La rendita è spesso definita come reddito “parassitario”. Infatti – a differenza del salario e del profitto (derivante dallo scambio commerciale) – essa rappresenta una forma di reddito non scaturito dal lavoro svolto da chi la percepisce, ma generato da investimenti finanziari, immobiliari o fondiari: ad esempio, su fondi ad uso agricolo che diventano edificabili, o sulla compravendita di immobili.
Negli anni del neoliberismo – ripudiata in Occidente la formula “denaro-merce-denaro” (ovvero la produzione di denaro attraverso la merce e quindi attraverso il lavoro) in favore della produzione di denaro attraverso il denaro, cioè della rendita – le città si trasformano in immense occasioni di investimento. Da fine anni Ottanta, le funzioni produttive ne sono espulse poiché la speculazione fondiaria si dimostra più redditizia del ciclo produttivo (si veda, a Firenze, il caso Fiat a Novoli). Con le fabbriche sono espulsi anche gli operai. Gli affitti salgono per l’abbandono delle politiche abitative pubbliche, ma anche perché la proprietà della casa diventa – in Italia – un costume diffuso, cui peraltro segue il diffuso indebitamento delle famiglie.

L’opera degli animal spirits era appena avviata. Per consolidarla, a cavallo del millennio è avviata la metamorfosi dell’anima stessa delle città: cioè, l’annullamento del mandato sociale della loro gestione e il cambio antropologico delle popolazioni residenti. La politica cede così il passo alla strategia di marketing; lo spazio urbano – pubblico e privato – diviene asset finanziario; la popolazione residente è equiparata a una public company formata da auto-imprenditori che al lavoro preferiscono fare affari con appartamenti ereditati o comprati per investimento, e da azionisti che investono nei grandi fondi di gestione del risparmio (SGR). Scalzati i Mottola e i Ligresti, questi fondi sono oggi i veri padroni della città.
Non abbiamo mai creduto alla favola dello sgocciolamento che avrebbe redistribuito le ricchezze dall’alto verso il basso. E neanche alla vulgata per cui dalla privatizzazione dell’acqua o dei treni, dalla vendita degli immobili pubblici per farne alberghi, dalla speculazione firmata dalle archistar e dai dividendi di multiutility e Sgr, l’intera cittadinanza trarrebbe vantaggio.
E, comunque sia, il ragionamento che vuole tutti partecipi della rapina delle città, non fila: perché, per sua natura, la città non è riducibile a pura merce. Essa è spazio di relazioni, immaginari ed emancipazione; è ambiente di vita, luogo di accoglimento (fuori dal mercimonio turistico); è un bene comune inalienabile.
Il caso milanese sta fornendo ottime prove della fallacia del dogma mercantilista. Milano si è resa attrattiva per grandi investitori presentandosi (senza dirlo) come paradiso fiscale: il basso valore degli oneri concessori ha deprivato la città di risorse economiche da destinare ai servizi alla cittadinanza. Contemporaneamente, la flat tax per i capitali stranieri voluta da Matteo Renzi – pari a 100.000 euro annui, oggi raddoppiata – ha agito da magnete per quei milionari che fanno affari all’estero, ma prendono (senza difficoltà, loro) la residenza in Italia.
Super ricchi sono desiderati (e atterrati) anche a Firenze, lo dicono i prezzi dell’immobiliare: 20.000 euro al mq per le nuove residenze extra lusso nell’ex ospedale San Gallo. L’afflusso legato alla flat tax, nel capoluogo toscano, si aggiunge ai grandi mutamenti qui compiuti nel nome dell’iperturismo che ha prodotto ghetti per ricchi ed estromissione di classi impoverite.
Ma anche la città si è impoverita. Ad esempio, per mezzo dell’alienazione sottocosto del demanio pubblico e comunale che ha lasciato spazio ad alberghi, appartamenti di alta gamma, e student hotel privati; o attraverso la monetizzazione (a pro dei costruttori) degli standard urbanistici, che costituirebbero ancora una misura di redistribuzione sociale delle plusvalenze derivate dalla trasformazione edilizia.
A chi non ha un tetto sopra la testa, restano le macerie di una città che, pure, ha avuto un passato progressista. Su queste rovine è oggi necessario agire per ricostruire, recuperare e rinnovare, pratiche di gratuita accoglienza e di sostegno, finalizzate all’emersione di coloro che, per vivere, non possono comprare né azioni né appartamenti, ma offrire solo la propria forza lavoro.
Ripubblichiamo il contributo al numero di settembre della rivista “Fuori Binario”, che ringraziamo.
Ilaria Agostini
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