Oggi siamo continuamente collegati e colonizzati da quello che il filosofo belga Pascal Chabot, nel libro Un senso alla vita. Indagine filosofica sull’essenziale, chiama superconscio digitale, un’immensa cupola di informazioni, dati, immagini, messaggi, trasformati in un vero e proprio capitalismo linguistico. Perché la parte migliore è a pagamento.
Nella classica immagine freudiana dell’iceberg, la vasta area sommersa simboleggia l’inconscio, la modesta parte emersa rappresenta quella coscienza, che oggi-secondo Chabot- è connessa, e alimentata dal superconscio, che di anno in anno, cresce di dimensioni e la comanda sempre di più. Proprio come l’inconscio-scrive Chabot- non si riversa interamente nella coscienza, tranne che negli scompensi psicotici, così il superconscio si concede alla mente solo a frammenti. D’altra parte il superconscio è così a portata di mano, che la maggior parte di noi è diventata incapace di stare cinque minuti senza “fare il gesto” di scrollare, per entrare in un altro mondo, dal momento che la realtà appare sempre meno appagante. Un mondo molto libidinoso, un mondo che conosce le nostre intenzioni, che soddisfa i nostri desideri, che ci riempie di informazioni soprattutto tramite l’intelligenza artificiale (IA). Un nuovo salto antropologico dopo Niccolò Copernico ( la terra non è il centro del mondo), dopo Darwin (discendiamo dalle scimmie), dopo Freud (non siamo padroni della nostra mente), ora, scrive Chabot, è il momento del superconscio: Oggi sono gli algoritmi a infliggerci un ulteriore colpo: l’uomo non ha il monopolio dell’intelligenza.
Siamo dunque davanti a una vera “apocalisse cognitiva” che induce nuove patologie [eco-ansia, burnout..] provocate dal collegamento con il superconscio, sono i nuovi conflitti tra la coscienza e il superconscio digitale che Chabot chiama “digitosi”. (Mauro Portello, Los Angeles di Barcellona)
Come pacificare la relazione fra il superconscio e la coscienza? Come resistere a questo nuovo destino di civiltà e alla presa che questi disturbi esercitano sull’umanità ? Chabot indica alcune strategie che se diventate collettive, possono essere potenti: la consapevolezza, la disintossicazione, il connettere la propria coscienza a realtà extra-digitali, altri stili di vita.
Come e dove trovare “un” senso nella vita, si chiede Chabot?
Lo spettacolo del sole sulle foglie degli alberi o il filo d’aria che ci passa nelle narici generano un senso di contentezza e benessere. Non solo ci danno indicazioni sul mondo, ma ci collegano a esso in modo positivo e gradevole. È questa la vita. È questa sensazione di vivere, così familiare, poco considerata eppure così preziosa. Questo sapore di esistere. Perché probabilmente non c’è niente di più bello del sole sugli alberi, in questo istante. L’aperto, in un raggio di luce… Per la sensazione, il senso è vivere. Quale altro sarebbe? Le teorie sono elaborazioni complicate, mentre la sbalorditiva novità di ogni presente sminuisce con la sua semplicità le costruzioni necessariamente fragili basate su un eccessivo intervento dell’intelletto. Mindfulness, meditazione, yoga – e tante altre tecniche che cercano di prestare attenzione al nostro sentire – ce lo hanno felicemente ricordato: è sempre nel presente che viviamo, è nel qui e ora che si svolge la nostra esistenza. E se la vita ha un senso, è quello che sentiamo adesso, mentre viviamo.
Il senso della vita, il bisogno di “essenziale”?
Parliamoci chiaro: “il senso della vita”-scrive Chabot- è una presa in giro. Il suo problema è rappresentato dall’articolo determinativo, quel singolare “il” che ci fa credere che esisterebbe un senso migliore degli altri, quando invece non c’è mai un unico senso nella vita, bensì migliaia di sensi, differenti a seconda degli individui e plurimi, o variabili, in ogni persona. Solo gli ossessivi sono abitati da un unico senso che trattano alla stregua di un santo Graal, come coloro che nella vita perseguono una sola meta, che sia scalare il Kilimangiaro o stringere la mano a Taylor Swift. Per gli altri, i riflessi cangianti dell’esistenza, il groviglio delle motivazioni e la polifonia delle interpretazioni sono tali che dovremmo parlare piuttosto di una costellazione di sensi: un arcipelago fatto di esseri, esperienze, desideri e idee tutti e tutte importanti.
Cosa ci faccio qui?
E’ la domanda di chi rinchiuso come le gazzelle di Jubi (vedi poi) nell’attuale caosmo gotico e materialista (Mark Fisher, Materialismo gotico) all’inerzia di un’esistenza schermata, nel senso di trascorsa a guardare schermi, preferisce una distesa, un altrove:
Il desiderio di senso assomiglia alle gazzelle di Juby che Saint-Exupéry vide un giorno nel deserto, rievocate in un breve testo intitolato Bisogna dare un senso alla vita degli uomini. Rinchiuse, premono le loro piccole corna contro il graticolato del recinto, la nuca bassa. Guardano in lontananza, verso l’orizzonte al di là delle dune, senza sapere perché vogliono andarci, ma desiderandolo sempre di più, fino a morire a causa del loro stato di cattività. Saint-Exupéry scrisse: «Ciò che cercano voi lo sapete, è la distesa che le realizzerà. […] Cosa ci faccio qui? […] C’è un altrove, delle nuvole in lontananza, altre lingue, persone che pensano in modo diverso, persone che dei bilanci contabili farebbero coriandoli. Ancora Saint-Exupéry:
Non capite che, da qualche parte, siamo andati fuori strada? Il termitaio umano è più ricco di prima, abbiamo a disposizione più beni e tempo libero, e tuttavia ci manca qualcosa d’essenziale che non sappiamo ben definire. Ci sentiamo meno uomini, abbiamo perso qualche parte di misteriose prerogative.
Pascal Chabot, Un senso alla vita. Indagine filosofica sull’essenziale, Treccani, Roma 2025 -pp. 225, € 19
Mark Fisher, Materialismo gotico, Einaudi, Torino 2026-pp. 312, € 19
Mauro Portello, Los Angeles di Barcellona, Meltemi, Milano 2026-pp. 363, € 24
Gian Luca Garetti
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