No Prison: il carcere è disumano, e a subirlo sono i poveri

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A che serve dunque il carcere? La risposta sembra ovvia: a punire chi ha commesso un reato, a proteggere la società dal crimine. In verità il carcere ha un obiettivo in più, che tutti li riassume: prevenire la trasgressione. Ed è l’obiettivo che il carcere attuale, in Italia come altrove, meno riesce a centrare. Chi esce dal carcere dopo un periodo di detenzione, torna a commettere reati nel 70% dei casi e anche più. E’ la cosiddetta “recidiva”, la certificazione del fallimento dell’idea carceraria, un’idea che può essere messa in discussione fino a ribaltarla.

Esiste un movimento che si chiama “No Prison” e ha questo preciso obiettivo: abolire il carcere, concepire nuovi modi di relazione con chi trasgredisce le regole, stabilire nuove forme di giustizia. Sembra un’utopia, ma è un’utopia concreta, per certi versi urgente, come si è ben visto il 9 ottobre scorso, quando di No Prison si è discusso alle Piagge, al centro sociale Il pozzo, con Giuseppe Mosconi e Livio Ferrari, del movimento No Prison e autori del libro Perché abolire il carcere (edizioni Apogeo), con Elisabetta Zamparutti di Nessuno tocchi Caino (l’associazione che da tanti anni si batte contro la pena di morte), con Lorenzo Guadagnucci, giornalista e attivista, in un incontro moderato da Paola Springhetti, direttrice di Reti solidali.

Don Alessandro Santoro, prima dell’incontro, ha guidato un gruppo di partecipanti alla giornata di riflessione (chiusa con un concerto di Alessio Lega e degli stessi Mosconi e Ferrari in versione cantautori) in un breve trekking alle Piagge, utile a dare concretezza a una discussione solo in apparenza teorica e visionaria.

Circa il 10% dei detenuti nel carcere di Sollicciano, ha informato don Santoro, sono cittadini residenti nel quartiere delle Piagge, periferia urbana nella quale il reddito medio non supera i 650 euro. A Sollicciano sono rinchiuse circa 7-800 persone, perciò 70-80 famiglie piaggesi hanno un congiunto in carcere; poi ci sono le persone agli arresti domiciliari e quelle in regime di sorveglianza speciale…

C’è un un punto, nel Manifesto No Prison scritto a suo tempo da Livio Ferrari e dal compianto Massimo Pavarini, che mette nero su bianco ciò che alle Piagge – e in altri luoghi simili – si sperimenta ogni giorno: “Riflettete: è mai possibile che le carceri di tutto il mondo siano abitate al 90% solo e unicamente da persone povere? (…) la pericolosità criminale è distribuita equamente in tutte le classi sociali, ma a essere puniti e a finire in carcere sono prevalentemente coloro che godono di minore immunizzazione dal sistema penale, cioè coloro che sono economicamente, culturalmente e socialmente più deboli”.

Abolire il carcere, dunque, è la via maestra, perché tale istituzione si è dimostrata incapace di mettere in pratica la sua ragion d’essere – la detenzione temporanea finalizzata alla prevenzione del crimine e non la ‘vendetta’ o la punizione fine a sé stessa – scritta a chiare lettere nella Costituzione italiana all’articolo 27, terzo comma: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Il “riformismo” carcerario – cioè l’idea che il carcere sia da migliorare nelle strutture, nelle dotazioni di personale, nella disciplina interna, in modo che sia più vivibile e possa raggiungere i suoi obiettivi – non convince più nessuno: si è rivelato nel tempo un’illusione. Il carcere, per la sua natura afflittiva, non riesce davvero a “rieducare”, nemmeno quando è gestito nelle forme più avanzate e andrebbe quindi superato, almeno come risposta principale alla trasgressione delle norme. Il dubbio, naturalmente, è se al momento attuale, con le democrazie in crisi, le discriminazioni diffuse, i muri che si alzano ai confini dell’Europa a separare umanità di serie A e (sub) umanità di serie B, tale progetto sia credibile e non appaia invece come una fuga in avanti di sognatori acchiappanuvole.

Su questo punto non abbiamo certezze, se non la persuasione che la democrazia può essere salvata solo praticandola davvero e fino in fondo: in questo senso il Movimento No Prison, il suo progetto solo in apparenza inattuale, è parte integrante di una lotta più generale per i diritti universali e per l’uguaglianza da esigere e praticare qui e ora.

Redazione Fuori Binario

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1 commento su “No Prison: il carcere è disumano, e a subirlo sono i poveri”

  1. Se abolire il carcere sia da “sognatori acchiappanuvole” m’inserisco tra loro volentieri. Il carcere è solo una istituzione che colpisce i più deboli, quelli che non hanno casa e cibo e son costretti a procurarseli a “danno” di chi li ha e, magari, non sa che farsene. Una società giusta non ha bisogno di carcere; chi in essa può andar fuori binario può e deve esser ripreso in altro modo.

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