PNRR a Firenze #4: Transizione ecologica

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A pochi giorni dall’approvazione della legge regionale 92/2021, che semplifica alcune procedure in fatto di tutela ambientale per progetti legati al PNRR, e di cui abbiamo già scritto, può essere utile tentare di estendere la critica della nuova legge ad una più ampia riflessione sulla “transizione ecologica”.

Considerazioni generali sulla transizione ecologica come sfida globale 

Le lotte ambientaliste di oggi affondano le radici più solide nella seconda metà del secolo scorso, quando i problemi legati ad un’organizzazione della natura di tipo capitalistico hanno iniziato ad assumere un’evidenza difficilmente trascurabile. Negli ultimi anni, la crescente consapevolezza di vivere un momento storico decisivo per la nostra sopravvivenza, unita all’iniziativa di molti attivisti e militanti, ha consentito di ricomporre per qualche tempo un fronte ampio e compatto, per quanto eterogeneo, nelle piazze dei Fridays for Future. Possiamo affermare che proprio la spinta popolare esercitata tra il 2018 e il 2019 in molti paesi “occidentali” abbia portato la questione ambientale ad un grado di attualità tale da costringere governanti ed affaristi di tutto il mondo ad adottare nuovi mezzi, sì, ma per soddisfare vecchi obiettivi, in un tentativo di sussunzione oggi più che mai in corso.

Adeguare i mercati ad una domanda che cambia e le politiche istituzionali alle pressioni dei cittadini, senza tuttavia compromettere le possibilità di riproduzione del capitale: questa è la sfida che si presenta oggi dinanzi a coloro che questa situazione, niente meno, l’hanno creata. Non è colpa “dell’umanità” se ci troviamo oggi a morire di inquinamento o di disastri naturali, ma di quelle relativamente poche persone che avevano (e hanno per ora) il potere di decidere per (a spese di) tutte le altre. Non riuscire a colpire alla radice le dinamiche incriminate, ma permettere di sciogliere possibili soluzioni in un ostinato processo di innovazione capitalistica, significa non solo mantenere invariate le violenze strutturali del capitalismo, ma rischiare che per garantire la ricchezza smisurata di pochi perdiamo per sempre la possibilità di restaurare un’organizzazione ecologica in grado di garantirci la vita migliore possibile.

La transizione ecologica vista attraverso il PNRR

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza dedica alla missione “Rivoluzione verde e transizione ecologica” la fetta più grande della torta: 59,47 miliardi di euro. Senza entrare nel merito dello stato attuativo del progetto (consultabile qui) vorrei prendere in esame questa sezione del piano nella sua complessità per metterne in risalto ambivalenze e limiti con cui dovremo scontrarci per gli anni a venire. Le linee su cui si muove questa critica possono essere riassunte in quattro punti:

1) SEMPLIFICAZIONE. Per riprendere ed estendere da subito il caso delle modifiche alla legge Marson, notiamo innanzitutto che la maggior parte delle riforme previste, non solo nella Missione 2 ma in tutto il Piano, mirano a semplificare procedure risaputamente complesse e che richiedono determinate tempistiche, spesso molto dilatate. Prendere atto di questi problemi e cercare di risolverli è cosa buona e giusta, ma farlo sacrificando misure essenziali alla tutela dell’ambiente è peccato, soprattutto se consideriamo quanti miliardi di euro si prevede di investire in interventi di varia natura (dalle infrastrutture all’edilizia) anche invasivi sul territorio. Una valida alternativa, come per molte cose che non funzionano, potrebbe essere investire più soldi, in questo caso affinché le amministrazioni siano in grado di accelerare i tempi delle procedure; un’operazione che, detta cedendo alla logica lavorista, creerebbe anche occupazione.
Per mettere ancora più in evidenza i rischi non della semplificazione, ma di questa semplificazione, consideriamo poi tutte quelle riforme che intendono favorire e accelerare l’implementazione di strutture in grado di generare energie rinnovabili. Istintivamente si potrebbe pensare: cosa può mai esserci di sconveniente nell’installare, ad esempio, delle pale eoliche su un crinale? Eppure non è così semplice. Già Wu Ming 2, ne Il sentiero degli dei (2010), raccontava in poche pagine il caso di Monte dei Cucchi (comune di San Benedetto Val di Sambro, sull’alto appennino bolognese), fino ad allora sconosciuto ai più, dove un gruppo di cittadini si era opposto al progetto di un parco eolico da parte della ditta veronese Agsm. Si sarebbe trattato di impiantare ventiquattro generatori da 70 metri di supporto per una tripala di 26 metri di raggio, e ogni turbina avrebbe poggiato

«su una base di cemento armato profonda dieci metri e larga quindici, all’interno di una piazzola sgombra, pianeggiante e ciottolata di venti metri per trenta. Per montare e gestire l’impianto bisognerà aprire una strada asfaltata, abbastanza larga per il passaggio di camion e ruspe, e interrare un cavo lungo tredici chilometri. Tutto questo su un crinale di boschi famoso per la frana del 1951 che distrusse Castel dell’Alpi e formò il lago sul torrente Sàvena. […]
Alcuni cittadini della zona hanno saputo del progetto di Agsm quando sono arrivate le prime lettere per l’esproprio dei terreni. Allora si sono organizzati, hanno raccolto firme e informazioni, sono andati più volte dal sindaco, hanno messo in piedi un comitato. Alla fine il Comune di San Benedetto ha espresso il suo parere negativo sulla centrale eolica. La Provincia di Bologna, invece, non ha mai smesso di sostenerla. […]
Dunque la Provincia ha cambiato idea: non più il turismo sostenibile, per valorizzare la zona, ma l’energia pulita, in nome dell’interesse pubblico.
Ma è davvero pubblico l’interesse di un impianto simile?
Nel 2007 la Commissione Europea ha prodotto un grafico sui rendimenti dell’energia eolica. […] In Spagna, per esempio, il costo medio di un Mw/h è di 60 euro, il ricavo medio sfiora gli 80, quindi il guadagno netto si aggira sui 20 euro. […] Il ricavo medio delle turbine italiane è di 170 euro per megawatt/ora, con un guadagno netto dieci volte superiore a quello dei tedeschi e cinque volte quello degli spagnoli. Il motivo è che in Italia i proventi dei mulini dipendono per una metà dagli incentivi statali, che sono i più alti d’Europa. Grazie a questo sistema un’azienda può far soldi con le sue pale anche se il vento è poco e la tecnologia che adotta non è la migliore.
Nel frattempo, gli incentivi pesano sulle bollette dell’elettricità e così tutti pagano per impianti che funzionano male e fanno guadagnare soltanto chi li ha costruiti.
Socializzare i costi, privatizzare il profitto.
La regola d’oro del capitalismo italiano» (pp. 73-75).

Negli anni successivi non sono mancati casi simili, tant’è che nel 2018 ha preso vita un Coordinamento dei comitati dell’Alto Appennino contro l’eolico-industriale selvaggio. Oggi, con miliardi di finanziamenti pubblici sul piatto ma gli stessi meccanismi di fondo e addirittura la stessa azienda promotrice, una situazione molto simile si sta riproponendo sul Monte Giogo di Villore e Corella (tra Vicchio e Dicomano), dove è iniziata da tempo la resistenza dei cittadini. Non ci vuole la palla di vetro per intuire che sempre di più se ne riproporranno nei prossimi anni.
Per la cronaca: nel 2011 il progetto per il Monte dei Cucchi è stato bocciato anche dalla Provincia di Bologna, e il sito è stato designato l’anno successivo come parte della Rete Natura 2000. Oggi, tra le altre cose, è una splendida tappa lungo la Via degli Dei.

2) SPECULAZIONE. Il secondo punto su cui mi vorrei soffermare riguarda le possibilità di speculazione aperte da alcuni punti della Missione. Tra le riforme di accompagnamento al piano, infatti, non ne è prevista alcuna che sia finalizzata a porvi un argine, motivo per cui possiamo stare certi che se ne verificherà in quantità. Scorrendo in ordine di presentazione, il primo investimento ad attirare la nostra attenzione è il 4.1 della componente 2, intitolato “Rafforzamento mobilità ciclistica”, che in sostanza prevede di finanziare con 600 milioni di euro nuove piste ciclabili. Bello, se non fosse che solo meno di un terzo dei chilometri previsti sarà destinato agli abitanti delle città, mentre più dei due terzi riguarderanno percorsi turistici, che andranno indirettamente ad incentivare (rendendo più attraente in quanto sostenibile) l’industria più inquinante della nostra epoca, quella del turismo (basti pensare anche solo all’inquinamento aereo). Evidentemente, questa non può essere squalificata come iniziativa negativa, ma rende bene l’ambivalenza di un processo di evoluzione di un sistema insostenibile, piuttosto che una sua reale messa in discussione.
La stessa ambivalenza caratterizza, già dal titolo, la componente numero tre: “Efficienza energetica e riqualificazione degli edifici”. 15,36 miliardi di euro in grado di unire messa in sicurezza e risparmio energetico a succulente potenzialità di speculazione immobiliare, un nesso che possiamo scorgere anche nella componente 4, investimento 3.4: “Bonifica dei siti orfani”.
Ultimi, ma non per importanza, 6 miliardi di non precisati (leggere per credere, p. 146) “Interventi per la resilienza, la valorizzazione del territorio e l’efficienza energetica dei comuni”, che potrebbero celare veramente qualunque cosa.

3) INNOVAZIONE. Tuttavia, l’elemento che emerge con maggior forza da una lettura critica è la propensione dei redattori del Piano a tentare di risolvere l’insostenibilità ecologica della nostra organizzazione sociale quasi solo attraverso processi di innovazione tecnologica. Ora, l’umanità si è sempre dotata, sin dagli albori, di strumenti per potenziare la propria attività, le proprie forze, ma nel momento in cui una parte degli esseri umani si trova in una posizione di dominio rispetto ad altre non possiamo trascurare il fatto che le possibilità da loro sprigionate dipendono sempre dalle esigenze da cui nascono e da come vengono utilizzati. Nel momento in cui la costrizione al lavoro (attraverso il salario) incontra le esigenze del profitto, la “macchina” si pone innanzitutto come possibilità per l’operaio di svolgere in maniera più efficiente un lavoro i cui frutti verranno raccolti principalmente dal datore di lavoro. Nel processo produttivo, il lavoro vivo della capacità umana, speso nella ricerca (fase svolta parzialmente attraverso le università, delle quali non a caso fior di privati finanziano i corsi di dottorato) e nell’applicazione di strumenti innovativi, viene continuamente trasformato nel lavoro morto di macchine di proprietà dell’investitore, di cui quindi questo potrà fruire a piacimento, risparmiando su una forza lavoro adesso all’occorrenza dequalificata (cioè meno costosa) e soprattutto più innocua perché suscettibile a guasti o a sabotaggio, ma certamente non a velleità sovversive (chissà con l’intelligenza artificiale…). Ma non finisce qui. Uscendo dal processo produttivo e guardando invece al suo risultato (oggi questa distinzione sta sfumando, ma non complichiamo troppo le cose), la merce, risulta ancora più immediata la comprensione dell’altro grande ruolo dell’innovazione: stimolare il consumo, fino a renderlo talvolta indispensabile (basti pensare a pc, smartphone e wi-fi con il processo di digitalizzazione accelerato dalla pandemia). Tali beni e servizi innovativi, va da sé, dovranno trovare terreno fertile in una domanda pronta ad accoglierli, un’operazione sempre un po’ rischiosa, ma facilitata oggigiorno, oltre che in partenza dalla ricerca stessa, dai fondi finanziari.
L’innovazione si inscrive purtroppo ancora oggi in questo contesto, e per rendersene conto è sufficiente pensare allo iato che intercorre tra ciò che molti cittadini reputano essere le priorità per vivere meglio e le soluzioni offerte oggi dal “progresso”. È così che lo sviluppo delle infrastrutture logistiche (sul breve termine molto inquinante – investimenti 2.1 della componente 1 e il 3.3 C2), ad esempio, viene preferito all’accorciamento delle filiere alimentari (maggiormente ed immediatamente sostenibile). Del resto, un tentativo era stato pur fatto dall’ex-governatore Enrico Rossi, seppur limitatamente alle forniture per le mense scolastiche regionali, ma la proposta di legge era stata giudicata incostituzionale perché in controtendenza con le sacre leggi del libero mercato. Lo stesso discorso vale per gli investimenti per “Innovazione e meccanizzazione nel settore agricolo e alimentare” (2.3 C1), in cui la cosiddetta “agricoltura di precisione” viene privilegiata rispetto ad un utilizzo più morigerato dei pesticidi, iniziando per esempio a sganciarlo dalle esigenze iper-competitive del mercato neoliberista globale. Che dire poi dei fondi destinati alla mobilità pubblica (3.4 e 4.2 C2), che non prevedono peraltro necessariamente mezzi meno inquinanti (4.2), ma puntano ad ampliare il servizio per incentivarne l’utilizzo? Sicuramente un’operazione utile, se non fosse che l’impatto negativo (comunque presente) sul territorio potrebbe essere evitato semplicemente rendendo il servizio gratuito laddove la rete sia già oggi sufficiente. Per concludere il quadro, e anche piano piano questo lungo articolo, sono costretto ad accorpare poi una serie molto ampia di investimenti che presentano, unitamente ad interventi di stampo ecologista, un insieme variegato di altri prettamente smart, che sembrano il più delle volte paralleli ma sconnessi, anzi controproducenti, ai fini del raggiungimento degli obiettivi (almeno di quelli dichiarati) della Missione. Per i più temerari, ecco un elenco dei punti ai quali mi riferisco: 3.1-2-3 della componente 1; 5.1 e 5.4 della C2; 1.1, 3.2 e 4.2 della C4.

4) RESILIENZA. Per chiudere con una chicca, farebbe sorridere se non facesse paura la declinazione del concetto di resilienza come adattamento, in questo caso, agli sconvolgimenti globali dovuti al cambiamento climatico. Questo approccio è esemplificato particolarmente bene dai 2 miliardi di euro destinati ad infrastrutture per la sicurezza dell’approvvigionamento idrico (investimento 4.1 C4), “anche in un’ottica di adattamento al cambiamento climatico” (p. 149): agire sui sintomi, insomma, piuttosto che sulle sue cause.
Il concetto è declinato in questo modo anche nelle altre missioni del Piano.

Conclusioni

Tornando ad adottare una prospettiva un po’ più ampia, e uscendo quindi dal merito della sola Missione 2, possiamo cercare di tirare qualche conclusione. Per quanto infatti questa sezione del Piano sia già di per sé fortemente problematica, il vero punto della questione sembra porsi su un altri livelli: quello del Piano complessivo e, ancora sopra, del contesto nazionale e internazionale dentro il quale è inserito.

È sufficiente uno sguardo approssimativo al Piano per notare come, al contrario di quanto dichiarato nelle intenzioni dei governanti, la transizione ecologica non costituisca un principio strutturale del “nostro” (come Italia) agire politico, ma un ambito incastrato tra una serie di altri che non tengono affatto conto di questo principio, quando non sono su questo punto controproducenti.

Uscendo invece dal discorso PNRR, un aspetto molto parziale per qualsivoglia tentativo di lettura anticipatoria del presente, fa riflettere che per porre qualche paletto ai consumi ci volesse nientemeno che la guerra. Mentre già stiamo provvedendo, infatti, ad adottare politiche di ri-carbonizzazione e stringendo nuovi accordi commerciali persino con l’Egitto per sfuggire al ricatto energetico russo, per il 22 di maggio è prevista, da parte della Commissione Europea, la pubblicazione di un nuovo piano per ridurre i consumi in Europa: il cosiddetto secondo pacchetto “RePower EU”, in cui si parlerà ad esempio di limiti al riscaldamento e all’aria condizionata e di una riduzione, forse, della velocità dei veicoli su strada.

Nel frattempo, a causa della stessa guerra e in seguito alle ingenti spese militari messe a bilancio (un settore risaputamente poco inquinante…) sta facendo molto discutere la volontà di costruire una nuova base militare di 730 mila metri quadri presso Coltano, frazione del comune di Pisa, nel bel mezzo del Parco di San Rossore (negli ultimi giorni pare che l’intellighenzia italiana stia cercando delle alternative). Contro questo progetto, dannoso e pericoloso sotto molti punti di vista sia che si faccia a Coltano che altrove, si stanno già mobilitando, nel Movimento No Base, molti cittadini, associazioni, collettivi e partiti politici.

Non già l’illusione di una pace si rende oggi necessaria, ma una guerra di classe che accomuni i popoli contro i propri oppressori.

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Laureato in Antropologia culturale ed etnologia all’Università di Bologna, attualmente dottorando in Ingegneria dell'Architettura e dell'Urbanistica alla Sapienza Università di Roma.

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