All Eyes On Palestine: in dialogo con Andrea Bona, medico di Emergency e un rifugiato palestinese di Gaza, presso il Centro Pecci di Prato

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Andre ci racconti quando sei partito e perché?

Io sono stato a Gaza dal 15 aprile al 14 giugno, sono tornato quest’estate: sembra già passato veramente tantissimo tempo. Tant’è che quando mi viene chiesto di portare la mia testimonianza mi sembra invecchiata in fretta tanto da non essere più attuale. Mi sembra quasi di non avere il diritto di venire a parlare di Palestina, dopo le testimonianze di chi vive ancora là. Però ho sentito l’appello della ragazza di Gaza Mennah e Yousef Awad del Jenin Creative Cultural Center che chiedono di portare in tutti i modi l’argomento al centro di discussione e questo mi consente di superare il mio senso di inadeguatezza. Io penso che il genocidio in atto a Gaza sia la somma di tutte le ingiustizie del mondo perchè è quello più lampante, è in diretta video e lo possiamo vedere tutti i giorni consumarsi sotto i nostri occhi. E’ per questo che ci accende così tanto. E’ necessario guardare a Gaza, allargando lo sguardo e il cuore a tutti i conflitti nel mondo perché questa è la rappresentazione più inumana di quello che succede in molti altri contesti.

“I gazawi non hanno le armi per difendersi, abbiamo solo gli aerei dall’alto che ci bombardano. Inoltre i numeri dei morti attuali riguardano solo le persone che sono sopra le macerie, non tengono conto di chi è sotto. Senza contare che molti corpi delle persone morte sono stati mangiati dai cani e dai gatti, questo è successo a mio cugino”, dice Mohamed (nome di fantasia), un signore gazawi, intervenendo dal pubblico. “Cominciamo a mettere fine all’occupazione. Se i cittadini europei si uniscono contro Israele e l’America, troviamo la soluzione”, prosegue Mohamed che ci ricorda che i nostri governi sono complici.

Come si può raccontare quello che succede a Gaza, parlando di quello che c’è ancora di bello? Il fatto che sopravviva la vita anche a Gaza è un motivo per lottare e fermare questo massacro. C’è stato un momento in cui hai detto qui c’è la speranza che permette di continuare, nonostante tutto?

Succedeva tutti i giorni più volte al giorno. La resistenza palestinese è la resistenza dell’umanità che, quindi, riguarda anche noi. E’ ovvio che le persone che vivono in prima persona il genocidio sentono l’urgenza di una tregua ma bisogna riuscire a generalizzare la lotta e capire che ci riguarda in prima persona in quanto cittadini del mondo ed esseri umani. Io ero un bambino quando c’era la guerra nei Balcani e il Kossovo era a due ore di macchina eppure questo non ci ha fatto più sentire più vicino a loro. Bisogna però capire [uscendo dalla logica geografica] che la resistenza dei palestinesi è la resistenza dell’umanità di fronte alla disumanizzazione del mondo che è sempre più rapida”.

“Il male che non combattiamo arriverà prima o poi a noi. Dobbiamo rimanere uniti in questo, in tutto il mondo”, interviene Mohamed che ci dice che ha con sé le foto della sua casa, sia di com’era prima e di com’è adesso.

Che cosa vuol dire doversi riadattare come civili e come medici, mentre fuori ci sono i bombardamenti?

Ad un certo punto mi sono messo a contarle e le bombe erano circa una ogni minuto e mezzo. Una clinica di Emergency è molto vicina a Khan Younis e un’altra molto vicina a Rafah, quindi zone intensamente bombardate con esplosioni continue. Si lavora perché di fianco a te hai colleghi gazawi che tutti i giorni, nonostante siano sfollati, nonostante abbiano perso familiari, non abbiano la corrente elettrica e abbiano visto bombardata la loro casa, perdendo tutto, la mattina erano lì puntuali alle 7.30. Erano pronti ad aiutare chiunque, lavorando sette ore di fila, visitando centinaia di pazienti senza mai perdere di vista il bene degli altri. Allora mi sono detto: se ce la fanno loro ce la farà anche una persona che è qui per due mesi e che vive in una casa anche più sicura delle loro, visto che, anzi, loro vivono in tenda. Va ammesso, con difficoltà, ma abbiamo uno status diverso dal loro.

Ci racconti degli episodi che ti sono rimasti particolarmente impressi?

Posso portare decine di esempi, me ne vengono in mente alcuni e userò dei nomi di fantasia. Yousef, infermiere 23 anni, alla fine dei turni quando io gli dicevo ‘ci vediamo domani’ lui rispondeva sempre Inshalla. E un giorno io gli ho ripetuto: vabbè dai, domani. Quel pomeriggio, dopo il lavoro, era andato in un internet point perché come tutti i ventitreenni ne ha bisogno sia per tenersi in contatto tramite SnapChat e TikTok – cose che io non conosco già più – e anche per cose più importanti. Internet c’è solo in questo caffè. Lui era solito andarci tra le cinque e mezza e le sei; quel giorno doveva fare un corso della sua università di infermieristica e quindi fa tardi perché deve studiare. Alle 17.50 bombardano il bar e muoiono 9 persone tra cui molti suoi amici e il gestore del bar che era un suo caro amico. Il giorno dopo alle 7 e mezza era già a lavoro. E per rassicurare me, quando sono venuto a sapere la notizia, mi ha portato una merenda con del Nescafè e un cetriolo e un pomodoro, considerando – inoltre- che il cibo lì è ancora una cosa preziosissima. Cosa c’è di bello a Gaza? Questo: la capacità dell’essere umano di restare umani anche quando hai davanti a te altri esseri umani che la loro umanità l’hanno persa. Bisognerebbe riflettere sul perché. 

Il linguaggio disumanizza il colonizzato, a partire dall’animalizzazione tramite il lessico zoologico, scriveva Frantz Fanon ne “I dannati della terra”. I primi articoli di giornale dopo il 7 ottobre intitolavano “Le bestie di Hamas” e questo rimanda alla tradizione storica dell’Europa dei colonizzatori. Il discorso coloniale riflette le relazioni di potere asimmetriche, le esigenze politiche economiche e militari delle potenze coloniali. Edward Said spiegava che il colonizzatore assume gli stessi connotati di imbarbarimento con cui descrive il colonizzato: il lessico del bestiario è usato per limitare la realtà politica e identità del colonizzato.

Vorrei raccontarvi un altro episodio avvenuto un giorno di maggio, che era stato particolarmente complicato perché era morta la cugina di sei anni di un nostro collega all’ospedale di Khan Younis nella terapia intensiva pediatrica”, dice il dottor Andrea Bona. “C’era molta tristezza quel giorno, quando è arrivato un signore sui 50 anni che parlava inglese e aveva voglia di raccontarsi anche per sentirsi vivo, considerando che non c’è lavoro e c’è voglia di sentirsi utili. Gli ho detto che parlava molto bene inglese, mentre io di arabo so dire solo: Salam Aleikum e poco altro. Gli dico che il loro saluto è bellissimo perché si salutano augurandosi la pace, forse perché vivono in una zona che l’ha conosciuta così poco. Lui mi risponde che sì, la pace è una cosa fondamentale e dice Shalom che è una parola ebraica. Mi racconta di quando è stato sfollato da Gaza, costretto ad andare verso Sud, ed è stato fermato dall’esercito: quel giorno hanno arrestato lui e uno dei figli che erano con lui in quel momento. Lui ha guardato il soldato e gli ha detto: ‘io capisco il dolore del tuo popolo – che è il popolo oppressore – perché anche i vostri figli sono stati portati via. Quindi io non ti odio e pero che anche voi riavrete i vostri figli’. Me lo ha raccontato mettendo al centro la sofferenza di un’altra persona, nonostante lui sia stato liberato, mentre il soldato ha preso il figlio che è diventato un altro ostaggio di questa guerra”, prosegue Bona. Infatti, ci sono seimila persone nelle prigioni israeliane, detenute senza processo e senza avere nessuna colpa. Erano insegnanti, operatori dei media, giornalisti, operatori culturali, bambini, persone con disabilità.

“Se si potesse cogliere l’essenza di questo altruismo – nel vedere come vittima proprio la persona che sta opprimendo – credo che lì ci sarebbe la soluzione a tutto”, conclude il dottor Bona.

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Dopo la laurea in Sviluppo economico e Cooperazione Internazionale, mi sono presa un anno sabbatico per Londra e poi l'India, infine per vedere i proiettili sui muri a Sarajevo. Tornata in Italia ho lavorato prima nei Centri di Accoglienza Straordinaria come insegnante L2 e operatrice legale, dopo nella scuola Secondaria di II° come docente di sostegno e di Filosofia e Scienze Umane. Da quest’esperienza nasce il mio blog “Lettera da un professionale” https://letteradaunprofessionale.wordpress.com/chi-sono/. Al momento sono dottoranda in Peace Studies presso La Sapienza con una ricerca sulle migrazioni.

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