Rusciano: un quadro urbanistico contro la “liquidazione a pezzi” della città

  • Tempo di lettura:9minuti

Lo scritto ricostruisce il processo di costruzione dei primi ampliamenti della città nell’oltrarno orientale (attuale quartiere 3) e osserva ciò che l’attuale prassi urbanistica dipendente dal meccanicismo neoliberista che genera la “smart city”, non può né vuole vedere: il ruolo imprescindibile di Attrezzatura Pubblica che la villa Pitti a Rusciano ha assunto, il necessario conferimento al quartiere e l’auspicabile processo di conversione della periferia in città, antitetico agli attuali piani (già urbanistici) di alienazione e di saccheggio della città.

Fig. 1. Firenze e dintorni, Firenze est, foglio 2, 1896-1900, 1:10.000, IGM

La carta IGM del 1890-1900 (fig. 1) registra l’inizio dell’espansione verso est, sulla riva sinistra dell’Arno, che modifica il disegno del piano Poggi adattandolo alla situazione determinata dal nuovo ponte (ponte di ferro, poi San Niccolò) e la forma assunta da piazza Ferrucci con l’inizio del viale dei Colli (fig. 2). Dopo i primi otto isolati troviamo l’inizio di un nuovo ampio isolato posto sulla biforcazione tra via di Ripoli – che costeggia il piede della collina – e via Coluccio Salutati, parallela a via G. P. Orsini, la quale prosegue nella via lungo la golena fluviale, oggi via di Villamagna, un tracciato presumibilmente antico.

La struttura viaria della campagna del Pian di Ripoli alla fine del XIX secolo rilevabile nella carta è data: dalla via di Ripoli che nel primo tratto pedecollinare si allontana dal fiume fino al Bandino, dove piega per assumere un tracciato mediano-alto in tutto il Piano, lungo la quale troviamo Badia a Ripoli, la più antica Pieve a Ripoli e il Bagno (a Ripoli) che trae il nome da tracce e reperti antico-romani; dalla via del Paradiso che scende dalla collina sud (da Greve, San Polo, ecc.), incrocia via di Ripoli in località Bandino e prosegue verso l’Arno (attuale via Erbosa) fino alla via golenale, all’Anconella. A metà tra Bandino e Anconella la interseca una via quasi parallela al fiume, rintracciabile nel Piano Bellincioni (ma di cui rimane attualmente solo la breve via B. Da Montone e nella parte orientale via Gran Bretagna) che unisce il podere Bisarno 1° al nucleo, un tempo rurale delle Lame. Infine, dalla ricordata attuale via di Villamagna. Il rado tessuto viario poderale interno ai poligoni disegnati dalle strade descritte è quasi privo di edifici.

Fig. 2. Pianta geometrica della Città di Firenze e topografia de’ suoi contorni con i progetti di ampliamento, di riduzione e allargamento delle strade. Note al progetto Poggi, 1865

Il piano Bellincioni (Piano Regolatore Comunale del 1915-24 – “Piano di ampliamento”, fig. 3) interviene con una griglia viaria che occupa il “triangolo” compreso tra via di Ripoli; via G.P. Orsini-via di Villamagna; via Erbosa. Tale griglia è tracciata a partire da due strade “matrici” in croce. La prima e più importante assume la forma di un ampio viale (Giannotti) a partire da un caposaldo sull’Arno, oggi piazza Ravenna (su cui sbarcherà nel secondo dopoguerra il ponte G. da Verrazzano), fino all’altro caposaldo al Bandino già nodo territoriale all’incrocio di due tracciati di lunga percorrenza.

L’altra “matrice” ortogonale, è il proseguimento di via del Larione, proveniente dalla collina che, a partire dall’incrocio con via di Ripoli, diventa tracciato urbano convergente con via di Villamagna e via Erbosa in piazza Dresda. Altri tracciati minori e trasversali sono ancorati o derivati da vie poderali quali via B. Scala e via B. Accolti. Nel disegno della griglia quasi tutti i nodi perimetrali presentano indicazioni anche minime che alludono a soluzioni architettoniche canoniche, secondo una tradizione ottocentesca consolidata. Il grande isolato compreso tra via di Ripoli e il nuovo viale, dove via del Larione diventa strada urbana, è destinato a spazio pubblico “verde”: sarà la piazza con chiesa e giardino Elia della Costa. Al capo opposto di questa stessa via (oggi via U. della Faggiola) l’altra area “verde” pubblica, parte della grande golena dell’Anconella. In tal modo quest’ultima assume un duplice ruolo di verde di quartiere e, nel rispetto del vincolo idrogeologico, di grande area vegetale alla scala cittadina. Si istituisce così simmetria e bilanciamento degli spazi liberi di carattere naturalistico di Anconella e dell’ Argingrosso sulla riva sinistra del fiume ai limiti est e ovest della città.

Fig. 3. Il Piano regolatore comunale del 1915-1924 (detto Piano Bellincioni)

Questa lettura si discosta dalle letture di molta storiografia, dove si trovano giudizi sul Piano Bellincioni tipo: “elaborazione assolutamente superficiale di un disegno di allineamento al quale non seguì nessuno strumento di un particolareggiato piano esecutivo” (Fanelli, 1973). Oppure Savioli (1953): “[nel Piano] tutto è senza distinzione; la città si è estremamente semplificata e, chiesa, scuola, industria, cinema, casa, ferrovia hanno trovato posto dovunque perché hanno perduto effettivamente il loro posto”. Un’osservazione del resto pertinente perché il Piano Bellincioni rinvia deliberatamente la collocazione di quelle funzioni a una progressione temporale della costruzione della città nuova, ma stabilisce limiti e valenze di un reticolo viario calato con attenzione tra e dentro le preesistenze del territorio agricolo. Il che alla luce degli esiti della città del dopoguerra e contemporanea ribalta il giudizio negativo in tangibile qualità.

È ancora Savioli a insistere sulla banalità spaziale delle piazze, la mancanza di gerarchie stradali e di autentici piani particolareggiati, sulla mancanza “della terza dimensione”, dove si percepisce il Savioli progettista di talento di una città completamente da reinterpretare e da cambiare, fiducioso nella scalarità dei piani dal generale al particolareggiato di cui però ci ha lasciato solo qualche bel frammento realizzato e un’idea prometeica della trasformazione, rimasta soprattutto scritta e disegnata.

Assai più vicine alla mia lettura le pagine di Daniele Vannetiello (Architettura e Realtà, in Nikos A. Salingaros, Antiarchitettura e Demolizione, ed. LEF, Firenze, 2005, pag. 13-15): “le ultime epifanie della città occidentale, oltre naturalmente alla vicenda multiforme e gloriosa delle trasformazioni urbane ottocentesche, vanno ricercate nelle espansioni della prima metà del ‘900, rappresentate, per proporre alcuni esempi concreti, nei quartieri fiorentini realizzati secondo il Piano Bellincioni”, di cui l’autore mette in risalto alcuni pregi: “strade misurate, dall’andamento rettilineo o sinuoso danno accesso a piazze per lo più alberate dalle varie forme geometriche […]. Tipi edilizi variati danno senso alle diverse parti della città: sulle piazze prevalgono le case d’appartamenti, le case in linea a cinque o sette finestre, di tre o quattro piani; allontanandosi dai luoghi centrali le case a schiera monofamiliari a due o tre finestre prolungano nel Novecento la tradizione delle lottizzazioni tardomedievali”, e dopo la descrizione di altre varianti tipologiche, l’autore formula una valutazione originale:

“tutto ciò dà forma a una città differenziata ma estremamente coerente, ottenuta obbedendo prioritariamente alla regola non scritta, ma di validità metastorica, per cui ogni edificio è innanzi tutto un edificio pubblico, facendo parte ma al contempo determinando fortemente una struttura collettiva di ordine superiore: la città e, più in generale il territorio”.

Aggiungerei che tutto questo si è potuto ottenere solo in virtù di un piano disegnato. Nulla di comparabile qualità mi risulta realizzato con Piani fatti di indici (rapporti numerici) e zonizzazioni, con lottizzazioni parcellizzate e monofunzionali che nessun legame tiene insieme ed è capace di dare continuità e forma leggibile allo spazio.

Conviene riflettere su quanto scrive Gabriele Corsani in un assai documentato capitolo Il Piano Regolatore di Ampliamento di Firenze del 1915-1917 (nel volume del centro studi Sidney Sonnino: Firenze e la Grande Guerra, a cura di Pier Luigi Ballini, Polistampa, Firenze, 2019, pag. 236):

“Tutte le nuove zone [del Piano di Ampliamento] appaiono giustapposte alla campagna limitrofa, senza alcuna preoccupazione non tanto di un’autentica cintura verde, ma della ricerca di una delimitazione significante. Carenti di requisiti urbani intrinseci, restano sospese in una attesa di città che sarà superata e non risolta con le espansioni dalla ricostruzione in poi”.

A Ricorboli e nel Pian di Ripoli, diversamente da quanto scrive Corsani credo si possa riconoscere una delimitazione e anche una struttura significante senza sbavature o incertezze, mentre le espansioni del dopoguerra con la nuova legge urbanistica si sono estese appoggiandosi ai tracciati del Piano 1915-1924, anche a monte di via di Ripoli che il Bellincioni aveva tenuto come limite rigoroso tra il piano, costruito, e il piede della collina libero da costruzioni. Espansioni fatte di fabbricati autoreferenti slegati da ogni principio spaziale che ne determini una qualche appartenenza; insiemi più o meno informi, questi sì giustapposti, dove alla più alta densità corrisponde la maggiore confusione che genera caos uniforme e disorientante. Espansioni di cui non si vede la fine hanno eroso qua e là ogni brano di campagna e spazio di rispetto di giardini di antiche ville, del cimitero, fino e oltre il raccordo autostradale.

L’attesa che anche questa parte di Firenze diventi città, dice Corsani, non c’è più: è “superata”, cioè accantonata in quanto non “risolta”, perché la risoluzione non è stata posta all’ordine del giorno dagli amministratori degli ultimi tre decenni. Si è “preferito” altro, come portare questa città tra le prime in classifica nel consumo molteplice e indiscriminato di suolo e di territorio anziché contenerlo, riutilizzando e risignificando gli edifici che mano a mano venivano a liberarsi.

Se ora confrontiamo questa periferia nell’insieme, possiamo facilmente convincerci che la parte con carattere civico, con “requisiti urbani intrinsechi” più o meno compiuti, è proprio quella relativa al Piano Bellincioni. Dopo quel disegno c’è la perdita della necessità di coordinamento, c’è la dissoluzione della forma; la ragione della nostra difficoltà a comprendere questa condizione urbana.

Fig. 4. Firenze est, 1:10.000, IGM

Per concludere, ancora una nota: questo Piano che apparve “senza distinzione”, indifferente al giusto “posto” delle attrezzature (Cetica, Savioli), ha consentito a una grande fabbrica metalmeccanica di installarsi in un grande isolato al termine di viale Giannotti, cerniera tra nuova città e territorio (fig. 4). Una posizione decisiva, per la movimentazione della grande manifattura, in quel Bandino che abbiamo visto essere definito da un incrocio di strade territoriali. Quando l’attività produttiva ha dovuto spostarsi, lo spazio di quel luogo, funzionale e simbolico del lavoro operaio manifatturiero prima, ha confermato la propria “centralità” come cattedrale del consumo poi. Ecco che il grande supermercato si manifesta nella piazza con un ampio “peristilio” circolare piuttosto spettrale ma che ne esalta la presenza e il voler essere “perno” del quartiere.

Nessuna attrezzatura cittadina con funzioni culturali e formative di questa scala trova spazio in questa parte di città latente se non, potenzialmente, la villa e l’intero possesso comunale di Rusciano, purtroppo smembrato e sciupato da colpevoli vendite e concessioni. Un parco con molte valenze primarie: cultura agricola storica, giardino romantico, attività ginniche e ricreative all’aperto, auditorium e piccolo odeon di quartiere, conservazione e conoscenza di collezioni delle arti contemporanee, fotografia, cinema, ecc. Insomma, un luogo di possibile forte contributo alla produzione culturale della città tutta; un’importante antica villa posta a “cerniera” tra il quartiere “in attesa di città” e la città antica. I movimenti, le Associazioni per la difesa di Rusciano pubblica, ne hanno colto il valore e immaginato un futuro possibile. Gli Amministratori in transito nelle stanze di Palazzo Vecchio prestino attenzione…

*

Nota al testo. Il presente articolo è la rielaborazione del cap. VI degli Atti del convegno di studi tenutosi a Firenze il 5 e il 14 ottobre 2023 (Rusciano e lo stare in villa a Firenze dal Medioevo all’attualità, a cura di Gabriella Carapelli e Stefania Vasetti, Consiglio regionale Regione Toscana, Firenze, 2025), promosso dal comitato per la difesa dei Beni Comuni Q3 e da studiosi dell’Accademia delle Arti del Disegno.

The following two tabs change content below.

Roberto Budini Gattai

Urbanista, attivo in perUnaltracittà e nei Comitati fiorentini di resistenza alla speculazione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Captcha *