Non è facile condurre un genocidio trasmesso in diretta per tre anni, e continuare a farla franca. Uno degli strumenti adottati da Israele è stato camuffarlo da guerra. I vantaggi non sono pochi, a partire dalla rimozione del contesto storico del tutto asimmetrico di colonialismo e di decennale occupazione militare a cui la Palestina è soggetta, fino alla possibilità di spingersi a categorizzare un genocidio come “guerra giusta”, guerra difensiva.
Il documentario uscito recentemente, Naza, di Yuval Abraham e Rachel Szor, ci fornisce un esempio importantissimo dell’apparato teorico e comunicativo creato da Israele, che utilizza i concetti tradizionali del lessico bellico per nascondere un progetto di sterminio pianificato della popolazione.
Se la propaganda filo-israeliana sostiene che il calcolo dei “danni collaterali” dimostri la volontà di evitare il più possibile le vittime civili, il documentario conferma quanto già noto: non c’è mai stata nessuna considerazione per la vita dei palestinesi, piuttosto il contrario.
Quel calcolo quindi serviva, e serve ancora, per uno scopo molto diverso, ovvero massimizzare la devastazione di Gaza e della sua gente, mantenendosi però all’interno di una quota giornaliera prestabilita. Una quota che Israele mantiene più alta possibile, in base alla quantità di sostegno di cui gode in un determinato periodo.
A costruire il consenso intorno a Israele, necessario per portare avanti il genocidio, sono un gran numero di complici. Agenti del genocidio, facilitatori, propagandisti; individui e associazioni che portano nel discorso pubblico una precisa narrazione, quella di Israele, in modo incessante, coerente, organico, e coordinato.
Il genocidio è il metodo prescelto per rendere Gaza inabitabile, ripulirla dalla sua popolazione, e infine semplicemente occuparla. Uccidere i suoi abitanti è il principale, attraverso cecchini, fame, sete, assedio e blocco di farmaci e cure mediche, esecuzioni di massa, sparizioni forzate, ma soprattutto bombardamenti. Gli aerei e i droni israeliani hanno scaricato su Gaza una quantità di bombe superiore a quelle sganciate su Amburgo, Dresda e Londra durante la Seconda guerra mondiale, combinate.
Per cacciare i palestinesi, che resistono da decenni, era necessario massimizzare la devastazione, contenendo però il danno d’immagine.
C’è una proporzione precisa, osservabile: maggiore è il sostegno globale per Israele in un dato periodo, tanto più il budget quotidiano di vittime è fissato in alto.
Questo è dimostrato dall’analisi dei dati sul numero di morti giornaliere a Gaza, dall’ottobre 2023 a oggi, che possiamo dividere in tre fasi: ottobre ‘23 – marzo ‘24; marzo ‘24 – ottobre ‘25; ottobre ‘25 – oggi.
Nell’ultimo anno Israele uccide quasi sempre meno di dieci persone al giorno, 1480 in totale. Devono aver valutato che restando al di sotto di questa soglia psicologica si riesce a tenere in piedi la farsa del del Board of Peace e del “cessate il fuoco”, cui reali obbiettivi erano recuperare gli ostaggi e distogliere l’attenzione del mondo da Gaza dopo le mobilitazioni globali oceaniche del settembre/ottobre 2025.
Prima dell’ultimo anno, ovvero nel periodo tra il marzo 2024 e l’ottobre 2025, la media delle vittime era stabilmente tra 50 e 80 morti al giorno. Cifra che permetteva a Israele di andare avanti senza dare troppo nell’occhio. Senza il lavoro dei giornalisti palestinesi, che hanno letteralmente sacrificato la vita per raccontare come la popolazione stesse morendo di fame, e senza il clamore mondiale provocato dalla Flottiglia, forse sarebbe filato tutto liscio per lo Stato genocida. Per i media principali infatti la morte dei palestinesi era un rumore di fondo, che non affiorava praticamente mai in superficie, di conseguenza l’opinione pubblica restava in gran parte indifferente.
Alla cifra di 50/80 vittime quotidiane si era arrivati dopo i primi mesi di genocidio, quando Israele aveva condotto pesantissime campagne di bombardamenti, godendo di un credito illimitato, dovuto all’onnipresente racconto delle “atrocità di Hamas”, e poteva così uccidere senza limiti. La media allora era di circa 300 persone al giorno; al 20 dicembre 2023 le vittime erano già 20000, di cui il 70% donne e bambini.
Il primo calo, da gennaio ‘24, fu dovuto all’interruzione del supporto incondizionato per le azioni di Israele da parte dell’opinione pubblica mondiale, che coincise con l’inizio del procedimento per genocidio intentato dal Sudafrica presso la Corte Internazionale di Giustizia. Lì iniziò il declino nell’immagine globale di Israele, che dovette rallentare il ritmo dello sterminio.
Il supporto del mondo quindi era (ed è ancora) proporzionale alla quantità di morte e distruzione che Israele può infliggere, ed è importantissimo denunciare chi ha fabbricato questo supporto, facendosi megafono della propaganda israeliana, a partire dal racconto del 7 ottobre. Oggi, tre anni dopo, leggendo articoli e commemorazioni su quella data, abbiamo la possibilità di osservare quali sono stati gli strumenti utilizzati per creare le condizioni per il genocidio, e abbiamo il dovere di esporre coloro che, portando avanti un certo racconto, si sono resi complici dei crimini di Israele.
Scegliamo solo alcuni esempi, non dai media più sfacciatamente pro-Israele come Il Foglio o Radio Radicale, ma da voci considerate moderate, equilibrate, e proprio per questo più insidiose: Matteo Renzi, Sergio Mattarella, Massimo Giannini, infine “deputati e senatori PD”.
Ciò che va evidenziato è come il racconto portato avanti da questi soggetti abbia fabbricato il consenso necessario per compiere il genocidio, diffondendo notizie false ed evocando pagine della storia che nulla hanno a che vedere con l’attacco di Hamas e degli altri gruppi della Resistenza.
Schematizzando, questo si basa sue due elementi: la “atrocity propaganda”, ovvero diffondere notizie false di presunte atrocità per generare un forte impatto emotivo e rendere più “comprensibile” e accettabile la reazione israeliana; l’equiparazione tra Hamas e il nazismo.
I famosi “40 bambini decapitati” non ci sono mai stati, eppure questa notizia falsa è stata diffusa da Renzi, che non è mai tornato sui suoi passi per smentirla. Simili riferimenti sono stati fatti da Giannini su Repubblica il 3 ottobre ‘26, quando ha parlato di “neonati bruciati nei forni di cucina”, cosa smentita addirittura dalle fonti israeliane.
Giannini ha nello stesso articolo parlato di “pogrom” contro “1300 innocenti, massacrati dai tagliagole di Hamas solo “perché ebrei””. Anche per Matteo Renzi i ragazzi uccisi il 7 ottobre sono stati attaccati “solo perché ebrei, solo perchè ballavano felici”. Di conseguenza Hamas è “la cosa più vicina al nazismo”, l’attacco del 7 ottobre “la cosa più vicina alla Shoa”, siamo di fronte al “male assoluto”.
Anche il Presidente della Repubblica Mattarella ha sostenuto l’assurda tesi dell’antisemitismo di Hamas: il suo monito ha preso di mira “le piaghe barbare e incivili del terrorismo, dell’antisemitismo e di ogni forma di odio su base etnica e religiosa”. Già il 27 gennaio 2024 peraltro aveva parlato della “strage del 7 ottobre come una raccapricciante replica della Shoah […] un disegno guidato da furore antisemita”.
Questi sono solo esempi, ma lo schema argomentativo è riconoscibile ovunque, ed è uno schema criminale, che segue rispettosamente le indicazioni di Israele. È proprio il vituperato Netanyahu che descrive il 7 ottobre come la dimostrazione che Hamas punti allo sterminio degli ebrei.
Deputati e Senatori PD hanno commemorato quella data con un eloquente “MAI PIÙ”, associando anche in questo caso l’attacco di Hamas all’Olocausto degli ebrei.
E questo delirio, questo racconto propagandistico, è ovunque nei discorsi dei nostri potenti. La tesi è che se Israele sta lottando contro la barbarie, contro l’odio razziale, per la salvezza del popolo ebraico dai nuovi nazisti che puntano ad un nuovo Olocausto, forse sconfiggere Hamas è l’unico modo per evitare un vero e proprio genocidio…
Allora forse la “strage di civili” è brutta, sì, è triste, ma di fatto, necessaria, o in ogni caso molto meno grave di come la rappresentano i “propal”. Una reazione esagerata da parte di Israele, al limite, “ma come dargli torto?”… Per Giannini il 7 ottobre è una “tragedia uguale e contraria” a quella del popolo palestinese… un’affermazione che si commenta da sola.
Mattarella, Renzi, Massimo Giannini, i deputati e senatori PD, sono solo alcuni esempi di complicità morale nel genocidio di Gaza, avendo reso senso comune la versione di Israele senza dichiararlo, fingendo di prendere le distanze dalle sue azioni.
Perché è quel racconto che ha reso tollerabili esattamente nello stesso modo, sia i massacri dei primi mesi, che i bombardamenti più limitati di questa fase del genocidio. Israele continua a giustificare i quotidiani attacchi come necessari e mirati ad Hamas.
Perché se Israele oggi può continuare ad uccidere ogni giorno, e se ha potuto buttare giù palazzi interi ammazzando centinaia di persone, è perché ha raccontato al mondo che in ognuno di quei palazzi, in ognuna di quelle tende, ambulanze, scuole, ospedali, c’è un Hitler. E chi ha lavorato, e lavora tuttora, per aiutarlo a convincerci di questo, è complice morale del genocidio dei palestinesi.
Simone Sorani
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