“Dilazionata nel tempo ed effettiva”: la minaccia ai posti di lavoro – Stop TTIP #4

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Scopriamo attraverso la pubblicazione del saggio di John Hilary il lavorio segreto che chi governa l’Europa (e gli Stati Uniti) sta compiendo per la deregolamentazione di commercio e investimenti a vantaggio dei profitti delle grandi imprese transnazionali e a svantaggio della democrazia e dei nostri diritti, a partire da quelli occupazionali e ambientali, della sicurezza del cibo senza tralasciare la privatizzazione di sanità e istruzione.

Buona lettura e buona diffusione


IL PARTENARIATO TRANSATLANTICO PER IL COMMERCIO E GLI INVESTIMENTI: UNA CARTA PER LA DEREGOLAMENTAZIONE, UN ATTACCO AI POSTI DI LAVORO, LA FINE DELLA DEMOCRAZIA

di John Hilary*

Tutti gli articoliIntroduzione | Che cosa è il TTIP | Non trasparente e antidemocratico | La minaccia ai posti di lavoro | La deregolamentazione della sicurezza alimentare | La deregolamentazione ambientale | L’attacco ai servizi pubblici | La sfera privata a rischioUna crescente resistenza


“Dilazionata nel tempo ed effettiva”: la minaccia ai posti di lavoro

Ci sono state numerose prognosi sui risultati economici del TTIP. La stima citata più spesso proviene da una relazione di valutazione d’impatto, commissionata dalla Commissione europea al Centre for Economic Policy Research. Qui l’ipotesi più ottimista afferma che il PIL dell’UE potrebbe aumentare dello 0.5% entro il 2027 come conseguenza di un accordo tra UE e USA. (16) Tuttavia tale affermazione è stata giudicata “fuorviante” da osservatori indipendenti che hanno messo in evidenza le false premesse dello studio. Allo stesso tempo l’esperto responsabile delle prognosi sullo sviluppo del libero scambio nell’UE ha liquidato come “irrilevante” il guadagno effettivo e reale che ci si può aspettare dal TTIP nell’arco di dieci anni. (17)

Per quanto riguarda la perdita di posti di lavoro, derivante di solito da accordi di libero scambio, la Commissione europea ha confermato la possibilità che il TTIP comporti per i lavoratori europei un ricollocamento “dilazionato nel tempo ed effettivo”, poiché le aziende verranno incoraggiate a procurarsi merci e servizi dagli Stati Uniti dove gli standard di lavoro sono più bassi e i diritti sindacali inesistenti (vedi sotto) (18).

In un’epoca in cui i tassi di disoccupazione in Europa hanno raggiunto livelli record, con una disoccupazione giovanile in alcuni Stati membri dell’UE che supera il 50%, la Commissione europea ammette “timori fondati” che quei lavoratori rimasti senza posto a seguito del trattato TTIP non saranno più in grado di trovare un’altra occupazione. Al fine di offrire assistenza all’elevato numero di nuovi disoccupati la Commissione ha suggerito agli Stati membri dell’UE di ricorrere a fondi di sostegno strutturali, come il Fondo di adeguamento alla globalizzazione e il Fondo sociale europeo, cui sono stati assegnati 70 miliardi di Euro da distribuire nell’arco di sette anni, dal 2014 al 2020. (19)

I lavoratori statunitensi hanno già una certa familiarità con simili perdite di posti di lavoro a causa della loro esperienza con l’American Free Trade Agreement (NAFTA, Accordo di libero scambio nordamericano) stipulato tra gli Stati Uniti, il Canada e il Messico, ed entrato in vigore nel 1994. Così come avviene col TTIP oggi, anche allora erano state fatte ai sindacati americani “false promesse” – tra cui centinaia di migliaia di posti di lavoro – al solo scopo di convincerli ad appoggiare il NAFTA. Nella realtà dei fatti, secondo uno studio dell’Economic Policy Institute sui primi 12 anni di concordato, il NAFTA ha provocato una perdita netta di oltre un milione di posti di lavoro e un notevole calo del potere d’acquisto dei salari per milioni di lavoratori. (20) Uno studio di valutazione d’impatto sugli effetti del TTIP, commissionato dal governo americano, è stato tenuto segreto, ma la valutazione della Commissione europea fa intendere che il TTIP comporterà profondi cambiamenti anche per i lavoratori americani, molti dei quali andranno a inspessire le fila dei 12 milioni di disoccupati già registrati ufficialmente negli Stati Uniti.

Si nutrono inoltre timori che il TTIP possa portare a un peggioramento delle condizioni lavorative, come ad esempio i contratti collettivi, considerati come “barriere” al libero scambio. Queste condizioni potrebbero essere prese di mira in quanto rappresentano restrizioni al modello commerciale della libera concorrenza – solo per citare un esempio tratto da una relazione della Commissione europea sulle misure che costituirebbero un “impedimento” al commercio tra Unione Europea e Stati Uniti. (21) Com’è noto gli USA hanno rifiutato di ratificare le convenzioni ILO sulle norme fondamentali del lavoro, come la contrattazione collettiva, la libertà di associazione e il diritto sindacale. Inoltre, circa metà di tutti gli Stati USA hanno adottato una legislazione antisindacale nell’ambito del quadro chiamato [paradossalmente, n.d.t.] “diritto al lavoro”, che prende di mira i finanziamenti dei sindacati e consente alle imprese di fare tagli alle retribuzioni, nell’assicurazione sanitaria e nelle pensioni. (22)

Gli imprenditori vedono nel TTIP l’opportunità di trasferire la produzione nei paesi in cui i salari sono più bassi e i diritti dei lavoratori meno tutelati, e di dare il via ad una “gara al ribasso” per ridurre i costi del lavoro e aumentare i profitti aziendali. La Commissione europea è già nota per offrire sostegno ai gruppi imprenditoriali europei e alle richieste di una soppressione dei diritti salariali e sindacali in tutta l’Unione europea. (23) Inoltre, con le misure proposte dal TTIP a protezione degli investitori qualsiasi miglioramento futuro delle condizioni contrattuali potrà dar luogo a richieste di risarcimento da parte delle imprese europee e statunitensi. La società francese Veolia ha fatto valere una simile rivendicazione contro l’Egitto con riferimento al suo contratto di 15 anni per lo smaltimento dei rifiuti ad Alessandria – un contratto dal quale la Compagnia aveva receduto già nell’ottobre 2011. Ma ora Veolia chiede un risarcimento allo Stato egiziano sulla base del fatto che, tra le altre cose, i suoi margini di profitto erano stati compromessi dagli sforzi del National Wage Council (Consiglio Nazionale dei Salari) di adeguare i salari del settore pubblico e privato al tasso d’inflazione. (24)

Il timore di dover affrontare casi simili con il TTIP potrebbe avere un “effetto raffreddante” e dissuadere i paesi dall’introduzione, in futuro, di misure per il miglioramento delle condizioni contrattuali.


 

Note
16. “Reducing Transatlantic Barriers to Trade and Investment: An Economic Assessment”, Londra: Centre for Economic Policy Research, marzo 2013. Altri studi delineano una serie di scenari diversi. Si veda “Study on “EU-US High Level Working Group”: Final report”, Rotterdam: Ecorys, ottobre 2012; “Transatlantic Trade: Whither Partnership, Which Economic Consequences?”, Parigi: CEPII, settembre 2013; “Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP): Who benefits from a free trade deal? Part 1: Macroeconomic Effects”, Gütersloh: Bertelsmann Stiftung, 2013.
17. “EU-US trade deal claims vastly overblown”, University of Manchester press release, 19 novembre 2013; Clive George, “What’s really driving the EU-US trade deal?”, Open Democracy, 8 luglio 2013.
18. “Impact Assessment Report on the future of EU-US trade relations”, Strasburgo: Commissione europea, 12 marzo 2013, sezione 5.9.2.
19. “Refocusing EU Cohesion Policy for Maximum Impact on Growth and Jobs: The Reform in 10 Points”, Bruxelles: Commissione europea, 19 novembre 2013.
20. Robert E. Scott, Carlos Salas e Bruce Campbell, “Revisiting NAFTA: Still not working for North America’s workers”, Washington DC: Economic Policy Institute, settembre 2006; Ben Beachy, “NAFTA at 20”, Washington DC: Public Citizen, gennaio 2014.
21. “Non-Tariff Measures in EU-US Trade and Investment – An Economic Analysis”, Rotterdam: Ecorys, dicembre 2009, p. 111.
22. Elise Gould e Heidi Shierholz, “The Compensation Penalty of “Right-to-Work” Laws” Washington DC: Economic Policy Institute, febbraio 2011.
23. “Business Europe and the European Commission: in league against labor rights?”, Bruxelles: Corporate Europe Observatory, 11 marzo 2013.
24. Veolia Propreté v Arab Republic of Egypt (ICSID Case No ARB/12/15); Fanny Rey, “Veolia assigne l’Égypte en justice”, Jeune Afrique, 11 luglio 2012.

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