Cara rettrice, avete creato un modello in cui si studia a pagamento per lavorare gratis

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Giovedì 16 febbraio a Palazzo Vecchio si è tenuta l’inaugurazione dell’Anno Accademico 2023-2023. Sono state molteplici le presenze che hanno preso parte a tale appuntamento istituzionale. Tra queste si annoverano voci che hanno evidenziato le criticità e gli ostacoli dell’ateneo fiorentino, altre che hanno cercato di effettuare un bilancio dell’anno appena trascorso, altre ancora si sono limitate a portare a termine operazioni di retorica e formalità che da sempre caratterizzano tali eventi. Rilevante, ai fini della comprensione di tale avvenimento, è stato l’intervento della Rettrice Alessandra Petrucci che, nel corso del monologo, illustra la sua concezione di università ed espone alcuni punti cruciali in vista della sua realizzazione.

Presidio studentiAmpliare l’accesso, contrastare la dispersione scolastica, migliorare i servizi offerti: sono solo alcuni dei tasselli che compongono il più ampio quadro illustrato dalla Rettrice. E non solo: tra gli obiettivi che la Petrucci intende perseguire vi è anche quello di “Creare opportunità per trattenere i nuovi cittadini di Firenze“. Dichiarazione, quest’ultima, che se calata nella realtà quotidiana in cui si trova a vivere la comunità studentesca fiorentina, appare più come una minaccia che come un obiettivo da raggiungere.

Le parole della Rettrice si snodano lungo un percorso fatto di buone intenzioni, promesse, traguardi da raggiungere. Un monologo che sembra riflettere una dimensione idealtipica, distaccato dalla concretezza quotidiana e assai distante dagli ostacoli che caratterizzano le vite degli studenti. Prendendo in considerazione unicamente tale intervento sembrerebbe di trovarci dinanzi ad un quadro idilliaco. Se non fosse che la realtà è differente. Non a caso nel monologo della Rettrice non vi è traccia dei problemi che affliggono l’Università degli studi di Firenze e i cui effetti influiscono negativamente sulle esistenze di chi la vive.

La Rettrice sostiene, ad esempio, che per il prossimo anno è prevista una crescita del 3% dei nuovi iscritti. Trattasi di “presenze provvisorie legate agli anni di studio” che, nella sua ottica, dovranno convertirsi in scelte permanenti destinate a rimanere nel capoluogo toscano.

Ma è realistico tutto questo?

Come fa un giovane a rimanere in questa città? A fronte dell’aumento delle tasse, dell’impossibilità di trovare un alloggio e dell’assenza cronica di una stabilità economica? Sono proprio domande di questo genere che rendono impossibile la realizzazione dei buoni propositi della Rettrice. E sono questi interrogativi che contribuiscono a dipingere un quadro desolante. Una realtà fatta di precarietà, lavoro povero e sfruttamento distante anni luce dal discorso della Rettrice. Emergono, a questo punto, le principali contraddizioni che alimentano il processo di impoverimento che attraversa le vite delle nuove generazioni. Perché il problema è proprio quello di restare e vivere a determinate condizioni.

Basti pensare al recente aumento delle tasse che impediscono la realizzazione di un’università realmente di massa. Tema, quest’ultimo, che testimonia la tendenza a scaricare i costi della crisi sulle fasce della popolazione più vulnerabili. Ad amplificare tale quadro di marginalità vi è poi la drammatica situazione abitativa presente a Firenze. In tal caso, l’impossibilità di trovare un alloggio è ormai una condizione che coinvolge sempre più studenti provenienti dalle classi popolari e tende ad acutizzarsi in parallelo alla diffusione degli studentati privati riservati unicamente ad una ristretta minoranza danarosa. A ciò si aggiunga la retorica del merito e dell’eccellenza che si erge a narrazione dominante e che rappresenta la principale linea di demarcazione tra chi è considerabile “meritevole” e chi, in assenza dei requisiti richiesti da tale retorica, viene relegato ai margini del sistema universitario.

Tuttavia le innumerevoli criticità non si esauriscono nel solo ambito universitario: esse attraversano tale contesto e si spingono oltre. Occorre infatti mettere in luce cosa ci sia ad attendere gli studenti dopo il percorso universitario: impieghi sottopagati, precari, poco qualificati. Un mercato del lavoro, cioè, in costante stato di paralisi che tende a condannare intere generazioni ad un futuro di incertezze e assenza di prospettive. Coerentemente con l’ottimismo espresso dalla Rettrice nel suo monologo, anche il sito dell’Università di Firenze, in una pagina dedicata al rapporto tra neolaureati e lavoro, recita: “A un anno dal titolo, lavora il 75,5% a fronte del 74,6% della media nazionale”. I dati cui si fa qui riferimento sono quelli contenuti nel 23esimo rapporto sul profilo e la condizione occupazionale dei laureati contenuto nell’indagine condotta da Almalaurea nel 2020. Secondo il rapporto, tra i dottori triennali che non hanno proseguito il percorso formativo (e quindi non si sono iscritti a un corso di laurea magistrale) gli occupati, a un anno dal titolo, sono il 70,1%.

Non viene però specificato a quali tipologie di lavoro e a quali condizioni contrattuali si faccia riferimento. Inoltre, al di là delle percentuali, vengono omessi degli aspetti importanti. Ad esempio, i lavori che si trovano sono inerenti a ciò per cui ci si è laureati? A quanto ammontano le retribuzioni di tali lavori ? Sono maggiori i contratti a tempo determinato o indeterminato? Di queste e tante altre questioni sul sito dell’Università non vi è traccia. La tendenza ad ostentare il raggiungimento di elevate percentuali occupazionali viene però smentita dai fatti: basta prendere parte ad un Carreer Day organizzato dall’Ateneo per rendersi conto di quanto siano illusorie tali statistiche e di quanti lavori poveri e precari vengano proposti ai neolaureati.

Come se i dati riportati dall’ateneo servissero unicamente al raggiungimento del già menzionato 3% di nuovi iscritti che la Rettrice intende raggiungere entro il nuovo anno. Come se l’obiettivo fosse quello di incrementare il numero di utenti senza preoccuparsi del loro futuro, delle loro aspirazioni, dei loro sogni.

 

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