Philippe Pelletier è un docente universitario di geografia, libertario, il titolo del suo primo libro è già piuttosto esplicito: L’imposture ecologiste, 1993; tornerà su questi temi nel corso del tempo e con con questo testo tradotto in italiano da Eleuthera propone una versione aggiornata di un volume del 2015: Climat et capitalisme vert. De l’usage economique et politique du catastrophisme.
In premessa l’autore chiarisce la propria posizione: ritiene di trovarsi innanzi ad una gigantesca operazione ideologica e politica che strumentalizza la complessa questione della crisi climatica da parte dei così detti capitalisti verdi, interessati a salvare il ramo sul quale sono seduti e gestire la transizione con forme meno inquinanti di approvvigionamento energetico, contribuendo di fatto alla prosecuzione del sistema economico imperante, di cui si limitano a gestire alcuni effetti eclatanti. Questi sono supportati da una macchina composta da organizzazioni, scienziati, mass media, che secondo le ricerche di Pelletier produce risultati inquietanti che risultano non neutrali e spesso scientificamente non onesti. La questione climatica è pervasa dalla dimensione politica, sia politico-economica che geopolitica, quindi non essendoci ancora una sufficiente omogeneità di opinioni nella comunità scientifica occorre mantenere uno spirito critico, consapevoli delle dinamiche di potere fra singoli ricercatori, atenei, discipline, paesi. Pelletier rifiuta l’accusa di scetticismo climatico ed il conseguente terrorismo intellettuale verso chi chiede di aprire una discussione e in sostanza ricorda che la scienza moderna si fonda proprio sul metodo del dubbio.
L’esempio più eclatante delle contraddizioni in ambito climatico in base alle considerazioni del libro mi pare il caso di Greta Thumberg. Pellettier la attacca sulle competenze climatologiche come fa del resto anche con scienziati di altre discipline, poi esamina la figura del suo mentore, Ingmar Rentzhog, re delle start up che la rende una celebrità tramite i social media. Rentzhog è anche membro del consiglio di amministrazione del principale fondo immobiliare svedese, amministratore delegato del think tank ambientalista degli eredi miliardari di una dinastia di venditori di auto e fondatore di un servizio di consulenza per aziende poi venduto alla piattaforma di crowdfunding che si è occupata delle donazioni generate dalle attività di Greta. Lei ha detto di non saperne niente e lui si è poi scusato di non averla avvertita.
Greta Thumberg nelle sue riflessioni utilizza le argomentazioni dei rapporti dell’IPCC che come si ricava dal nome è un ente intergovernativo, cioè un organismo politico supportato da scienziati scelti dai governi e in cui per la fede nella modellizzazione gli informatici sono più numerosi dei climatologi e dei geografi, ed utilizza un linguaggio che si può definire catastrofista con la buona intenzione di suscitare reazioni immediate e portare il tema del cambiamento climatico alla ribalta.
La Svezia della lobby piena di matrioske che gravita intorno a Greta Thumberg è un paese che dopo la scelta dell’energia nucleare effettuata dopo la crisi petrolifera del 1973 da Palme ancora oggi si approvvigiona in buona parte con questo genere di energia, tanto che nel 2009 fu revocata la moratoria decisa da un referendum del 1980. In buona sostanza Pellettier sostiene che il messaggio catastrofista di Greta, che ha assorbito il messaggio diventandone medium, ma in assoluta buona fede, è funzionale alla riabilitazione dell’energia nucleare che notoriamente ha basse emissioni di gas climalteranti.
In effetti nel 2022, l’anno seguente l’uscita del libro, Greta ha sostenuto in un’intervista ad un canale televisivo tedesco, mentre imperversava nel paese una forte polemica in materia, che nei paesi dove ci sono centrali nucleari operanti è preferibile mantenerle attive piuttosto che proseguire con il carbone, mostrando un volto meno ideologico e assai pragmatico, come Al Gore ed i verdi francesi anch’essi possibilisti. Si legittima l’uso del male minore, intorno al quale ruota il business che conosciamo, con tutto il corollario di ragionamenti sulla necessità di mix energetico, nucleare incluso, per non parlare dei mega impianti eolici come quelli dei crinali appenninici in Italia. Si torna quindi all’inizio: l’utilizzo della catastrofe prossima ventura per cui è preferibile “la qualunque”, che genera enormi profitti per il capitalismo verde. Questa posizione è criticata anche perché considerata soggetta all’effetto boomerang, nel senso che quando si lanciano drammatici ultimatum con scadenze ravvicinate sulla salvezza del pianeta e poi la situazione non precipita, si danneggia la propria causa e si legittimano comportamenti dannosi socialmente, dal disinteresse all’ecoterrorismo, dall’illusione di vie di fuga in comunità chiuse di illuminati, a quella di poter costruire un capitalismo etico.
Pelletier spiega che uno dei grandi problemi della rilevazione dei fenomeni a livello di clima globale è che ci si trova davanti alla media delle medie fra situazioni incomparabili magari di regioni, emisferi o latitudini diverse; si fa l’esempio della compatibilità dello scioglimento di un ghiacciaio in Islanda con l’ispessimento della calotta glaciale di alcune zone dell’Antartide, oppure si cita la comparazione tra Congo e Groenlandia, mettendo in discussione i modelli matematici, informatici e fisici su cui oggi si basano le previsioni.
A proposito della definizione “eventi climatici estremi” Pelletier contesta la possibilità di storicizzare tali eventi e la giudica funzionale a spostare la responsabilità dalle attività umane economiche del qui ed ora verso un livello superiore, quello di un genere umano incapace di vivere in armonia con la natura. A seguito di analisi approfondite sono sempre l’urbanizzazione e la cementificazione selvagge a risultare la causa di molte inondazioni in Francia e, possiamo affermare, anche nell’Italia degli ultimi anni.
Risultano interessanti le considerazioni circa i dubbi sulla così detta normalità climatica, visto che non conosciamo il clima preistorico, funestato da eruzioni ed incendi immensi. Ad esempio nell’arco del Medioevo abbiamo avuto in Europa quello che è stato chiamato “optimum medievale” con clima relativamente caldo per circa 3 secoli, seguito dalla “piccola era glaciale”, un periodo di raffreddamento climatico convenzionalmente terminato a metà del 19esimo secolo. Pelletier riporta inoltre la rilevazione di un lieve raffreddamento del clima nell’Europa occidentale fra il 1940 ed il 1975, proprio gli anni della massima attività industriale ed aumento della CO2.
L’autore dedica ampio spazio alle figure dell’ecologia politica fra le quali abbondano uomini, solo uomini, iscritti al partito fascista o nazionalsocialista durante la guerra, soci fondatori della Mont Pelerin Society, della Commissione Trilaterale, legati alla NATO, boiardi di stato e di istituzioni europee, tutti ben finanziati da multinazionali (soprattutto dell’auto), anche ovviamente scienziati, prevalentemente accademici delle scienze esatte come matematica e fisica. Il Club di Roma fondato nel 1968 è particolarmente analizzato, direi radiografato, anche perché commissiona il Rapporto Meadows (marito e moglie, lei fu la prima donna con un ruolo autorevole in questo ambiente), pubblicato nel 1972, che diventa il fondamento dell’ecologismo: fu definito un terremoto, con la previsione della fine del petrolio prevista per gli anni ’90 ed il conseguente investimento nell’energia nucleare, complice lo shock petrolifero dovuto principalmente alla guerra del Kippur (anche se il Club risultava al suo interno diviso fra i fautori del nucleare ed i timorosi). Rispetto al secondo rapporto, pubblicato nel 1974 con il titolo “Strategie per sopravvivere”, Pellettier si concentra sulla frase in esergo: Il mondo ha un cancro, e questo cancro è l’uomo. Questa frase fa venire in mente la disputa odierna fra chi definisce quest’epoca come antropocene e quanti hanno risposto che invece si tratta di capitalismocene. La frase è vista come connessione con le teorie del pastore puritano Malthus imbevute di misantropia come gran parte del movimento ecologista, ed infatti l’approccio religioso all’ecologismo viene approfondito in molte parti del libro, un argomento che Pelletier ha specificatamente approfondito in altre sue pubblicazioni.
Due figure, Bert Bolin e Maurice Strong, rappresentano la continuità fra il Club di Roma e le conferenze mondiali sul clima organizzate dal programma ONU per l’ambiente, chiamato UNEP, che ha organizzato la prima conferenza a Vienna nel 1979, la seconda a Villach nel 1985, fino alla creazione dell’IPCC nel 1988. Bolin, metereologo a lungo snobbato per le sue teorie allarmistiche sul raffreddamento del clima, è l’ispiratore della svolta nucleare di Olof Palme del 1973, l’ideologo della conferenza di Vienna e il redattore del rapporto conclusivo di quella di Villach, che preconizzò l’innalzamento dei mari di 140 cm causato dal riscaldamento globale di 4,5° C dovuto alle emissioni di CO2. Strong è invece un uomo d’affari canadese che ha costituito compagnie attive nel settore del gas e del petrolio, membro di Club di Roma, Bilderberg Group, Trilaterale e Aspen Institute, fu il primo presidente dell’UNEP e dopo essersi dimesso da Unep diventò presidente di PetroCanada, la compagnia nazionale canadese. Fu chiamato da Perez de Cuellar a far parte della Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo, presieduta dalla norvegese Harlem Bruntland che redigerà un rapporto che riprende le conclusioni di Villach e propugna lo sviluppo sostenibile contro il riscaldamento climatico: sulla scia di questo rapporto viene creato nel 1988 l’IPCC, di cui Bolin fu presidente dal 1988 al 1997.
Pelletier esamina e mette seri dubbi sulla credibilità dell’IPCC a partire dal conflitto di interessi di Rajendra Kumar Pachauri, presidente dal 2002 al 2015, fino allo scandalo dello studio della curva della temperatura conosciuta come “hockey stick”, che doveva dimostrare l’aumento improvviso e abnorme della temperatura nel 20esimo secolo, rivelatasi frutto di una grave semplificazione volta a supportare le tesi precostituite degli autori. Pelletier si sofferma anche sulle contestazioni del 2005 del fisico Seitz che denunciò la censura sulle conclusioni difformi rispetto alla parte di rapporto sul riscaldamento climatico: gli venne candidamente risposto che in quanto organo politico l’IPCC non era in sostanza soggetto alle procedure degli organismi scientifici. Fra l’altro risultano cooptati alla redazione dei rapporti in qualità di esperti indipendenti membri delle principali ONG ambientaliste, che da militanti ad esempio fecero passare nel rapporto del 2001 uno scenario che prevedeva il riscaldamento di 5,8° C entro il 2010.
Pelletier analizza anche gli altri attori che operano nell’ambito della questione climatica, inserendola pienamente nel contesto dell’economia di mercato: attori istituzionali e della società civile che non mettono in discussione la logica capitalista, e che hanno intensificato la loro azione quando i grandi paesi emergenti, i BRICS, sono entrati nel mercato globale ed è iniziata la guerra dell’energia, incentrata sulle fonti fossili e sul termonucleare e sulla concorrenza di questi paesi. Importante risulta anche il ruolo dei mass media che nella società dello spettacolo vanno a nozze nell’amplificare ogni tesi sensazionalista senza curarsi della correttezza dei dati.
Pelletier chiarisce che l’ecologia è una scienza dotata di storia, epistemologia e metodologia e che invece l’ecologismo è una corrente di pensiero e azione che si propone di fondarsi su questa scienza ma è influenzato da ideologie, quelle dei partiti verdi e quelle dei governi che tramite la strategia dello shock perseguono il loro obiettivo di far credere che solo la governance globale può dare soluzioni.
Il protocollo di Kyoto del 1997, entrato in vigore nel 2005, è il fondamento del mercato dei permessi sulle emissioni di gas a effetto serra che consente alle aziende occidentali da un lato di acquistare quote di inquinamento dai paesi meno sviluppati e dall’altro di delocalizzare le produzioni e risparmiare capitali da investire in tecnologie pulite in patria andando ad inquinare nei paesi più poveri. Naturalmente i Brics sono accusati di non fare abbastanza sforzi per abbassare il livello dei gas nell’atmosfera, ma anche le popolazioni occidentali sono chiamate a fare la loro parte tramite la tassazione: si pensi alla carbon tax che in Francia ha originato la rivolta dei Gilet Gialli per l’assenza di progressività di questa imposta e le difficoltà create soprattutto alle famiglie a redditi bassi che vivono in zone rurali prive di servizi pubblici efficienti. Emblematico uno degli slogan dei manifestanti: la fine del mese viene prima della fine del mondo.
In conclusione si può comprendere, come spiega Pelletier, che sullo sfondo della questione climatica è in atto uno scontro fra lobby dell’industria nucleare e dell’industria degli idrocarburi, con sullo sfondo l’emergere dei settori delle energie rinnovabili che hanno anche diviso il campo del settore automobilistico; trasversali a questa battaglia vi sono gli interessi degli stati in base agli investimenti pregressi e le difficoltà di finanziare nuovi investimenti privati. L’amara realtà è che data la complessità del fenomeno la comunità scientifica non riesce a dare le risposte certe alle problematiche che solleva la questione ambientale, come sarebbe invece desiderato socialmente.
Philippe Pelletier, Clima, capitalismo verde e catastrofismo, Eleuthera, Milano, 2021, pp240, euro 17





