Eterotopie dell’umano. Metamorfosi antropologiche

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Il libro di Ubaldo Fadini è incentrato principalmente sul contributo che l’antropologia filosofica tedesca del secolo scorso ha dato a quello che potremmo chiamare il processo di ominazione o di definizione dei caratteri più o meno precipui della specie umana e delle sue possibili trasformazioni, evidenziando così il carattere eterotopico dell’umano. Ambito dal quale emerge l’importanza fondamentale che ha per gli umani il loro rapporto con la tecnica. Un’operazione utile anche per prendere in considerazione le trasformazioni antropologiche connesse con quelle tecniche. Dice infatti: “Al fondo di tutto il ragionamento sta la convinzione, da me condivisa, del realizzarsi odierno di una sorta di ‘metamorfosi antropologica’ in corrispondenza al delinearsi effettivo di una vera e propria ‘era digitale’, di un ‘quadro d’epoca’ comunque contrassegnato da una impressionante accelerazione complessiva delle innovazioni tecnologiche” (p. 180). Lo dice a proposito del dibattito attuale sulle varie articolazioni del reddito di base sottolineando così la portata politica dei ragionamenti fatti in precedenza che assumono poi ancora più importanza se pensiamo anche al potenziale ambientale e anti discriminatorio conseguenziale a quei ragionamenti.

Da questa analisi che ci restituisce le posizioni, le corrispondenze e le dissidenze di personaggi quali principalmente Arnold Gehlen, Heinrich Popitz, Niklas Luhmann, HelmuthPlessner, Max Scheler, Günther Anders, Oswald Spenger, in un confronto serrato tra di loro e con i francofortesi emergono tutta una serie di concetti non tanto da abbracciare così come sono, ma da usare nel loro dimensionarsi reciproco, nella dialettica che li esprime, nel prodotto di quella messa al lavoro alla quale il testo di Fadini li sottopone. L’umano che ne viene fuori ha una serie di tratti animali attraversati però da una libertà tutta da mettere a fuoco. Agiscono così concetti quali la “carenza istintuale” o l’ “eccedente pulsionale” che ci restituiscono un “soggetto eccentrico” rispetto ai suoi rapporti con il mondo, con un’ambiente non così determinato come quello degli animali non umani. Così come il suo carattere naturalmente artificiale derivante dal suo rapporto con gli attrezzi e quindi con la tecnica, linguaggi compresi. Uso qui il plurale per comprendere nell’elenco anche i media moderni.

Provo allora a dare una sintesi grossolana che ci dia però il senso e la portata di quei ragionamenti. Anche molti degli studiosi tedeschi raccontatici da Fadini fanno inizialmente riferimento al lavoro di Jakob Johann von Uexküll per il quale l’ambiente è determinato dai marcatori che caratterizzano il modo di esperirlo di ogni specie. Usato e abusato è l’esempio della zecca la quale reagisce a tre soli stimoli: quando la femmina gravida si posiziona su un ramo e attende il passaggio di un animale, un primo stimolo olfattivo (l’acido butirrico emesso dai follicoli sebacei dei mammiferi) le suggerisce di lasciarsi cadere; grazie a un organo sensibile alla temperatura capisce se è caduta su un animale; se ha avuto fortuna, attraverso il tatto si posiziona su uno spazio di pelle nuda conficcandovisi fino alla testa in modo da poter succhiare il sangue caldo. Una volta sazia, si lascia cadere, depone le uova e muore. Dove la scienza classica vedeva un unico mondo, comprensivo di tutte le specie viventi disposte gerarchicamente, von Uexküll pone un’infinita varietà di mondi percettivi, collegati fra loro anche se reciprocamente esclusivi (Qui). Gli umani invece oltre agli organi di senso possono però fare riferimento a effettori e ricettori di carattere “artificiale” tali da porli in una posizione eccentrica rispetto al proprio ambiente. Si gioca successivamente sul carattere complementare/sussidiario che l’attrezzo gioca nel determinare il carattere umano. C’è inoltre il lavoro della funzione di esonero che esclude le funzioni inferiori affidandosi a quelle superiori: “le motorie dalle sensorie, le sensorie dalle intellettuali […] [come quando] possiamo richiamare nell’immaginazione esperienze motorie – fino all’esonero dell’azione fattuale per mezzo del linguaggio. Conseguenza di questo esonero è lo ‘sviluppo crescente di comportamenti umani indifferenti’, la ‘svalutazione del contatto con l’ambiente’. Il circolo dell’immediatezza viene rotto – l’uomo acquisisce la distanza e la libertà di rendersi atto alla vita agendo nel mondo” (Popitz citato a pp. 12-13). Si parla perciò di sostituti, esoneri e rafforzamenti degli organi da parte della tecnologia. La tecnica però appare qui non tanto una compensazione di mancanze originarie, ma l’espressione di una particolare specificità organica, in questo caso il rafforzamento della mano, smentendo la tendenza del mezzo tecnico a supplire ipotetiche carenze. Il corpo esteso degli umani che destituisce, disattiva tendenzialmente la parte organica per fare spazio alla componente naturalmente artificiale dello stesso. Una tendenza che si acuisce perciò con l’accelerazione tecnologica. Il fatto che parte delle funzioni del corpo esteso degli umani sia demandata, esternalizzata, nelle componenti inorganiche, fa sì che le risposte agli stimoli, alle sorprese illimitate che l’apertura al mondo presuppone, non siano date una volta per tutte, non siano perciò semplicemente istintuali, in maniera tale che il corpo esteso sia costretto a riconfigurarsi continuamente attraverso appunto una risposta non istintuale. La reazione agli stimoli si sviluppa perciò non soltanto nella direzione del soddisfacimento dei bisogni essenziali, ma si configura anche qui come un’apertura a bisogni, desideri indotti ma anche fantasticati. “Vive, in definitiva nel futuro (che deve essere passato)”, dice Fadini, in una proiezione che viene morfologicamente interiorizzata come figura dell’abitudine diversa dall’istinto nel suo essere appunto non data. Concetto questo che permette agli umani un’economia libidinale controllata, che deve essere controllata attraverso gli strumenti culturali. Considerazione che mantiene la sua validità anche nel momento nel quale si prendesse atto della non esclusività umana di questo comportamento. Apro qui una parentesi. Parlare di eccezionalità dell’animale umano è certamente pericoloso nella misura per la quale questa eccezionalità la si voglia intendere come una superiorità che permette agli umani il dominio delle altre specie e quello della natura tutta, dalla quale si sarebbe tirato fuori proprio a partire da questa eccezionalità. Fadini fa anche cenno a un’altra caratteristica attribuita agli animali umani, quella del ritardo morfologico che rimanderebbe a “una maturazione ontogeneticamente singolare di un mammifero superiore del gruppo dei primati” (p. 43), a una forma di neotenia umana che stimolerebbe a posteriori lo sviluppo compensativo della tecnica.

“La chiave della comprensione della struttura pulsionale umana è pertanto l’azione” dice Gehlen (citazione a p. 31). È l’equilibrio tra subire e agire che regola la presenza umana nel mondo. E se l’apparato tecnico monopolizzato dai padroni delle tecnologie prende il sopravvento, salta il dialogo tra le parti del corpo esteso degli umani. Quando l’apparato tecnico anestetizza le pulsioni emotive, anche il quadro epistemologico crolla. Crolla cioè la nostra capacità di indagare il mondo, di cartografare il mondo, in definitiva di agire nel e col mondo. Ne fa difetto la Fantasia.

La fantasia, oggi assegnata alla sfera dell’inconscio e proscritta dalla conoscenza come rudimento acritico e infantile, è quella che, in realtà, stabilisce il rapporto tra gli oggetti, in cui ha origine, per forza di cose, ogni giudizio: espulsa la fantasia, è esorcizzato anche il giudizio, il vero atto conoscitivo. Ma la castrazione della percezione ad opera dell’istanza di controllo, che le vieta ogni anticipazione emotiva, la costringe ipso facto nello schema dell’impotente ripetizione del già noto. Il divieto di vedere, nel senso proprio della parola, si traduce nel sacrificio dell’intelletto. Come, sotto la supremazia assoluta del processo produttivo, svanisce il perché, l’«a che pro» della ragione, che regredisce al feticismo di se stessa e della potenza esteriore, così la ragione stessa si riduce a puro e semplice strumento e si assimila ai suoi funzionari, il cui apparato mentale serve solo allo scopo d’impedire di pensare. Una volta cancellata l’ultima traccia emozionale, non resta, del pensiero, che l’assoluta tautologia. La ragione interamente pura di coloro che si sono liberati della capacità di «rappresentarsi un oggetto anche al di fuori della sua presenza», convergerà con la pura incoscienza, con la demenza nel senso letterale del termine, poiché, rispetto all’assurdo ideale realistico del puro dato, libero da ogni categoria, ogni conoscenza è falsa, ed è vero solo ciò per cui la questione del vero o del falso non si potrebbe nemmeno porre. Che queste tendenze abbiano fatto enormi progressi, appare continuamente nell’attività scientifica, che è in procinto di sottomettere anche gli ultimi resti del mondo, indifese rovine. (Adorno, Minima moralia punto 79, parzialmente citato a p.34).

Già qui riesce a fare capolino un’ipotesi di tecnoscienza distruttiva che rapportata alla macchina digitale, all’algoritmo teologizzato, è originariamente nemica della fantasia e costituzionalmente attiva nella “ripetizione del già noto”.

Senza addentrarci in una panoramica esaustiva, aggiungo soltanto pochi elementi esemplificativi. “È proprio la carenza istintuale – che significa fluidità, plasticità della vita pulsionale – a sollecitare la costituzione della ‘sfera della cultura’, la quale avviene quindi per necessità vitale, come risoluzione di un compito di stabilizzazione, di ordinamento, da parte di un essere che ‘naturalmente’ è portato a confrontarsi con il caos (che ‘abita’ la sua stessa physis). “Un agire dotato di più possibilità di successo deve essere accompagnato da una pratica inibitoria nei confronti di certe pulsioni, che spingono immediatamente alla loro soddisfazione, per poter tradursi in un’attività ponderata e previdente, capace di manifestare il necessario ‘affrancamento’ ed ‘esonero’ dalla pressione del ‘qui e ora’” (p. 46 e 48, il riferimento è a Gehlen). Si potrebbe continuare con l’antropologia negativa di Anders e via andare. Quello che però è importante dire è che Fadini maneggia con disinvoltura e intelligenza temi e autori che fanno ormai parte del suo corredo culturale. È stato il primo studioso italiano che si è occupato di loro, dai quali ha estratto una serie di considerazioni utili per un’analisi del rapporto tra umani e tecnica diventate indispensabili per affrontare proficuamente la rivoluzione antropologica seguente alla quarta rivoluzione industriale, all’era digitale. Divenendo così capace di critiche, compensazioni e confronti particolarmente utili, non facendosi mancare nemmeno le riflessioni che altri studiosi hanno fatto su questi autori. A questo proposito faccio un solo esempio, quello del rimprovero a Gehlen di non aver preso in considerazione la socialità dell’animale umano che Fadini cita attraverso Gianfranco Poggi: “Il punto fondamentale, a mio parere, è che mancò a Gehlen una sufficiente consapevolezza dell’intrinseca (per quanto scorbutica) socialità dell’essere umano che è molto più messa in risalto, invece, nell’antropologia filosofica marxista” (pp. 121-122).

Ma quello di Fadini non è un lavoro di “semplice illustrazione” dell’apporto e della critica dell’antropologia tedesca del secolo scorso, è invece una sua messa al lavoro. Un uso della stessa utile a capire l’epoca attuale nella quale l’apporto tecnoscientifico è ormai dominante. Una tecnoscienza che domina altresì sia il settore produttivo sia quello riproduttivo. Che è ciò che discrimina e dirime le questioni sul lavoro, ma anche l’universo immaginifico e le prospettive di un futuro pacificato nei suoi rapporti con l’ambiente e i conflitti di genere, di razza e di classe. Uno strumento per capire i rapporti di produzione contemporanei dove “la riduzione della capacità umana a capitale umano è sempre la partita del rapporto capitalistico”, dove “ciò che conta è il processo di ‘macchinizzazione’ di capacità umana, un processo sempre più articolato e quindi sofisticato di cattura, di vero e proprio furto, della conoscenza dei lavoratori – e poi il macchinario è in ogni caso da vedersi come ’l’anello finale di una catena di mezzi capitalisticamente determinata’, per niente ‘neutrale’, il che significa che è possibile immaginare che una società differente dalla nostra comporti macchine diverse, con fini e riferimenti cognitivi altri” (pp. 134-135).

È il tema dell’ultimo capitolo, prima e con i “Supplementi” che concludono il libro, dove la conoscenza accumulata nel lavoro precedente diventa strumento epistemologico efficace di descrizione dell’attualità antropo-politica. Non soltanto nei suoi esiti catastrofici e di dominio ma anche nelle eventuali possibilità di apertura verso vie di fuga non per forza e aprioristicamente da escludere. Con la consapevolezza che è possibile pensare, proprio attraverso questi strumenti, una forma di ontologia non gerarchica che reinserisca l’umano nel mondo, in modi non conflittuali con le altre specie e in un rapporto finalmente paritario anche nei rapporti intraspecifici.

Ubaldo Fadini, Eterotopie dell’umano. Metamorfosi antropologiche, ombre corte, Verona 2022, pp. 196, € 15.00

 

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Gilberto Pierazzuoli

Attivista negli anni 70 . Trasforma l'hobby dell'enogastronomia in una professione aprendo forse il primo wine-bar d'Italia che poi si evolve in ristorante. Smette nel 2012, attualmente insegnante precario di lettere e storia in un istituto tecnico. Attivista di perUnaltracittà.

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