
Chiara è stata in Bosnia-Erzegovina e Serbia per due mesi e mezzo tra il 2021 e il 2022. Ci racconta del “game”.
“Il ‘game’ prende diverse forme a seconda dei confini e dei periodi, può voler dire nascondersi nel retro di un camion o attraversare un corso d’acqua su un piccolo gommone. Alla frontiera serbo-ungherese spesso significa scavalcare una doppia recinzione di filo spinato a lame di rasoio, responsabile di molte delle ferite a questo confine. Nella tratta che invece dalla zona nord-occidentale della Bosnia-Erzegovina arriva all’Italia, il ‘game’ consiste in una traversata di due o tre settimane attraverso le montagne croate e slovene, camminando spesso durante la notte. Si tratta di un viaggio molto duro, normalmente intrapreso dagli uomini. D’inverno la maggior parte delle persone trova rifugio nei centri di accoglienza, non solo per evitare di affrontare un tale viaggio durante il rigido freddo balcanico, ma anche perché nella neve è ancora più difficile nascondersi dai droni e non lasciare tracce. C’è anche chi decide di provare comunque, sperando di farcela grazie ai controlli ridotti”.
E’ stata creata ad hoc una striscia nella foresta tra Bosnia Erzegovina e Croazia; così, per i droni è più facile vedere chi prova ad attraversare il confine. Il 1° gennaio 2023 la Croazia è entrata a far parte dell’area Schengen; la frontiera dell’Europa si sposta al confine meridionale e orientale della repubblica croata. Sono state installate telecamere e disboscati lunghi tratti di foreste: si è già provveduto a tagliare una striscia di bosco lunga 15 km e larga 100 metri e il piano prevede che si rasino altri 25 km, secondo le dichiarazioni di Mladen Matovinović, il capo della polizia di frontiera croata nella contea della Lika e di Segna (Senj). “Spesso gli equipaggiamenti moderni di cui dispone la polizia croata sono stati finanziati dall’Unione europea”, si legge sul sito dell’Osservatorio Balcani e Caucaso che riporta la sistematica violazione dei diritti umani alle frontiere esterne tra Croazia e Bosnia.
Chiara, ci sono delle storie che ti hanno particolarmente colpito?
“Ha lasciato sicuramente il segno la storia di Amir, che si vede in carrozzina, nella foto ripresa dall’alto. Amir appartiene alla minoranza religiosa sufi. In Iran era un attivista, e per questo è stato arrestato e costretto alle confessioni forzate. A causa delle torture subite è stato ricoverato in ospedale, da dove è riuscito a scappare con l’aiuto di alcuni amici. Durante il ‘game’ tra la Bosnia e la Croazia è caduto da una scarpata e si è compromesso la spina dorsale. Nonostante le sue condizioni, la polizia di frontiera l’ha prelevato dall’ospedale e l’ha respinto, abbandonandolo nella foresta. Da lì è riuscito a trascinarsi fino al ciglio di una strada, dove è stato soccorso. Amir aveva già trascorso otto mesi nel campo di Moria, a Lesbo, prima di restare bloccato in Bosnia per due anni. Quando l’ho incontrato era in uno stato psicologico pesante e ci teneva molto a condividere la sua storia”.
I sistemi di accoglienza lungo la rotta balcanica normalmente riservano le strutture più dignitose alle famiglie con bambini, alle donne e alle persone vulnerabili, mentre gli uomini che viaggiano da soli sono più spesso alloggiati in condizioni molto precarie. Eppure anche gli uomini si possono trovare in uno stato di vulnerabilità, come ci insegna la storia di Amir (che proprio per questo era ospitato in un’ex-struttura alberghiera, utilizzata come centro di accoglienza per famiglie e persone vulnerabili).
“Amir soffriva non solo per il trauma dovuto alle torture subite nelle carceri del regime iraniano e per le conseguenze della sua caduta in Croazia e del respingimento, ma anche per le preoccupazioni riguardo alla famiglia rimasta in Iran”, racconta Chiara.
Senza avere il tempo di pensare, le persone lasciano i loro paesi ma portano con sé la situazione politica da cui sono fuggiti. Rischiano la loro vita in rotta, pensando alla vita dei loro cari che a casa affrontano situazioni altrettanto vulnerabili. Come evidenziato dalle ricerche sulla migrazione, chi decide di partire non è necessariamente più propenso al rischio di chi rimane nel paese d’origine poiché, a volte, restare comporta rischi ancora maggiori (Williams & Baláž, 2012).
“Quando ho chiesto ad Amir se ci fosse qualcosa che gli ricordava casa, intendendo la domanda in senso nostalgico, mi ha molto colpito la sua risposta: la violenza della polizia”, prosegue Chiara.
Da numerose inchieste del Guardian è emerso che la polizia croata alla frontiera sia arrivata persino a stuprare le persone che erano sulla rotta.
“La polizia di frontiera croata è nota tra le persone migranti per la violenza dei suoi respingimenti. In ogni caso il respingimento è di per sé psicologicamente violento. Una delle famiglie che ho incontrato mi ha raccontato di aver subito 60 respingimenti, e che in un’occasione madre e bambini erano stati perquisiti addirittura nella biancheria intima. I telefoni, strumento essenziale per proseguire il viaggio e per mantenere i contatti con la propria famiglia, vengono molto spesso distrutti dalla porta di carica per renderli inutilizzabili”, racconta Chiara.
I sogni per il futuro, Amir, li ha persi durante il viaggio. Per preservare la sua privacy, non possiamo rivelare dove si trova adesso ma possiamo dire che, dopo numerosi tentativi, è riuscito ad attraversare i confini europei con un corridoio umanitario, ottenendo l’asilo e il ricongiungimento familiare con la sua famiglia.
“Sono rimasta stupita dalla presenza di cittadini cubani lungo la rotta balcanica, arrivati grazie all’esenzione dal visto per l’ingresso in Serbia”, racconta Chiara.
La concessione dell’ingresso esente da parte della Serbia a indiani, burundesi, cubani e tunisini era dovuta ad accordi bilaterali tra Stati che non riconoscono il Kosovo come paese indipendente. Per le persone era una scorciatoia per entrare nella Balkan Route e quindi in Europa. A novembre 2022 la Serbia ha ceduto alle pressioni dell’Unione Europea che minacciava di revocare la libertà di movimento nello spazio Schengen ai cittadini serbi “se Belgrado non avesse fatto di più per bloccare gli arrivi irregolari e le domande di asilo negli Stati membri dell’UE da parte di cittadini di India, Tunisia, Burundi e Cuba che passavano dalla Serbia” (Open Migration). Occhio per occhio, visto per visto.
“La rotta balcanica è sempre molto fluida, la situazione che ho incontrato io tra il 2021 e il 2022 potrebbe essere diversa oggi”, precisa Chiara.
Sei rimasta in contatto con qualche famiglia che hai incontrato sulla Rotta Balcanica?
“Sono in contatto con molte delle persone che ho conosciuto. Una a cui mi sento particolarmente legata è Shakila. Quando ha condiviso con me il racconto del suo viaggio dall’Afghanistan con il marito, i loro due bambini e la sorella, e dei respingimenti al confine bosniaco-croato, mi sono commossa”, racconta Chiara. “Shakila appartiene all’etnia hazara, una minoranza perseguitata in Afghanistan. Quando li ho incontrati in Bosnia alloggiavano in una casa abbandonata lungo il confine. Erano stati respinti più volte dalla polizia croata”, prosegue.
Sono gli uomini, spesso, ad essere picchiati. Come se usare la violenza sul corpo maschile, possa determinare un fallimento nel progetto migratorio.
“Dopo uno dei respingimenti hanno dovuto affrontare una tempesta di neve per rientrare al loro alloggio di fortuna – le donne supportando gli uomini che faticavano a camminare a causa delle percosse subite. Alle donne vengono normalmente risparmiate le forme di violenza fisica più estrema, ma in quell’occasione Shakila era stata strattonata, lussandosi una spalla. Appare infatti in una delle foto con il braccio fasciato”. La gamification applicata al viaggio mostra i suoi aspetti più crudeli: non è affatto un gioco.
“Una cosa che mi colpisce davvero molto è che oggi, quando ci sentiamo, Shakila mi ringrazia perché in Bosnia mi sono commossa per lei e le ho detto di continuare a essere forte – aveva ancora davanti a sé una parte molto difficile del viaggio, a causa dei respingimenti. Dice che le mie parole la hanno dato forza nei momenti di difficoltà”, racconta Chiara. “A me si spezza il cuore al pensiero di quanto una semplice e spontanea dimostrazione di empatia abbia lasciato il segno. Ci dice molto delle conseguenze delle nostre politiche di frontiera sullo stato mentale delle persone”. Alle persone in movimento togliamo persino il diritto alle emozioni. Shakila è riuscita ad entrare in Ue; ha sognato tutta la vita di studiare ma non ha mai potuto, adesso è felice perché può fare il corso di lingua del paese in cui risiede. “Provo un grande senso di ingiustizia per le opportunità negate a queste persone”, conclude la fotografa.
“Appena vedi le prime foto percepisci la sofferenza vissuta da persone uguali a noi. Sono incredulo di come ancora oggi ci sia tanta violenza e crudeltà. La fotografa è stata molto sensibile nel trasferire a livello emotivo quanto visto da lei”, scrive Domenico, un visitatore della mostra. “Grazie alla reporter per queste testimonianze che andrebbero divulgate nelle scuole”, scrive un’altra visitatrice. Lo slogan ‘Mai più un’altra Srebrenica” necessita ancora di essere rivendicato perché “se alcune storie sono raccontate per intrattenere, altre lo sono per informare, denunciare, argomentare” (De Fina, 2003, p.14).
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