Sabato 31 gennaio 2026, alle ore 10.30 in Piazza del Mercato Nuovo, a Prato, ci sarà un nuovo appuntamento del gruppo Donne in Nero: “Non in nostro nome: il nostro grido sarà il silenzio”.
“Ancora una volta come ogni settimana dal mese di maggio del 2025 torniamo a far sentire la nostra voce, per l’autodeterminazione del popolo palestinese, di ogni popolo”, scrivono le attiviste. “Nonostante la tregua annunciata nei mesi scorsi dal governo Netanyahu, le operazioni militari nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania non si sono fermate e anche se illegali per il diritto internazionale, gli insediamenti si espandono senza fine, grazie ai fondi del governo di Tel Aviv e di gruppi di sostegno privati in giro per il mondo, soprattutto statunitensi”, proseguono.
Il gruppo Donne in Nero di Prato ripopone uno spazio partecipante per riflettere a livello locale sulle aggressioni dei coloni che in Palestina vanno avanti da decenni, ma che oggi sono sempre più violente.
“Il Board of Piece (Consiglio della Pace) proposto da Trump assomiglia ad una assemblea degli azionisti del nuovo ordine mondiale, monarchie del Golfo, repubbliche ex sovietiche, Argentina di Javier Milei, l’Ungheria di Viktor Orban che intendono sostituirsi all’ONU l’organizzazione internazionale fondata per mantenere la pace e la sicurezza mondiale, promuovere lo sviluppo e i diritti umani. L’Italia non deve entrare a far parte del Board of Piece”, esortano le Donne in Nero di Prato.
L’iniziativa propone un momento di silenzio per denunciare il colonialismo, l’apartheid, le pratiche genocidarie messe in atto contro il
popolo palestinese. “Il nostro grido sarà il silenzio in difesa dell’ONU e del diritto internazionale”, scrive il Gruppo delle Donne in Nero. Evitando la spettacolarizzazione della sofferenza, l‘aspetto performativo – aperto a tutta la cittadinanza – vuole ribaltare le strutture di dominazione e di potere esistenti. “Centinaia di migliaia persone sono scese in piazza e continuano ad esprimere il dissenso contro le politiche imperialiste di Netanyahu e Trump. Gli italiani che manifestano non sostengono Hamas, sostengono il diritto dei civili a non morire sotto le bombe, sostengono la fine delle violenze a Gaza e in Cisgiordania, sostengono una pace giusta, non l’odio”, dichiarano le attiviste. In tutto il mondo oltre le proteste nelle piazze restano aperte anche pratiche di boicottaggio e iniziative di sensibilizzazione. “Ribadiamo ancora una volta che essere antisionisti, cioè contro la politica dello stato di Israele, non vuol dire essere antisemiti”, concludono.
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