“Internet delle cose” o come ti adatto gli umani al mercato

Per una critica del Capitalismo Digitale – XIV parte

Il flusso algoritmico della macchina capitalista lavora lungo un asse che va dalla profilazione alla sostituzione passando per il condizionamento. I dati ci descrivono e, attraverso questa descrizione, la macchina produttiva o quella politica convogliano le nostre azioni verso dei prodotti da comprare (il mercato) o da accettare (la politica). Il condizionamento avviene tramite un altro flusso di immagini, suggerimenti (advertising) e suggestioni. Ultimo passo è la sostituzione, quando la macchina performa i dati raccolti, con la conoscenza acquisita tramite i nostri dati. L’output del ciclo è un esproprio di conoscenze attraverso il quale la macchina ci sostituisce nel lavoro produttivo o in quello riproduttivo, della cura, oppure si sovrappone suggerendo un’azione o facendola al posto nostro una volta che (più spesso una tantum) abbia ricevuto il nostro permesso. La macchina indirizza il comportamento anche prendendosene carico. È proprio quest’ultimo fatto che rende appetibile la proposta della macchina. È il fatto cioè di alleviarti un dover fare che ci fa accettare il voler fare della macchina che riesce così a sovrapporsi ai nostri voleri.

Le strategie pubblicitarie non hanno un target ipotetico, ma uno conosciuto: è il nostro avatar costruito con i dati che la macchina ci ha carpito. Il messaggio pubblicitario è una forma di stimolo risposta che agisce ri-condizionando il filtro percettivo attraverso il quale accediamo al nostro ambiente, in definitiva alla nostra realtà. Si tratta di flussi semantici che distraggono l’io originario permettendo al suo simulacro – quello predetto dalla macchina – di prendere il sopravvento. È una forma di individuazione che avviene anche questa per successivi adattamenti e assestamenti attraverso le nostre relazioni ambientali; in un ambiente però fortemente condizionato dalla presenza e dalla pesantezza del flusso algoritmico. Se la tecnica in generale ha sempre fondato l’individuazione psichica e collettiva – l’umanità degli umani – la macchina algoritmica, etero guidata dal dispositivo che persegue il profitto, agisce costantemente in questa direzione. Il ciclo che va dalla raccolta dati, input, all’output condizionante che rialimenta la macchina non è, come potrebbe sembrare, un circolo vizioso, una macchina celibe di Raymond Roussel, un loop infinito e autoreferenziale, ma un adattamento continuo degli umani al mercato.

La macchina algoritmica è una macchina logica che ragiona in una maniera diversa da quella razionale corticale del cervello umano. Se il pensiero umano è il risultato di un gran numero di processi paralleli contemporanei che definiscono l’accesso alla nostra interpretazione della realtà, dove prendono corpo le dinamiche mimetiche ed empatiche, la macchina lavora invece in termini induttivi, sulle correlazioni, mettendo in primo piano le associazioni immaginarie, una specie di percezione grezza non ancora elaborata dalla coscienza, che rimanda alla parte più antica e più istintuale della nostra mente (G.M. Edelman). L’ovvietà che recita il fatto che la pubblicità agisca sui meccanismi più irrazionali del nostro comportamento, trova nell’operatività macchinica un’incredibile corrispondenza. L’effetto non è però certamente la presa in carico dell’apparato cognitivo di quella percezione. Tutt’altro, anche l’immaginazione, il desiderio, l’immaginazione desiderante, sono catturate e deviate su dei simulacri, su dei feticci, realizzando l’intuizione marxiana del carattere feticcio della merce. L’ansia, l’angoscia, la paura, l’eros e le sollecitazioni più irrazionali sono i caratteri che le corrispondenze algoritmiche riescono a provocare, sono gli elementi nei quali si riescono a innestare. Il desiderio è così ridotto alla mancanza, si oggettivizza. Perde il suo potenziale creativo, la sua poiesis, la sua capacità di mobilitazione, l’agency fattuale della utopia. Non rimane altro che il puro istinto che può anche avere caratteri dirompenti, allergici però ad ogni tentativo di convogliamento, di direzionamento. Pura rabbia del branco.

Il raziocinio della macchina corrisponde alla parte arcaica del pensiero umano. A quella reazione che ti fa arrestare di fronte a uno ostacolo improvviso prima che tu prenda coscienza del pericolo (Edelman). L’algoritmo elementare è di tipo reattivo, ad un input corrisponde un output. Ovviamente nell’elaborazione che sta nel mezzo ci può essere di tutto. Routine di verifica, routine di confronto, ma nessuna considerazione valoriale, nessuna propensione emozionale, nessun dialogo nel senso di nessuna scelta dialogica. Nessuna di quelle scelte che nascono dal confronto con l’altro, dalla sfida con l’altro, dal convincimento dell’altro con l’immaginazione e il ricordo. La macchina non deve rendicontare le sue scelte. Il ragionamento della macchina è avulso dal contesto.

Il capitalismo mancante di contraddittorio, legge il mondo in un’ottica economica, così la scienza lo descrive in termini quantitativi e non qualitativi. C’è perciò una convergenza con le ideologie dell’universo digitale. Il mondo è azienda, la cura della salute è azienda, l’istruzione è azienda. È così in atto una managerizzazione di tutti gli ambiti possibili. Antoniette Rouvroy dice che «l’essenza di questa managerizzazione è privilegiare la quantificazione (produrre cifre) a detrimento dell’elaborazione di progetti (produrre senso). La quantificazione diviene così una sorta di finalità, un progetto in sé.» È in atto la conversione dell’amministrare alla governamentalità manageriale della cosa pubblica dominata dagli algoritmi. Ogni sensazione va quantificata, ogni prestazione umana e non umana deve essere valutata e cioè tradotta in numeri che l’algoritmo possa macinare. Così la scuola dove non si valutano soltanto gli studenti ma anche i docenti e la singola scuola nel suo insieme; la salute, la cura, così anche le terapie vengono inserite in protocolli che evitino l’intraprendenza e la “fallacia” umana, riducendo la malattia a qualcosa di manipolabile dalla macchina digitale. Mentre lo sciamano, il guaritore, mette in relazione la malattia con l’ambiente del paziente, con la società, il tempo, il luogo e le reti sociali, la medicina occidentale alfine guidata dagli algoritmi macchinici espressione della subordinazione al capitale, la inserisce in una sequenza statistica nella quale la malattia stessa è un semplice occorrenza. La ricorsività dei sintomi ridotti al loro valore computazionale porta ad una serie di scelte ad albero logico predittivo che esclude il mondo e con lui la soggettività del paziente con le sue correlazioni. Già Galileo, poi Descartes avevano tracciato per la scienza occidentale un cammino che privilegiava la quantità a scapito della qualità, ma il succedere della macchina decisionale a quella produttiva – il succedersi della macchina computazionale al robot industriale – ha esaltato l’approccio algoritmico al mondo. Un approccio però viziato da un pregiudizio fondamentale, quello della massimizzazione del profitto, che guida il parametro della valutazione di efficienza della macchina.

A proposito di Capitalismo Digitale, le forme della critica girano intorno a quello che viene chiamato modello di sviluppo e che più correttamente sarebbe meglio iniziare a chiamare modello di

produzione, nel senso di che cosa si produce, in quali quantità, come lo si produce, da chi e per chi. Prendiamo il 5g che è semplicemente una tecnologia che permette di avere più banda anche da mobile, ma che permette anche l’interconnessione degli oggetti, sensori e attuatori. Ma vediamo nei particolari. Si parla dei vantaggi della domotica anche fuori di casa. Ma quali sarebbero questi vantaggi. Facciamo un esempio. Hai il frigorifero semivuoto e devi fare la spesa. I sensori sulle confezioni comunicano al frigorifero la loro presenza cosicché il frigorifero può compilarti la lista della spesa segnalandoti che hai finito il latte. Bello e utile. L’assistente vocale che hai in casa sa che hai degli ospiti perché ci sono persone che hanno dormito nella camera degli ospiti – oppure sa che ti arriveranno degli ospiti perché ha ascoltato la tua conversazione telefonica – allora suggerirà di comprare più latte. Meglio ancora lo ordinerà esso stesso al tuo negozio di fiducia o al suo fornitore di fiducia. Ma potrà fare anche di più; suggerirti il menu per una cena di affari o per una intima. In questo ultimo caso ordinerà anche dei fiori o una bottiglia importante. Che il sistema conosca i tuoi gusti e in base a questi possa suggerirti cosa acquistare, è cosa ormai nota nella quale ci imbattiamo tutti giorni. Ma quel di più che l’internet delle cose potrà fare è legato alla possibilità non solo che il sistema ti suggerisca qualcosa, ma che possa farlo al posto tuo. Certo non delegherai al sistema le scelte più importanti come quella del* compagn* della tua vita. Ma se l* hai conosciuto all’interno di una piattaforma di incontri e la sua persona ti è stata suggerita da quella piattaforma? Ma anche quando avevi raccontato che non saresti rientrato per evitare un incontro indesiderato e poi invece sei tornato a casa e non c’era più quel pane da celiaci che il frigorifero non aveva ordinato; o alle migliaia di fraintendimenti possibili che segnano la strada imprevedibile dei comportamenti umani che gli algoritmi tenteranno di decifrare e che soltanto tu, conscio delle tue bugie e del proprio sentire potrai essere in grado di capire e rendere attuali, in barba ad ogni previsione fatta dall’esterno. Non è una semplice presa di posizione sul meglio e il peggio, o un fare il tifo per l’autogestione nei confronti di una gestione esterna che ti viene pro-posta o in-posta. Non è l’espletazione di un semplice parere, il tuo nei confronti della macchina, è il fatto che la macchina che impara da sola a partire dalla possibilità di osservarci (raccogliere dati) e spiarci in ogni nostro comportamento, voglia diventare sempre più brava aggiustando il tiro volta volta, sino al momento che i suoi errori saranno trascurabili. Il dubbio è se davvero la macchina abbia imparato così qualcosa dal suo continuo aggiustamento di tiro o se siamo noi che azione su azione, lentamente ci adeguiamo alle proposte macchiniche. Se dal ingarbugliamento,

dall’entanglement, di infiniti fattori di causa relativi al caso o alla necessità, la nostra personalità si costruisca in un divenire che non è mai una volta per sempre; se non c’è quell’istante precipuo in cui tu sei quello e soltanto quello; se, nella concentrazione dell’istante non si possa cogliere una tua essenzialità, o che la tua essenzialità non perduri nel flusso diacronico del divenire, allora l’algoritmo sarà sempre fuori fase, fuori sincronia ad annaspare nel flusso del divenire per cercare di prenderti. Ma alla macchina non interessa conoscerti, le basta conoscere quel tuo avatar di potenziale consumatore di merci, l’obiettivo della macchina è metterti in relazione con l’offerta del mercato, non interessa il tuo interesse per le cose in astratto, ma quello che le cose – la cui parvenza seppur vasta non è infinita – suscitano alla tua persona: non la mira esatta, ma una mira che sia in qualche modo vincente. Al centro non c’è mai il tuo benessere reale, ma quello presunto. E quello presunto, ha a che fare con le cose, con le merci.

Ecco la realtà aumentata. Ogni cosa ha una sua forma che ti permette di percepirla, ma oltre a quella forma, ha probabilmente una storia, ma anche una sua agenzialità potenziale; ecco la rete di sensori e attuatori che diventeranno pervasivi. Così come ogni individuo, ogni manufatto contiene in sé anche l’aspetto diacronico della sua esistenza. Un monumento o un’opera d’arte avranno un loro creatore, saranno testimoni di un progetto o di una comunicazione, di una provocazione. Insomma una realtà più estesa del semplice essere cose. Accedere a questa realtà non è in sé negativo, il problema si pone quando le macchine la costruiscono al posto tuo.

Le cose e le persone esistono nella loro relazione, in una relazione in divenire che sincronicamente le determina, ma che diacronicamente le disfa e le ricompone (Simondon). La realtà aumentata dell’Internet delle Cose le assegna un valore, un’etichetta; provoca un divenire che è avulso dalla vostra potenziale interazione con quella cosa o persona che sia; dalla vostra potenza di individuazione e cosificazione. Scalza il soggetto e scalza il divenire – la diacronia – che determina la cosa. Le corrispondenze e le relazioni sono algoritmiche e seguono un percorso fattuale diverso dai processi cognitivi degli umani. Il data mining diviene una visione del mondo e la specie umana dei semplici burattini ai quali è stata tolta ogni forma di libero arbitrio. La visione è funzionale al profitto, persegue il profitto. Ogni cosa avrà allora un alone non di senso, ma semplicemente mercantile. Il senso sarà quello che hanno i padroni delle macchine.

Questo significa che in un mondo senza padroni delle piattaforme digitali, il flusso macchinico delle nostre protesi digitali, potrà essere motore della relazione tra umani e cose, e umani tra loro; di

tutto con tutti, animali umani e non umani, ma anche con vegetali e cose; tra cose animali, umani e ambienti, permettendo la costruzione di processi di “individuazione psichica e collettiva” (ancora Simondon) d’altro ordine, restituendoci soggetti che alcuni oggi chiamano “postumani”. L’esistenza delle cose è impermeabile alle macchine. Le macchine capitaliste riconoscono soltanto la merce. Agiscono, reagiscono e relazionano intorno agli oggetti mercantili. Per questo, lo sforzo dell’algoritmo, della mentalità sottomessa all’ideologia smart che segna questa contemporaneità è di ridurre ogni cosa a merce. A volte lo si fa con noncuranza, perché sembra che proprio così si faccia. Cose ovvie come quella di non poter comprare cose il cui valore è condiviso da tutta l’umanità, che sono possesso di tutti e proprio per questo non possono essere patrimonio di un singolo, a lungo andare perdono di ovvietà così amministratori ignari (?) possono pensare di poter svendere monumenti storici come se fossero villette a schiera. Tutto quello che non è in vendita e che non è possibile rendere alienabile, è inesistente all’occhio della macchinica.

Insomma se non deleghiamo alle macchine non soltanto il lavoro più faticoso, ma tanto altro, il giochino non funzionerà. La macchina oltre a profilarti, a suggerirti vuole adesso prendere delle decisioni. Se glielo impediamo, tutto il castello salta. La macchina che si era presa il tuo tempo di lavoro, vuole prendersi anche il tempo del non lavoro. E se il tempo di lavoro era un tempo alienato che produceva una coercizione del corpo alla macchina, macchina che dettava infatti i tempi e i gesti da dover subire, adesso le macchine cercano di fare lo stesso per quanto riguarda il tempo non lavorato. Tutto il tempo e quindi tutto il corpo, compreso il corpo sociale, viene sussunto al sistema macchinico del Capitale Digitale. Il sapere individuale si perde, quello collettivo viene riversato nella macchina che crea un habitat nel quale la produzione di dati si trasforma in proposte esistenziali, in imposizioni sussurrate che permeano la scansione quotidiana del tempo di vita. La macchina si appropria dei dati attraverso i quali si riproduce continuando ad estrarli dal corpo sociale al quale ritornano attraverso tutta una serie di prescrizioni. L’economia circolare dei flussi digitali anticipa ogni altra economia.

Per costruire la macchina di produzione dell’era digitale, la macchina totale e totalitaria che estrae, elabora, produce visioni di vita e asserve a queste visioni, per fare questo non basta la rete, il web, l’interconnessione di tutti gli abitanti del globo, occorre che anche le cose siano interconnesse. Serve più banda e serve la pervasività del campo di onde elettromagnetiche che trasportano i flussi; in questo consiste il progetto del 5g. Al di là della sua presunta nocività, probabilmente simile ed equivalente a quella messa in atto dalle tecnologie precedenti, esso rimanda a una filosofia della vita auspicabile da parte del Capitale, forse meno da parte delle persone. Si ritorna in qualche modo al problema dell’alienazione che caratterizzava il metodo industriale. Anche nell’universo digitale non serve lavoro per produrre in modo alienato un surplus di merci, serve che chi lavora possa decidere cosa produrre e quanto produrre e – nodo fondamentale – dove e come produrre: in quale mondo, per quale mondo.

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*Gilberto Pierazzuoli