Il gruppo politico di Ali si chiama, tradotto in italiano, “infinitamente arrabbiati”. Sono ragazzi giovanissimi, studenti universitari che con lo scoppio della guerra non hanno potuto terminare gli studi poiché costretti all’esilio. “I Janjaweed hanno preso la mia città e tutti sono scappati”. Si tratta di una milizia paramilitare sudanese, nata nella regione del Darfur agli inizi degli anni duemila, le cui azioni sono caratterizzate da violenza e pulizia etnica. A causa dell’ultimo conflitto del 2023, 11 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case; a gennaio 2025 sono avvenute più di 60 mila vittime e gravi episodi di carestia.
Ali ha solo 22 anni ed è cresciuto in mezzo a tre guerre. Gli chiedo se si ricorda qualcosa del conflitto che ha portato alla secessione del Sud Sudan dal Sudan nel 2011. “La guerra è durata per 22 anni”, mi dice, “ci sono stati 3 milioni di morti”. La guerra civile è stata portata avanti dal 1985 al 2005 non solo a causa di tensioni etnico-religiose ma anche per il controllo politico e delle risorse che si trovavano soprattutto nel Sud, oltre che per l’imposizione della Sharia con le Leggi di Settembre nel 1983. “Prima del governo di Omar Al Bashir, Nimeiry ha imposto l’Islam a livello nazionale”, continua Ali. A quel tempo il gruppo ribelle, Sudan People’s Liberation Army Movement (SPLA), guidato da John Garang – politico e guerrigliero con un un dottorato di ricerca sullo sviluppo agricolo del sud del Sudan – lottava per un Sudan laico e democratico. Garang non domandava la secessione del Sud ma il rispetto dei diritti umani dei cristiani. Era nato in una famiglia povera, di etnia Dinka, nel villaggio Wanglei in Bor del Darfur, la sua battaglia era contro la marginalizzazione. Dopo il suo assassinio nel 2005, la guida del movimento è stata presa da Salva Kiir, “un agente dell’Occidente”, mi spiega Ali. La secessione del Sud arriva nel 2011, in seguito all’accordo di Pace del 2005. “Adesso il Sud è in un caos tribale”, continua.
“Nel 2019 c’è stata una rivoluzione in Sudan, molte persone sono morte. Mio fratello è stato ucciso dalla polizia. Andavamo insieme nelle proteste: dicevamo che non avevamo bisogno dei Fratelli Musulmani, tutti erano per strada, volevamo la libertà e un nuovo governo sudanese perchè quello attuale in quel momento non garantiva alcun diritto”. Mi vengono in mente i cori che cantiamo per Orso a Firenze: chi ha compagni non muore mai. Il fratello di Alì sembrava lì sulla frontiera insieme a noi. Ma Sayak Valencia spiega che la morte non è mai virtuale per chi perde la vita o qualcuno che amava.
A seguito della rivoluzione del 2019, Al Bashir viene deposto e si forma un governo di transizione guidato dal Consiglio Militare transitorio e poi da un accordo civile-militare. “Non è cambiato niente, i Fratelli Musulmani sono sempre lì”, spiega Ali. In quel periodo si diffusero le Rapid Support Forces (RSF) derivate in parte dai Janjaweed e comandate da Mohamed Hamdan Dagalo dei Fratelli Musulmani.
A aprile 2023 scoppia l’ennesimo conflitto armato in Sudan che nasce dallo scontro di due gruppi militari, entrambi intenzionati a mantenere un monopolio militare. Da una parte ci sono le Forze armate sudanesi, capeggiate dal generale Burhan con forti legami all’epoca di Bashir, e dall’altra le Forze di Supporto Rapido (Rapid Support Forces, RSF), il gruppo paramilitare controllato da Dagalo.
Cosa facevi nel 2023 quando è cominciata la guerra in Khartoum?
“Studiavo ingegneria elettrica, ero al quarto anno, mi mancava solo un anno ma non ho potuto finire”. Ali è dovuto scappare a causa della sua attività politica e di quella di suo fratello. In Sudan è andato in carcere molte volte. “La polizia mi fermava e mi diceva: tu e tuo fratello volevate un nuovo governo. Quando è morto mio fratello aveva solo 23 anni. Studiava, leggeva molti libri e si informava delle rivoluzioni negli altri paesi. Era come un leader, potremmo dire così, ma non come i Fratelli Musulmani”.
Tu sei musulmano?
“Si ma non come i Fratelli Musulmani”
Qual è la differenza?
“Tu non sei musulmana e i tuoi capelli sono scoperti, loro non parlerebbero con te. Sono i fascisti dell’islam. In Sudan il governo ti dà una lista delle cose che puoi fare dall’educazione al lavoro, non c’è libertà. Alle 17 c’è il coprifuoco e all’Università non potevo entrare a causa dei miei capelli”, Alì ha una testa di riccioli morbidi che gli incorniciano il viso e vincono la forza di gravità.
Davanti alle potenze militari che sono pronte a far morire di fame una popolazione pur di conservare il potere, Ali e il suo movimento “Infinitamente arrabbiati” di 7mila attivisti, composto da marxisti, anarchici e femministe, hanno costruito 25 scuole attraverso un’organizzazione collettiva delle risorse. “Usavamo i social media ma abbiamo anche viaggiato per visitare le famiglie che avevano perso qualcuno nelle proteste. Nessuna violenza da parte nostra perché la polizia l’avrebbe usata contro di noi e non avevamo bisogno che qualcun altro morisse. La nostra era una rivoluzione pacifica”.
Poi la sua famiglia gli ha chiesto di partire perché per lui la vita stava diventando troppo pericolosa in Sudan – e la sua famiglia non aveva bisogno di perdere un altro figlio. E’ passato per la Libia ed è stato 17 volte in carcere.
Chi ha aiutato la tua famiglia ad avere i soldi del riscatto?
“Lavoravano oppure hanno avuto un supporto dagli amici o cugini. A causa della guerra mio padre adesso non sta lavorando, lui è un agricoltore e mia mamma è un’insegnante d’inglese. Adesso nessun agricoltore sta lavorando in Sudan perché non c’è acqua e non c’è petrolio da mettere nelle macchine”.
Ho conosciuto Ali sulla frontiera italo-francese: dalla Libia è andato in Grecia ed è arrivato in Francia, camminando a piedi per la Rotta Balcanica.
Un rimando alla rivoluzione di John Garang è evidente nelle parole di Ali: libertà, pace e giustizia. Eppure i miei occhi europei vedono Garang come un non-musulmano che ha combattuto principalmente per il Sud Sudan. Mentre Ali è musulmano, di Gezira, una città nella regione centro-orientale.
“E’ il padre spirituale della rivoluzione sudanese, perché possedeva una vasta conoscenza, lungimiranza e amore. Nell’oscurità politica del Sudan, fatta di nomi che si ripetono nel corso della storia, le stesse famiglie, le stesse tribù, le stesse regioni, emerge una persona dal profondo sud, un bambino cresciuto nella povertà, che imbracciò le armi nelle guerre civili e portò con sé un libro per illuminare il proprio cammino e spezzare il ciclo che aveva consumato il Paese. Proveniva dai gruppi emarginati e dalle minoranze religiose ed etniche, riuscì ad abbattere tutte queste barriere e a istruirsi per superare i mali dell’ignoranza e creare la pace in Sudan. Lo sostieni, qualsiasi cosa accada”.
Ascolta l’audio dell’intervista.


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