È dal 1991, Legge n.281, che in tutta Italia non è più consentita la soppressione dei cani randagi, prevista come norma fino ad allora. Però sorse subito il problema di dove ospitarli una volta catturati, dato che non erano pochi all’epoca e non si potevano più sopprimere. Pochi Comuni erano dotati di veri canili e quelli che c’erano non erano adeguati.
La Toscana legiferò, come tutte le Regioni, con una normativa che poi è approdata alla L.R.T. 59 /2009 e relativo regolamento, per poi fermarsi lì. Alcuni Comuni toscani, fra cui Piombino, si adeguarono alla legge 281 e realizzarono una loro struttura. A Piombino il canile comprensoriale, della Val di Cornia, un canile pubblico, fu inaugurato nel 1992.
La maggior parte dei Comuni toscani però non aveva e neanche oggi ha un canile ed ecco fiorire attività private, con le quali i Comuni privi di una struttura pubblica si convenzionarono e sempre più si convenzionano. Megastrutture autorizzate dalle AA.SS.LL. per detenere 300 o 400 cani, con tariffe a volte ridotte all’osso. 3 o 4 euro al giorno a cane, quando una pensione per un giorno costa in media 20 euro. Sto parlando di imprenditori che hanno investito capitali significativi in queste strutture, ma che incassano una media – vado a braccio – di 2000 euro giornaliere, 60.000 mensili, 720.000 euro annui da un numero vario di Comuni. Le cifre sono solo per far capire l’ordine di grandezza.
In Toscana di canili privati ce ne sono parecchi, perché ci sono pochi canili pubblici e quelli che ci sono vengono sottoutilizzati. Perché? Partiamo dall’ultima, ormai vecchia e superata, legge regionale. Essa è stata scritta da un legislatore che tendeva al risparmio ed è sicuramente peggiorativa rispetto alla precedente. Per il legislatore regionale, ad esempio, un canile è a norma se ha 30 metri quadrati di sgambo ogni dieci box. Cioè un cane può vivere 23 ore e 57 minuti ogni giorno della sua misera vita in un box di 8 metri quadrati di cemento per uscire 3 minuti al giorno, il tempo di pulire un box, in un corridoio di cemento di 30 metri quadrati. Fino al giorno dopo. Ciò riduce i tempi di pulizia, il numero di addetti e quindi i costi, a tutto vantaggio dell’imprenditore privato di turno, che con quei 3 o 4, a volte anche meno, euro giornalieri deve ammortizzare la struttura, pagare il personale, pagare acqua e bollette varie, nutrire il cane e garantirgli almeno un minimo di assistenza veterinaria. E guadagnarci, certo. Perché l’imprenditore non è un aguzzino sadico, ma neanche un benefattore.
Così vivono nei canili privati la maggior parte dei cani in Toscana. Si può parlare di carcere? Direi di carcere duro, in casi limite di 41 bis. Però finora questa era la regola, in Toscana, una regola del tutto regolare perché conforme alla legge regionale. E poi invece ci sono i pochi canili pubblici, proprietà dei Comuni, in genere gestiti da cooperative.
E sono una realtà diversa. Un canile pubblico è sotto gli occhi di tutti, aperto a cittadini e volontari, esposto alle critiche delle opposizioni politiche e della popolazione, per forza, è pubblico, è di tutti.
Un canile pubblico deve rendere un servizio, magari a volte costa di più di 3 o 4 euro al giorno a cane, a volte no, ma non deve guadagnare. Deve rendere un servizio rispondendo alla collettività che per quel servizio paga. Anche per un canile pubblico vale la stessa regola degli sgambi di 30 metri quadrati ogni 10 box, ma se un Comune si azzarda a perpetrare un tale scempio ecco che i cittadini protestano, le opposizioni attaccano, le associazioni ti additano e scrivono ai giornali. Nei canili pubblici i cani hanno possibilità di sgambare in spazi più ampi, di uscire in passeggiata, di socializzare. Ed ecco che si passa dal carcere duro, a volte dal 41bis, a un regime di semilibertà. Sempre regime carcerario è, ma per chi lo vive, uomo o cane che sia, la differenza è enorme.
Però di canili pubblici ce ne sono pochi e quei pochi, in provincia di Livorno solo due, sono semivuoti. Perché ? È invalso l’uso negli ultimi anni di affidare la gestione a forfait, pieno per vuoto, si dice. Cioè il gestore incassa la stessa cifra sia che il canile ospiti un solo cane sia che il canile sia completamente pieno. Ciò dovrebbe favorire le adozioni. È sicuramente nell’interesse del gestore avere meno cani, perché anche il gestore è un privato e vuole guadagnare. Meno cani ha e più guadagna. Il ragionamento opposto al canile privato, che tendenzialmente guadagna su ogni cane e quindi più cani ha e più guadagna, in quanto il canile privato viene pagato a cane, non a forfait.
Tornando però al canile pubblico e al suo affidamento a forfait, è chiaro che la cooperativa che gestisce un canile comunale, professionalmente, correttamente, scrupolosamente, ha tuttavia l’interesse ad avere meno cani possibile e quindi a favorire non solo adozioni, ma anche trasferimenti di alcuni ospiti in altre strutture. È talmente logico! E così i canili pubblici restano semivuoti, stante anche il drastico calo del randagismo in Toscana, mentre i canili privati si ampliano e prosperano. La soluzione potrebbe essere che i canili comunali fossero comprensoriali e accogliessero i cani di più Comuni ripartendosi le spese. Soluzione a tutto vantaggio dei cani, certo,ma anche dei Comuni, che potrebbero risparmiare.
Concludo con una norma, nuova, che ancora non è entrata per niente nei metri di valutazione della Regione Toscana e delle sue AA.SS.LL. Sto parlando del d.m. 14.02.2025 , cioè il c.d. decreto sul benessere animale. È in vigore da gennaio 2026, ma non è certo applicato su larga scala. Si applica non solo ai canili, ma a ogni tipo di allevamento e potrebbe creare molti grattacapi sia a chi alleva polli che a chi è proprietario di megacanili.
Come si concilia il benessere psicofisico di un cane con un regime carcerario di isolamento e reclusione, privato di stimoli ambientali e di ogni elemento naturale? Alle AA.SS.LL. della nostra Regione il compito di fare i salti mortali per dimostrare che è conciliabile. Perché non lo è. Quindi, o i canili privati si dovranno adeguare, strutturalmente e nella gestione quotidiana, aumentando le loro tariffe, oppure dovranno chiudere.
Io credo che la soluzione più logica, più economica per i Comuni, più vantaggiosa per i cani, più moderna e più umana siano i canili pubblici comprensoriali.
Speriamo che la Regione Toscana ci rifletta.
Maria Cristina Biagini
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