Atlante storico della mala milanese

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Quattro anni fa ho scritto, e pubblicato proprio qui, la recensione a un libro a mio avviso importantissimo nel panorama noir. Oggi mi accingo a fare qualcosa di simile con Atlante storico della mala milanese, le cui 512 pagine vanno a riempire un vuoto che si tramandava da troppo tempo.

Il genere noir, oltre alla sua genesi riconducibile al cosiddetto poliziesco, è oggi definibile come noir sociale, o meglio ancora come noir urbano. In questo periodo sono tantissimi gli autori che si susseguono nel dare alle stampe libri con rapine, investigatori, poliziotti buoni o meno buoni, speculazioni edilizie, mafie, omicidi, guerre tra bande, sequestri di persona, contrabbando, sfruttamento della prostituzione, corruzione ecc… Ma tutto questo da dove arriva? E’ solo il frutto della bravura di chi scrive oggi, oppure c’è qualcos’altro?

Ecco che il “qualcos’altro” viene indagato in questo imperdibile atlante/ racconto/inchiesta. Una cronologia scandita da azioni, personaggi, avvenimenti, “case di ringhiera”, con Milano al centro di tutto, una città dalle molte anime con bande che nascono e si muovono, nella ricostruzione post bellica, con pochi soldi, in quartieri malfamati dove prospera l’illegalità ma anche la solidarietà diffusa e reciproca.

A proposito di ricostruzione post bellica, in questo contesto c’è un tipo particolare di banditi: i reduci della Resistenza, partigiani delusi da una guerra di Liberazione che non è andata nel verso desiderato e che invece ha prodotto continuità tra il “nuovo stato” e il fascismo, e per i quali la malavita diviene una possibile fuga rispetto al ritorno al passato. E’ il 1958 quando avviene una rapina che passerà alle cronache del tempo, e viene ancora ricordata: la rapina di via Osoppo. Una rapina senza spargimento di sangue che determinerà l’appellativo di “malavita gentile”, con le sue regole non scritte: dall’assoluto divieto di compiere violenza su donne e bambini, all’aiutare la famiglia di chi è finito in galera, al silenzio da tenere nei confronti delle forze dell’ordine. Regole che producono simpatia tra i milanesi divisi tra l’entusiasmo per essere la capitale culturale da una parte, e la contro cultura degli anni ’60 dall’altra, ma accomunati dal rifiuto della prospettiva del lavoro in fabbrica.

In questo clima che si evolve in fretta, la malavita non solo si adegua, ma diviene moderna, efficiente e spietata. Gli interessi della malavita si dirigono verso nuovi orizzonti come ad esempio l’industria del divertimento con i connessi giri d’affari, un mercato redditizio che crea contrasti, spesso violenti. Questa nuova situazione diviene la culla per le mafie che con la propria catena, la filiera si direbbe oggi, fanno proprio il ciclo capitalistico; assistiamo ad un passaggio che segnerà il futuro della mala: dalla malavita di quartiere alla criminalità del circuito del profitto.

Una serie di personaggi si affacciano nelle pagine di questo Atlante. Vallanzasca con il suo “banditi si nasce” e il girovagare per 36 penitenziari, con 10 anni tra isolamento e braccetti della morte, ed oggi sottoposto ad un vero e proprio accanimento da parte dello stato pur essendo in fase di decadimento cognitivo irreversibile; la Banda Cavallero, Notarnicola, Luciano Lutring, Francis Turatello, il re delle bische che vive la città come un’impresa e che anche in carcere mantiene l’ atteggiamento caratterizzato dall’eleganza ostentata; Epaminonda, uno degli ultimi boss in libertà e che per questo si sente potente e vuole Milano nel momento in cui a Milano si spara per un parcheggio sbagliato, per uno sguardo mal interpretato; Graziano Mesina che dà la mancia al parcheggiatore, perché in fondo anche lui è un lavoratore; Andraous; Miano che spara in aula processuale sfidando le istituzioni nella loro sede; Draga Petrovic e gli Slavi, i “tunisini”, i corsi, i marsigliesi e i siciliani il cui soggiorno obbligato, vero e proprio trapianto di capitale umano per la mala, favorisce l’innesto nel territorio; e poi altri, famosi o meno come la “Banda del Lunedì”, tra realtà e leggenda.

Gli anni ’60 nei quali la guerra per il controllo del territorio era dominante, lasciano il passo agli anni ’70 con i sequestri, e i relativi riscatti, che divengono l’attività principale della mala, anzi si avviano a diventare una industria vera e propria, con una contrapposizione tra lo stato, che vuole bloccare il riscatto preteso dai rapitori, e la famiglia che rivuole il proprio congiunto. Milano diviene la capitale di una nuova economia criminale con utili sul traffico di droga e finanza rampante, in traffici loschi che portano l’intervento politico fino alla soppressione fisica, come accadde a Fausto e Iaio, i militanti del csa Leoncavallo che denunciarono il connubio malavita/neofascismo dietro il traffico di stupefacenti, e per questo furono uccisi. La Milano criminale che cambia e quella “normale” che ci convive, due facce della stessa città avvelenata, in una rete diffusa e capillare.

Gli anni ’70 fanno sì che stili di vita differenti si sfiorino: violenza politica e violenza criminale. Ma c’è una novità in tutto questo: i cosiddetti capi “carismatici” della mala milanese sono su un piano inclinato che li conduce verso una inesorabile fine, mettendo tutto, o quasi, in discussione; sono gli anni dominati dalle vendette, dalle faide, dai tradimenti e della cosiddetta “economia del piacere” caratterizzata da prostituzione, protezione, sfruttamento. Ed eccoci agli anni ’80 con in evidenza la droga, l’eroina, la cocaina soprattutto, e la marginalità sociale. Sono gli anni in cui anche la criminalità “comune” è attraversata dal fenomeno del pentitismo, degli arresti che hanno, come effetto immediato, la collaborazione.

Su tutto questo c’è un episodio che è al centro del libro e soprattutto di quel mondo, l’evasione, andata male, dell’aprile’80 da san Vittore, evasione che vide la convergenza di criminali comuni e militanti politici. Il trapasso agli anni ’90 è caratterizzato da una criminalità con giacca, cravatta e partita iva invece della pistola, con interessi diretti verso la speculazione urbanistica; mafia e ‘ndrangheta si evolvono, entrano nei consigli d’amministrazione, negli appalti con annessa la pressione politica che diviene strage, come quella avvenuta in via Palestro, quindi non più solo droga ed estorsioni ma circuiti finanziari.

Da questa evoluzione, esce tangentopoli: i vecchi referenti politici crollano uno dietro l’altro. A proposito di schede che accompagnano queste pagine, è necessario indicare quelle relative agli “spazi” in cui vive la criminalità, come ad esempio la stazione, luogo tornato d’attualità in questi giorni all’interno della deriva securitaria intrapresa dall’attuale compagine governativa, spazio in cui sperimentare il “sorvegliare e punire”. Schede non secondarie sono quelle relative ai consigli di lettura, all’ascolto ed alla visione, ma la nostra attenzione non può che cadere verso il luogo che, se non tutto, tanto tiene di quanto scritto: il carcere. San Vittore, che ci viene fatto conoscere attraverso un tour con Arnaldo Gesmundo, uno dei sette della rapina del secolo, con la sua etica criminale; la sezione femminile e il Beccaria, istituto penale per minorenni. Sono tantissimi gli autori che mettono a disposizione la loro capacità di descrivere fenomeni sociali che possono produrre “devianze”: da Scerbanenco a Montaldi con il suo Autobiografia della leggera, da Emilio Quadrelli con Andare ai resti al binomio Vallanzasca/Bonini con Il fiore del male, e ancora Fusco, Bianciardi, Criaco. Un libro con vere e proprie schede chiarificatrici specifiche su ogni aspetto affrontato, compresi il cinema e la musica. Un esempio su tutti? Le interviste esclusive effettuate appositamente per supportare questo libro, come quella con Tino Stefanini, della “banda della Comasina”, addebitata a Vallanzasca, Colia e Cochis: “Eravamo quelli della Comasina. I più compatti, uno per tutti, tutti per uno. Solidali, con le regole della vecchia ligera, pronti a essere pestati a sangue nelle camere di sicurezza, senza proferire una parola. Non c’era posto per i deboli: chi se la cantava, era destinato a sparire.”. Dopo Figli delle catastrofi Stefanini esce con La Comasina , Vallanzasca ed io, descrivendo alla perfezione la propria determinazione nel voler scappare dalla galera, sempre e comunque e quanto sia dura fare il latitante.

La conclusione lasciata a Cecco Bellosi racchiude tutto quanto letto ed imparato: l’evasione andata male dell’aprile ’80, con Vallanzasca che torna indietro a soccorrere Alunni; la guerra dei 30 anni tra i ribelli delle periferie e lo stato; il carcere che deve essere distrutto e non governato. Un libro che non deve essere considerato un romanzo, un saggio storico né tanto meno un reportage di cronaca. Se intendiamo avere a che fare con il noir, non possiamo prescindere da quest’opera fondamentale: l’Atlante storico della Mala milanese è uno di quei libri che devi tenere a portata di mano.

Atlante storico della mala milanese, a cura di Laura Antonella Carli e Nicola Erba, Milieu, 2025, pp. 512, euro 36

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Edoardo Todaro

E' tra i collaboratori con le sue recensioni di Carmilla Online, Giallo e Cucina, Osservatorio contro la repressione, La Città invisibile, oltra a svolgere la sua militanza in realtà autogestite (CPA, Firenze per la Palestina)

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