Apocalittici e Integrati

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Apocalittici e Integrati è il titolo di un testo di Umberto Eco del 1964 che poi ha avuto una ampia diffusione, non soltanto come riferimento a quel testo, ma anche e soprattutto come locuzione in sé, utilizzata per contesti i più diversi. Quello che mi interessa qui è però tornare al suo ambito originario, quello inerente la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa e alla loro influenza sociale e politica. In un certo senso connetterla a quell’intuizione, anch’essa datata, di Benjamin della rivoluzione, come azionamento del freno di emergenza del treno di un “progresso” lanciato verso un abisso che pare sempre più vicino.

Nel momento in cui scriveva Eco, i cosiddetti mass media erano i mezzi di comunicazione di massa che, pur essendo apparati tecnici, non venivano così recepiti. La televisione non veniva percepita come un salto tecnologico, ma come qualcosa di altro. Si potrebbe nello stesso modo parlare di Internet, ma definire la rete come semplicemente un mezzo di comunicazione di massa, sarebbe riducente. Il web è molto di più: è la parte più visibile di una rivoluzione industriale e sociale di grande impatto – quella del passaggio dal mondo analogico a quello digitale – che contiene molte più cose: la società di controllo, l’automazione dei processi di produzione, la logistica, la domotica e molto altro. Il mondo si sta trasformando e lo fa a una velocità mai vista, né prevista prima. Questa trasformazione molti la chiamano “progresso” perché è riferita a un epoca storica e il passaggio tra un’epoca e l’altra si è sempre chiamato così. Un modo di dire che lasciava poco spazio alle critiche. Le critiche alla modernità (ogni attualità è di per sé moderna) erano così automaticamente intrise di un gusto passatista che rimandava sempre e soltanto ai secoli bui – ogni storia ha i suoi secoli bui – sino alla minaccia delle minacce che consisteva nel ritorno all’età della pietra, come se quella fosse l’epoca più intrisa di infelicità della specie.

Il punto però sta acquistando senso nel momento in cui all’orizzonte comincino ad apparire visioni di un futuro non tanto radioso. Mai come oggi la visione futurista si scontra con problemi da dover risolvere in modo che il futuro stesso diventi una prospettiva realmente perseguibile. Sullo sfondo appaiono le conseguenze del riscaldamento globale che appare sempre di più poter essere un’apocalisse annunciata che, in questo caso, costringe anche gli integrati a doverne tenere conto. Su questo versante l’opposizione fondamentale è quella che vede gli integrati cercare soluzioni (spesso anche facendo finta di farlo) all’interno del modo di produzione e nel sistema socioeconomico attuale: il capitalismo democratico liberista, mentre gli apocalittici, oltre a rendersi conto che il problema è consistente, ne rivelano le origini e gli sviluppi proprio all’interno di quel sistema.

Ma l’universo digitale porta delle complicazioni euristiche che riguardano le trasformazioni del capitalismo stesso. Chi comanda non sono più i proprietari delle fabbriche e i loro sacerdoti, i politici istituzionali che legiferano e controllano che nessuno disturbi il manovratore (la mano invisibile del mercato), ma un’oligarchia tecnoscientifica che ha il monopolio delle tecnologie digitali. Non più i padroni delle fabbriche ma i padroni degli algoritmi. I sacerdoti ci sono lo stesso e pianificano le implementazioni dei padroni degli algoritmi, istallando telecamere, semplificando i regolamenti e lasciando in un limbo anomico le questioni che riguardano l’infosfera.

Insomma, Apocalittici e/o Integrati si presta molto bene a trattare i problemi della tecnica, forse di più di quelli della informazione (con l’attenzione di chi ci ha già ragionato sopra per la quale spesso i due termini suonano come sinonimi). E quando si parla di tecnica, di tecnologia, di scienza o, meglio ancora, di tecnoscienza, viene subito all’orecchio (all’occhio?) il problema della neutralità dello strumento materiale o della scienza tutta.

L’orizzonte apocalittico, probabile e non frutto di una allucinazione, ma che rimanda a un futuro, esso sì allucinato, mostra una oligarchia che va oltre il metodo di produzione capitalista. Un’oligarchia frutto di quella selezione artificiale da essa stessa prodotta che ha portato a una concentrazione di soldi e di potere come mai prima nella storia. È quella oligarchia residente nella cerchia più interna del film “In Time“, che vive in un’abbondanza a disposizione così sproporzionata da sembrare infinita, mentre gli umani restanti corrono per trovare le risorse per sopravvivere e spesso non ci riescono perché è il sistema che lo vuole. I tanti, innumerevoli ultimi, sono gli abitanti dei vagoni di coda di “Snowpiercer” che devono avere un’aspettativa di vita limitata per alimentare i viaggiatori delle prime carrozze mentre il mondo all’esterno è diventato invivibile, anche perché provare ad abitarlo dopo la catastrofe è diventato più faticoso che cannibalizzare i compagni di specie. Ed è proprio intorno a questa narrazione che l’intuizione di Benjamin si fa opportuna e attuale. Le visioni apocalittiche abbondano perché quell’oligarchia non farà niente contro lo sfascio ambientale nella misura che questo fare deragli l’algoritmo di scopo (del profitto e dell’accumulo capitalista). Le narrazioni sino al diciannovesimo secolo erano utopiche, descrivevano mondi auspicabili anche quando parevano di difficile perseguimento. Poi tutto si rovescia. È la velocità, la potenza della macchina e le ingiustizie percepite che portano a far pensare a mondi inospitali, feroci. A partire da una situazione nella quale l’ingiustizia percepita fa da modello per il suo trionfo. È questo il modello di ogni distopia e un intero filone letterario invade il mercato. Certo, c’è sempre una Science Fiction positiva, ma è meno appagante. È quella, per esempio, della colonizzazione spaziale che spesso ripete gli stessi gesti di quella terrestre, ma che anche li mitiga ponendosi problematiche non discriminanti come nella serie TV di Star Trek.  Ma il grosso della produzione è da paura. E non è un caso che la storytelling orrifica e angosciante sia contemporanea del capitalismo e dell’era delle macchine. Con quel capolavoro descrittivo, visionario e psichedelico ma nello stesso tempo così probabile, che la sci fi ci regala nella veste di “Le tre stimmate di Palmer Eldritch” dove una umanità drogata e tossico dipendente gioca alle bambole in un pianeta infetto e ormai ostile. Crescono le storie apocalittiche, proliferano i climax catastrofici, sino a un rovesciamento attraverso il quale si spargono istruzioni per sopravvivere in un pianeta infetto.

La macchina richiama un universo sensibile. L’attrezzo, il costrutto artificiale era quel qualcosa a portata di mano, che la mano animava, la cui anima e animazione dipendevano dalla manipolazione umana. Ma non era sempre stato così; le cose potevano avere anche una loro anima, anche una loro volontà. Non era impossibile pensare che la colpa dell’uccisione sacrificale fosse del coltello e non di chi lo brandiva. Ma di queste animazioni, di queste causazioni magiche, era pieno il mondo. Erano previste dal paradigma dentro il quale si percepiva la realtà. Gli antenati che tornavano a visitare il mondo, che erano gli attanti di tutta una fenomenologia di eventi, che popolavano l’esperienza quotidiana. Ma non così più tardi, la potenza della tecnoscienza era cresciuta così tanto da poter soppiantare e inibire ogni afflato magico. Adesso la materia animata fa paura o, come minino, provoca un certo disagio. L’automa è meraviglia soltanto nel momento che ripete ad libitum lo stesso gesto per quanto complicato possa essere, altrimenti provoca sconcertamento. L’automa a morfologia umana è già un’altra cosa. È tanto più inquietante tanto più esso somigli agli umani. Così lo zombie che è similumano, ma morto, qualcosa che avrebbe dovuto aver perso l’anima ma che invece è animato. Così è dei mostri, ma in particolare di quelli diversi dagli animali mostruosi, i mostri puri, le incarnazioni morfologiche delle nostre fobie. Ma anche l’automazione spicciola, quella specie di animazione che posseggono certi oggetti che colpisce e provoca il cruccio dei capi di famiglia alla visione di Odradek di un racconto di Kafka del 1917.

Il cruccio, l’angoscia hanno a che fare con il diverso, ma simile e, in tempo di automazione, l’androide e la gineide sono i personaggi preferiti delle nostre fantasticherie narrative. La guerra dei mondi è guerra all’alieno, ma spesso l’alieno ha genitorialità umana. I robot umanoidi sono i nuovi depositari dell’immaginario della ribellione del mostro, frutto della deviazione di una scienza che sembra ormai essere onnipotente. E ci sono mostri organici e inorganici, e quando le macchine riescono a fare qualcosa di precipuo del fare umano, si apre per le macchine la possibilità di diventare mostruose. Oggi si parla di macchine intelligenti. L’AI (Intelligenza Artificiale) è un algoritmo, il codice che informa la macchina. Dietro un algoritmo c’è sempre un attante, un ente che lo processa, sia umano o inumano e/o inorganico. L’AI è pervasiva, popola oggi una miriade di device e di oggetti. Ma la si immagina sempre di fattezze umane. Per questo fa paura. La guerra intraspecifica che così malamente ha caratterizzato il fare degli umani, si riflette nell’immaginario della rivolta dei robot. È una paura che ha i suoi fondamenti nel nostro sentire, non certo in quello delle macchine, eppure, eppure qualcosa riempie il nostro immaginario onirico di robot ostili. Anche l’ostilità ha qualcosa di umano, le altre specie, gli altri enti, gli altri attanti, hanno nemici, ma non ostilità. È la nostra capacità di negare l’umanità dell’altro, del barbaro che abita oltre quei confini che gli umani stessi hanno costruito. Ma anche queste sono generalizzazioni. Non la specie tutta, l’antropo dell’Antropocene, che è responsabile della catastrofe. E la catastrofe non è una semplice possibilità che abita un futuro probabile. È ora. Viviamo tutti dentro la catastrofe, nell’Apocalisse o almeno nel regno dell’anticristo che la precede e la innerva. Non gli ultimi della terra, ma nemmeno i penultimi. Qualcuno infatti la chiama Capitalocene.

Maurizio Ferraris stranamente ha qui una posizione da “integrato” quando contesta all’immaginario della guerra tra umani e macchine (di solito i robot) la sua mancanza di fondamento. Perché addossare alle macchine delle intenzionalità che non hanno? Si chiede in un cero senso. Certo le macchine vogliono rubare il lavoro agli umani, spesso sono state concepite a questo scopo, per sostituire gli umani e non per rubar loro il lavoro. E sono state fatte così per compiacere gli umani non per far loro la guerra.  Secondo lui, quando mostriamo questi sentimenti, facciamo un torto agli umani sottovalutando la loro forza. «È possibile che prima o poi ci sarà una macchina per produrre qualunque cosa, ma quella macchina sarebbe sovranamente inutile in assenza degli umani. Il che significa, se ci pensiamo bene, che noi siamo, letteralmente, i padroni del vapore, i signori delle macchine, benché per qualche motivo – di solito legato al desiderio di assolverci dalle nostre inerzie o colpe addossando la responsabilità alle macchine – siamo per lo più inclini a pensarci come schiavi dell’automazione» (p. XI). Ma il problema non sono le macchine ma i padroni delle macchine. Si costruiscono macchine, algoritmi allo scopo di trarci un profitto e indipendentemente dal fatto che questo scopo leda gli altri. Ovviamente Ferraris è competente in materia e non gli sfugge questo aspetto. Infatti più avanti dice: «Possono, ovviamente, essere schiavi di altri umani, e il loro primo dovere è quello di emanciparsi, con l’azione politica e con la comprensione filosofica» (p. XII). Diciamo subito che gli schiavi umani non saranno schiavi di altri umani generici, ma di coloro che sono i padroni degli algoritmi. E qui già c’è una bella differenza. È come se Ferraris non fosse immune da una certa infatuazione progressista che segue una linea del tempo puntata verso l’alto: «Dunque, ciò che si prospetta come la necessità fondamentale per il mondo nuovo, che non sarà il paradiso e il conseguente tedio eterno, ma che sicuramente sarà migliore e più giusto di tutto il mondo che ci siamo lasciati alle spalle» (p. XIII). E poco più avanti: «perché la storia non va indietro». Per poi concludere: «Il webfare, il welfare digitale che propongo in questo libro, deve passare attraverso l’educazione, che insegnerebbe a trovare nuovi nomi e nuove forme, più tolleranti e giuste, alle esigenze umane di sicurezza, identità e proiezione nel futuro che nel passato si sono riconosciute in quei vecchi nomi» (ibidem). Il che ci fa subito obiettare che forse non sono queste le esigenze dell’umanità, o almeno quelle prioritarie e che questi nomi andrebbero riempiti di senso. Cos’è la sicurezza? Quella delle migliaia di telecamere che minano la nostra privacy e che spesso sono strumenti di discriminazione? Cos’è l’identità quella che ci distingue come specie e ci valorizza in modo da non accettare l’altro, il vicino, il simile ma non identico? E insiste: «la tecnologia non è l’alienazione, bensì la rivelazione di chi noi siamo» (p. XVI). Sin qui nella introduzione, ma prosegue più avanti: «Non siamo schiavi del web, bensì della nostra pigrizia, o più precisamente della nostra ignavia, che ci impedisce di pensare che nel confronto tra gli umani e il web sono gli umani ad avere la meglio, purché lo vogliano, perché abbiamo la prova  di millenni in cui gli umani sono vissuti senza web,  e il fondato sebbene poco frequentato sospetto che il web, senza gli umani, non andrebbe da nessuna parte , perché ha bisogno di noi, della nostra vita, della nostra curiosità, della nostra fretta, dei nostri consumi» (p. 5). Il problema non è il web, ma probabilmente i padroni del web lo sono. Altrove ho detto che la guerra dei mondi è lotta di classe, non mi occorre perciò fare altro che ripetermi. Ma non è un atteggiamento semplicemente luddista letto nella sua declinazione riduttiva di astratto nemico delle macchine, ma di consapevole nemico di “quelle” macchine, così concepite, così programmate e così usate.

Nel momento in cui gli sforzi delle scienze sociali, della filosofia e dell’antropologia, sono volti a decentrare la figura dell’umano riconoscendo in questo presupposto la radice di molti mali sociali e l’origine delle modificazioni geologiche del pianeta che hanno dato origine all’Antropocene e al disastro ambientale, Ferraris ricentralizza l’antropo. E in questa astrattezza, quella che trascura chi, come e per che cosa, progetta gli algoritmi, si incammina a restituirci con grande intelligenza la trasformazione antropologica in atto che ci sta restituendo un’umanità particolare, una “documanità”. Una umanità che ha scoperto un’altra memoria esterna, una memoria adesso realmente rivoluzionaria per il fatto che per la prima volta la comunicazione segue alla registrazione. Ne parlerò più avanti.

(*) La rubrica, curata da Gilberto Pierazzuoli, raccoglie una serie di articoli che riprendono il lavoro di “Per una Critica del Capitalismo Digitale”, libro di prossima stampa uscito a puntate proprio su questo spazio. Una sorta di secondo volume che riprende quelle considerazioni e rende conto del peso antropologico e delle trasformazioni che il mondo digitale provoca nel suo essere eterodiretto dagli interessi di tipo capitalistico. Una prosecuzione con un punto di vista più orientato verso le implicazioni ecologiche. Crediamo infatti che i disastri ambientali, il dissesto climatico, la società della sorveglianza, la sussunzione della vita al modo di produzione, siano fenomeni e azioni che implicano una responsabilità non generalizzabile. La responsabilità non è infatti degli umani, nel senso di tutti gli umani, ma della subordinazione a uno scopo: quello del profitto di pochi a discapito dei molti. Il responsabile ha un nome sia quando si osservano gli scempi al territorio e al paesaggio, sia quando trasforma le nostre vite in individualità perse e precarie, sia quando – in nome del decoro o della massimizzazione del profitto– discrimina e razzializza i popoli, i generi, le specie. Il responsabile ha un nome ed è perfettamente riconoscibile: è il capitale in tutte le sue declinazioni e in tutti i suoi aggiornamenti.
Come per gli articoli della serie precedente, ognuno – pur facendo parte di un disegno più ampio – ha un suo equilibrio e una sua leggibilità in sé e là, dove potrebbero servire dei rimandi, cercheremo di provvedere tramite appositi link. 

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Maurizio Ferraris, Documanità, Filosofia del mondo nuovo, Laterza, Bari 2021

Gilberto Pierazzuoli

Qui la prima parte 

Qui la seconda

Primo intermezzo

Secondo intermezzo

Qui la terza

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Gilberto Pierazzuoli

Attivista negli anni 70 . Trasforma l'hobby dell'enogastronomia in una professione aprendo forse il primo wine-bar d'Italia che poi si evolve in ristorante. Smette nel 2012, attualmente insegnante precario di lettere e storia in un istituto tecnico. Attivista di perUnaltracittà.

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