Il 31 agosto 2025 il Washington Post ha condiviso un documento che descrive il piano per il dopoguerra — anche meglio definibile post-genocidio — per realizzare la visione della “Gaza riviera” del presidente Donald Trump. Utilizzando sfollamenti di massa, intelligenza artificiale e almeno un decennio di amministrazione fiduciaria statunitense, sarebbe così portato a termine il terribile progetto sionista di una Striscia di Gaza senza palestinesi.
Ricordiamo che Trump ha condiviso per la prima volta la sua visione di una “Gaza riviera” a stelle e strisce a febbraio, suscitando la gioia del governo sionista d’Israele (è stata accolta dal Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich come «l’unica soluzione al problema di Gaza»), e la rapida condanna da parte di numerosi leader internazionali, dalla Cina all’Egitto. L’Unione Europea è rimasta colpevolmente in silenzio di fronte all’annuncio di questa — l’ennesima — dichiarazione di sopruso del diritto internazionale.
Sopruso annunciato, ma che oggi si trova in un’avanzata fase di sviluppo. Secondo quanto riferito, il piano d’investimenti denominato “GREAT” (acronimo che sta per Gaza Reconstituion, Economic Acceleration, Transformation) è all’esame dell’amministrazione Trump. Esso comporterebbe il “trasferimento volontario” della popolazione di Gaza in cambio di token digitali. Le/i residenti di Gaza che “decideranno” di lasciare un terreno di loro proprietà riceveranno un “token digitale” in cambio della concessione del diritto a terzi di sviluppare la propria proprietà. Viene riportato che, in un secondo momento, «potranno riscattare i propri token per la proprietà di residenze ricostruite».
Il piano prevede infatti la realizzazione di sei/otto «smart cities fondate sull’intelligenza artificiale». La premessa del piano “GREAT” risiede nel fatto che l’intera popolazione di Gaza, pari a due milioni di persone, venga trasferita attraverso quelle che vengono continuamente definite “partenze volontarie” verso un altro Paese. Le/i gazawi che “sceglieranno” di muoversi verso un altro Paese riceveranno: un pacchetto di trasferimento da 5.000 dollari, quattro anni di sussidi per l’affitto e un anno di sussidi alimentari.
Il piano presuppone che il 25% degli/delle abitanti di Gaza sceglierebbe di lasciare il Paese e, di questi/e, il 75% sceglierebbe di non tornare. Le/gli attuali residenti che si rifiuteranno di emigrare verso un altro Paese, verranno trasferite/i in “aree abitative temporanee” all’interno della Striscia, durante la ricostruzione di Gaza. Secondo le stime del piano, l’adozione del metodo delle “emigrazioni volontarie” farebbe risparmiare 23.000 dollari su ogni palestinese trasferito/a, rispetto ai costi previsti per sostenere coloro che decideranno di restare a Gaza.
Secondo il Washington Post il piano è stato elaborato dalle stesse figure che sono dietro la controversa Gaza Humanitarian Foundation (GHF), sostenuta dagli Stati Uniti e da Israele. L’operato della GHF, il cui obiettivo dichiarato sarebbe quello di “fornire cibo” all’interno dei territori della Striscia, è stato duramente criticato dalle esperte e dagli esperti delle Nazioni Unite per essere stato sfruttato «per scopi militari e geopolitici segreti, in grave violazione del diritto internazionale»; il 5 agosto 2025, difatti, è stata condivisa una nota stampa sul sito delle Nazioni Unite che richiede «lo smantellamento immediato della GHF».
L’agenzia stampa americana CNBC riporta di aver contattato la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato l’1 settembre 2025 per un commento a proposito del documento diffuso dal Washington Post, senza ricevere alcuna risposta in merito.
«La ricostruzione [prevista dal piano “GREAT”] aumenterà il valore di Gaza di 324 miliardi di dollari e migliorerà notevolmente la qualità della vita» — afferma il documento. Gli autori del piano sostengono che sarebbe finanziato da investimenti del settore pubblico (dai 70 ai 100 miliardi di dollari) e privato (dai 35 ai 65 miliardi) in quelli a cui ci si riferisce come “megaprogetti”: data center; fabbriche di veicoli elettrici; appartamenti residenziali di lusso; località balneari.
È ovvio, ma vale la pena sottolineare che il documento non affronta minimamente le questioni di diritto internazionale. Il documento ignora sia l’opposizione palestinese ai trasferimenti di massa, sia l’opposizione esplicitata da parte di altri stati arabi, che da tempo chiedono uno Stato e l’autodeterminazione della popolazione palestinese. Tant’è che l’obiettivo del piano “GREAT” è «l’autogoverno di Gaza ai sensi degli Accordi di Abramo» — un quadro che stabilisce relazioni diplomatiche con Israele — e non menziona la possibilità uno stato palestinese ufficialmente riconosciuto.
L’umanità dovrà digerire il fatto che un’operazione di pulizia etnica possa essere giustificata dalla realizzazione di un lussuoso resort turistico/polo manifatturiero-tecnologico high-tech?
Lorenzo Robin Frosini
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