A partire da due testi sul desiderio

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Prima parte

Secondo la lettura che Kojève fa nel “Introduzione alla lettura di Hegel” (pp. 541-544), la Rivoluzione francese, che crea soldati-cittadini che hanno fatto propria l’idea di libertà per la prima volta nella storia, e che, con Napoleone, la esportano con le armi nel resto d’Europa, rappresentano per Hegel, l’inizio della fine della Storia.
La fine della storia è il momento in cui si avrà uno stato universale e omogeneo, cioè uno stato senza classi. Una visione simile a quella di Marx per il quale “la storia propriamente detta, in cui gli uomini (le ‘classi’) lottano tra loro per il riconoscimento e lottano contro la Natura mediante il lavoro, si chiama ‘Regno della necessità’, al di là c’è il ‘Regno della libertà’, in cui gli uomini (riconoscendosi reciprocamente senza riserve), non lottano più e lavorano il meno possibile (dato che la Natura è stata definitivamente domata, cioè armonizzata con l’Uomo)” (Capitale libro III, capitolo XLVIII, fine del secondo capoverso del paragrafo 3). Un’era post storica che intravede la cessazione dell’azione umana verso la natura e la scomparsa delle dinamiche soggetto-oggetto. Kojève dice:

La scomparsa dell’Uomo alla fine della storia non è una catastrofe cosmica: il mondo naturale resta ciò che è da tutta l’eternità. Non è nemmeno una catastrofe biologica: l’Uomo resta in vita come animale che si trova in accordo con la Natura e con l’Essere dato. A scomparire, sono l’Uomo propriamente detto, cioè l’Azione negatrice del dato e l’Errore o, in generale, il Soggetto opposto all’Oggetto. Di fatto, la fine del Tempo umano o della Storia, cioè l’annientamento definitivo dell’Uomo propriamente detto o dell’individuo libero e storico, significa semplicemente la cessazione dell’Azione nel senso forte del termine. II che vuol dire praticamente: la scomparsa delle guerre e delle rivoluzioni sanguinose. E inoltre la scomparsa della Filosofia; dal momento che l’Uomo non cambia più se stesso in modo essenziale, non vi è motivo di cambiare i principi (veri) che stanno alla base della sua conoscenza del Mondo e di sé. Ma tutto il resto può mantenersi indefinitamente; l’arte, l’amore, il gioco ecc.; in breve tutto ciò che rende l’uomo felice (Ibidem).

E, in un primo momento, pensa che la realizzazione dell’era post storica sia intravedibile nel American way of life dove tendenzialmente tutti gli abitanti potranno accedere al soddisfacimento dei loro bisogni ma anche dei desideri reificati nell’offerta copiosa delle merci; dove va aggiunta l’osservazione che i Russi e i Cinesi non fossero altro che degli Americani ancora poveri. Più tardi cambierà idea eleggendo a modello il Giappone che già da subito vive dei momenti di pacificazione quando si dedica ad attività quali il Teatro No, la cerimonia del tè e l’arte delle composizioni floreali. Una forma di pacificazione sociale legata a una dimensione di distacco dalle cose in sé che supera i bisogni ma anche i consumi. “La dinamica dei bisogni è il vecchio, la dinamica dei desideri è il nuovo che avanza. Non nel senso che incede, ma nel senso che eccede: avanza eccedendo il dato, facendo spazio alla libertà ed al Saggio che la interpreta nella Storia fino alla Fine di questa” (qui). Kojève è conscio che nel momento nel quale scrive questa pacificazione all’americana o alla giapponese sono ancora non del tutto compiute ma che la strada ormai intrapresa sia quella e che sia caratterizzata dal saper dare risposte al desiderio. Per Kojève il post umano trascendeva l’umanità dell’animale umano per restituirci una forma di vita animale ricca di pulsioni istintive delle quali il sistema garantiva la soddisfazione, ma vuota di “desideri”, di quelle pulsioni umane che vanno oltre ai bisogni. Cosa che indirettamente non piacque a Bataille allievo di Kojève nei corsi che quest’ultimo tenne su questo argomento e in particolare in quello del 1938-39. Così come non poteva accettare ad alcun costo che “l’arte, l’amore, il gioco”, come anche il riso, l’estasi, il lusso “cessassero di essere sovrumani, negativi e sacri per essere semplicemente restituiti alla prassi animale” (Agamben, p. 13-14). È una diatriba che rimanda a poter immaginare l’umanità dopo la fine della storia. Si crea comunque una vulgata per la quale il modello capitalistico sia capace di tenere conto del desiderio (deviato o meno verso il consumismo) e che questo dovesse essere la carta vincente da contrapporre alle forme di economia dei paesi socialisti.

Su questo tema è sicuramente da leggere il romanzo storico ben documentato e ricco di note e riferimenti (vedi qui): “Red plenty” di Francis Spufford tradotto con “L’ultima favola russa”. In piena guerra fredda la dirigenza russa e il segretario del partito Nikita Sergeevič Chruščëv si adoperano per l’informatizzazione cibernetica della produzione per riuscire a ottenere una “abbondanza rossa” (red plenty, appunto) che possa competere con quella americana. Che sappia cioè rispondere ai desideri che l’apparato produttivo sovietico non era in grado di soddisfare. Abbondanza rossa che cita anche Fisher: “Invece di cercare di sconfiggere il capitale, faremmo meglio a concentrare lo sguardo su ciò che il capitale tenta costantemente di ostacolare: la capacità di produrre, di prenderci cura di cose e persone e di godere collettivamente. Noi gente di sinistra non l’abbiamo capito per un po’: il problema non è che noi siamo anticapitalisti, ma che il capitalismo, con i suoi poliziotti in tenuta anti sommossa, i suoi lacrimogeni e le sottigliezze teologiche delle sue teorie economiche, è concepito per impedire l’emergere dell’Abbondanza Rossa” (Fisher 2020, p.359). Un’abbondanza che poteva aprire, al socialismo reale e a quello a venire, le istanze del desiderio.

Siamo di fronte allo stesso tipo di domanda che si chiede che forma debbano prendere gli umani del post umano e che ci deve nello stesso tempo far pensare a come possa essere il post capitalismo del mondo dopo il capitale, per rispondere e superare quel concetto di fine della storia, teorizzato anche da Francis Fukuyama che nel 1989 la profetizzò come evento imminente riferendosi al fatto che, dopo il crollo del comunismo sovietico e la fine della guerra fredda, la democrazia liberale e il capitalismo sarebbero stati destinati a pervadere, gradualmente, tutte le nazioni del pianeta, realizzando quello che per Mark Fisher è il “realismo capitalista” e cioè l’impossibilità di immaginarci un mondo al di fuori del capitalismo stesso, in quanto il There Is Not Alternative della Tatcher era stato ormai introiettato, non soltanto dalle forze politiche della sinistra riformista, ma era ormai entrato anche nell’inconscio collettivo. Una fine della storia non in seguito alla scomparsa delle classi sociali, nel momento cioè in cui gli ultimi avessero destituito il potere della borghesia, ma a partire dalla vittoria totale di quest’ultima che si ritrova sola e senza antagonisti. Il post storia del realismo capitalista è allora un tempo-luogo dove regna una forma di rassegnazione malata di depressione e condita di risentimento. Risentimento individuale che sostituisce la rabbia collettiva verso un nemico che appare sempre di più sfuggevole. Alla fine della Storia, nel realismo capitalista, l’uomo storico scompare, quell’uomo storico che permeato di desiderio, movimentava la storia. Permangono i Singoli, le storie delle nostre individualità, i microdrammi delle nostre autoreferenzialità. Resta l’isolamento, l’assenza di una prospettiva. In questo mondo atomizzato – fatto di benessere, di materialità anestetizzanti, di consumi ossessivi resi naturali dal sistema economico – oscillante tra il rito vuoto e l’assenza di senso e di memoria, rimangono solo i rapporti tra soggetti individuali.

La fine della storia di Kojève è un tempo sospeso. Ricalca un po’ la storia di Ulisse nell’isola di Calipso. L’isola come paradigma di un eden per gli immortali dove sono assenti le fatiche, il dolore, la vecchiaia e infine la morte, ha una sua appetibilità ma non nel confinamento. Altrimenti sono più appetibili le storie dei mortali, gli stessi loro conflitti e il loro vissuto. Già, cosa è il vissuto? Non certo l’immortalità di un Ulisse che ripete giorno dopo giorno e per l’eternità gli stessi gesti, le stesse strade, questo non è desiderabile. Per i Greci l’immortalità per gli umani era raggiungibile se la storia della loro vita riusciva a entrare nella memoria collettiva, nelle storie da raccontare. L’immortalità sarà perciò desiderabile nella misura di una possibilità di svolgere la propria vita con gli altri, dèi immortali compresi, al massimo della possibile espressione, la quale prevede infatti le interrelazioni, le donazioni, l’ansia e le gare. Il desiderio di essere desiderati, il riconoscimento da parte dell’altro. Sino a quando si persegue questo desiderio, anche la Storia trasformativa del mondo permane. Un tipo di soggettivazione che prevede un’immersione totale nelle pulsioni vitali. Dove il gioco, non è un non fare e dove il fare è il predicato verbale del desiderio. “Un corpo senza desiderio è una prigione, ci riporta a quella cura del sé e a quell’ossessione per l’immagine che il capitale ci propina come fonte di liberazione” (Cuter, p. 174). Il desiderio è relazione ed è stato proprio Kojève a dirci che il desiderio è desiderare di essere desiderati. In queste contingenze, allora, occorre anche la morte. Quali sfide e che relazioni stipulare a partire dalla coscienza della propria invulnerabilità? La fine della storia presuppone che il domani sarà uguale a oggi. La sua fine nel postcapitalismo non è allora la fine della storia tout court, è soltanto la fine della spinta al cambiamento del motore della lotta di classe nel momento in cui il proletariato ha destituito definitivamente il potere borghese. È questo il senso che Marx intendeva dare alla fine della storia.

La fine della storia di Fukuyama è invece terrifica. Prospetta un orizzonte dove il permanere del capitalismo senza poter immaginare il suo superamento, esaspera le contraddizioni attuali con il risultato che il mondo non sarà più di tutti, ma solo per pochi. Il poco è la sua dimensione. Pochi umani ricchi si spartiranno le poche risorse residue in una lunga agonia della fine, non della storia, ma del mondo, a meno di un’accelerazione apocalittica che comunque porterà alla medesima fine.

Ma ritorniamo al realismo capitalista di Fisher. Qualche anno dopo la pubblicazione del libro, lo stesso Fisher cerca però di immaginarsi una via di uscita: si tratta del programma di un secondo libro rimasto incompiuto: “Comunismo Acido” del quale ci è rimasta soltanto l’introduzione che porta in esergo due citazioni di Herbert Marcuse dal suo: Eros e civiltà (dal quale abbiamo ripreso la citazione sopra, relativa a Abbondanza Rossa), nonché di un modulo di insegnamento all’interno di un corso alla Goldsmiths University di Londra, pochi mesi prima del suicidio avvenuto il 13 gennaio 2017. Quelle sue ultime lezioni sono state raccolte dai suoi allievi e pubblicate in un testo ora tradotto da minimum fax insieme ad altro materiale inerente il corso stesso.

Il libro e il corso, rimasti entrambi incompiuti, non danno ovviamente risposte ma orientano la nostra attenzione su un punto che per Fisher è fondamentale: come si può conciliare socialismo e desiderio? Che richiama a cascata altre domande su coscienza di classe e coscienza di gruppo; sul perché della sconfitta dei movimenti che negli anni ‘70 avevano unito nello scontro contro il capitale sia la classe sociale sia la controcultura, istanze che rimandavano alla visione di una forma libidinale di marxismo. Argomenti questi che costituirono la parte del corso svolto e dei quali abbiamo la trascrizione. Il corso doveva proseguire per altri dieci incontri dei quali abbiamo però soltanto il titolo e le letture consigliate. La bibliografia, oltre a Deleuze e Guattari che facevano da sfondo a tutto il modulo di insegnamento, era circostanziata non tanto a un’idea complessiva e generale ma allo sviluppo di determinate questioni che costituivano i nodi che Mark aveva individuato rispetto al tema che gli stava a cuore: perché è difficile conciliare lotta di classe e desiderio e perché e come, nel momento nel quale una convergenza tra questi due elementi si era presentata, essa era stata amaramente sconfitta? Comunque le lezioni successive dovevano essere queste:

  • 6 – L’Autonomia e il rifiuto del lavoro.
  • 7 – La distruzione del socialismo democratico e le origini del neoliberismo con un occhio particolare all’esperienza del Cile con la lettura di un brano di Eden Medina unico testo che ha indagato il programma di pianificazione economica cibernetica voluta da Allende che fu stroncato dal colpo di stato. (qui).
  • 8 – L’invenzione della medietà, con un brano da leggere da qui, (Qui un estratto).
  • 9 – Postfordismo e New Times, con, tra l’altro, dei brani dal libro di Paolo Virno, Grammatica della moltitudine.
  • 10 – Tecno femminismo e cyberfemminismo, con Shulamat Firestone e Sadie Plant che introducono con un punto di vista femminista il tema dello…
  • 11 – Accelerazionismo, con testi eccentrici allo stesso, di Frederic Jameson e di Nick Land, autore di culto in quel momento e oggi rappresentante dell’accelerazionismo di destra e riferimento ideologico dell’Alt Right, pur lavorando a quanto pare su commissione del governo cinese.
  • 12 – Il disagio della rete (1) Hardt e Negri con un brano da “Comune” e
  • 13 – Il disagio della rete (2) il peer to peer, presumibilmente una riflessione su forme di condivisone e di reti decentralizzate.
  • 14 – Touchscreen Capture con testi di Baudrillard e Bifo. Per finire con…
  • 15 – Reinventare Prometeo con letture da Laboria Cubonics, un collettivo xenofemminista e Helen Hester (appartenente al collettivo stesso) con questo saggio dove Hester ipotizza, sulla falsa riga del Realismo Capitalista, una forma di stasi sociale della riproduzione denominata “Realismo Domestico”.

Queste invece le lezioni delle quali abbiamo la trascrizione:

  • 1 – Cos’è il postcapitalismo? Con Testi sull’accelerazionismo come “Inventare il futuro” di Nick Srnicek e Alex Williams che avevano già proposto il Manifesto Accelerazionista. Di JK Gibson-Graham, nome collettivo per due geografe economiche femministe e Paul Mason un giornalista economico che ha scritto testi sul postcapitalismo.
  • 2 – “Una rivoluzione sociale e psichica di dimensioni quasi inimmaginabili” tutta centrata su Eros e civiltà di Marcuse e con Ellen Willis con il capitolo “The Family: Love It or Leave IT” tratto da Beginning to See the Light: Sex, Hope, and Rock-and-Roll
  • 3 – Dalla coscienza di classe alla coscienza di gruppo (“una coscienza di gruppo trasformativa che punta a un cambiamento radicale rispetto alla situazione in cui ci troviamo” (p. 191), con brani da Lukacs e da Nancy Hartock una femminista, dove si discute il perché la coscienza di gruppo non si travasi tutta in coscienza di classe e dove si ripete la dicotomia tra economicismi e desiderio, esplicitando anche le constatazioni per le quali la coscienza di classe è di fatto precipua dei subordinati e non dei dominanti. “La borghesia esiste solo dentro il sistema di classe, mentre il proletariato esiste al suo interno come al suo esterno” (p. 166).
  • 4 – “Union Power e Soul Power”, con l’analisi di un brano di Jefferson Cowie che è indirettamente orientato proprio sulla questione centrale che Fisher vuole in qualche modo sviscerare. Dove emerge la figura di come la classe operaia possa essere conservatrice quando le ingiustizie sociali vengono metabolizzate più con il risentimento che non con la rivolta. “La Harward Business Review, in effetti, ha pubblicato un articolo che introduceva una distinzione tra “ricchi” e “professionisti” – questo ci riporta al tema del risentimento – che in pratica sosteneva che molti membri della classe operaia sono risentiti nei confronti dei professionisti (avvocati, medici, docenti universitari eccetera) ma si identificano con i ricchi (p. 181). “La classe viene concepita come una forma di risentimento identitario, diciamo così, qualcosa che la destra ha continuato a sviluppare a partire dalla fine degli anni Sessanta (p. 185)
  • 5 – Marxismo libidinale con testi di Lyotard e la sua: Economia libidinale.

La ricerca di Fisher di un collegamento tra lavoro e pulsioni libidinali è ad ampio spettro con condensazioni che ne illustrano la relazione senza per questo essere prioritarie. Ecco ad esempio la connessione tra sofferenza e retribuzione. Non è soltanto il tempo lavorato, dal quale si originano sia il valore che il plusvalore, ma dovremmo prendere in considerazione anche la quantità di patimento che è insita nella relazione. Un concetto controegemonico che coglie l’odio già percepibile per i lavori di merda. Oppure capire che il capitale si appropria non soltanto della forza lavoro, ma ingloba le ribellioni precedenti, quelle creative e artistiche in primis, in maniera tale che l’innovazione viene di fatto piegata al suo tornaconto, come dimostra la connessione tra precarietà e tecnologia. L’innovazione invece di liberare il tempo, crea infatti disoccupazione e lavori sottopagati.

Il capitalismo è un sistema individualizzante tale che alla presa di coscienza di gruppo, in nuce nei movimenti della fine degli anni sessanta, sia invece sopravvenuta “questa specie di anti coscienza, si potrebbe dire, dove le persone concepivano se stesse come individui e non come membri di una classe” (p. 192).

Il corso di Fisher non era una relazione docente e discenti. Mark non faceva lezione, era un provocatore culturale che stimolava la partecipazione degli studenti in vista della ricerca di una risposta a delle domande che circolano sotto la superfice, indotte dall’impotenza ad agire che si sconta dentro il “Realismo Capitalista”. Continua,,,

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Mark Fisher, Desiderio Postcapitalista. Le ultime Lezioni, minimum fax, Roma 2022, pp. 279, € 18.00

Elisa Cuter, Ripartire dal desiderio, minimum fax, Roma 2020, pp. 217, € 16.00

Altre testi citati:
Alexandre Kojève, Introduzione alla lettura di Hegel. Lezioni sulla «Fenomenologia dello Spirito» tenute dal 1933 al 1939 all’Ecole Pratique des Hautes Etudes raccolte e pubblicate da Raymond Queneau, Adelphi, Milano 1996

Giorgio Agamben, L’aperto. L’uomo e l’animale, Bollati Boringhieri, Torino 2002

Francis Spufford, L’ultima favola russa, Bollati Boringhieri, Torino 2016

Mark Fisher, Il nostro desiderio è senza nome. Scritti politici kpunk/1, minimum fax, Roma 2020

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Gilberto Pierazzuoli

Attivista negli anni 70 . Trasforma l'hobby dell'enogastronomia in una professione aprendo forse il primo wine-bar d'Italia che poi si evolve in ristorante. Smette nel 2012, attualmente insegnante precario di lettere e storia in un istituto tecnico. Attivista di perUnaltracittà.

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