Molte furono le promesse dell’ex presidente regionale Enrico Rossi e del sindaco Dario Nardella al magnate argentino innamorato della Toscana. Ma qualcosa è andato storto. A Cafaggiolo si rinuncia al progetto, mentre a costa San Giorgio tutto tace e i permessi si avvicinano alla scadenza.
Quindici anni fa, i coniugi Lowenstein comprarono la villa medicea di Cafaggiolo, intravista dall’auto di ritorno dall’autodromo mugellano. Nel 2015 aggiunsero al portafoglio la dismessa caserma di costa San Giorgio con vista mozzafiato su Firenze. Per entrambi i complessi, storici e monumentali (un’ex fattoria e un ex convento), avevano progetti magnificenti. Ma poco originali: intendevano trasformarli in resort extra lusso.
Eppure, a diversi anni di distanza dalle due acquisizioni, delle strutture per super ricchi non vi è traccia.
Su Cafaggiolo era previsto un piano di investimenti da 170 milioni di euro: centinaia di camere, ristoranti e centro ippico, con museo privato. Il progetto prevedeva persino lo spostamento della strada regionale 65, che avrebbe dovuto scorrere su un viadotto sostenuto da piloni poggianti nel letto della Sieve, nonché una fermata del TAV (cfr. qui). Le varianti urbanistiche, votate dai consigli di Barberino e Scarperia e San Piero nel 2020, sono giunte a scadenza e il progetto ha perso dunque la sua validità.
Da qualche settimana è stato approvato «un più sobrio recupero delle attività agricole e delle case coloniche tenute in scacco da 16 anni di promesse» – scrivono da Rifondazione comunista Mugello –, mentre il consolidamento dei tetti e il rifacimento delle facciate contribuiscono alla tutela della villa medicea.
Tutto tace anche sul progetto fiorentino del resort esclusivo che rischia di mettere a rischio la statica del poggio delle Rovinate, come dal basso abbiamo più volte segnalato. Il progetto di variante per l’ex caserma prevede (nel vuoto pneumatico del piano regolatore) un parcheggio interrato, tunnel, piscina, un ascensore-teleferica per superare i dislivelli, nonché una convezione a proposito di una servitù di passaggio nel giardino di Boboli ad uso dei clienti dell’argentino (cfr. qui). La variante griffata – con la firma di Silvia Viviani, tra i protagonisti anche della vicenda San Gallo – è approvata nel dicembre 2021: sono passati quattro anni e, come si sa, la durata dell’atto e delle proroghe già concesse non è eterna. Quest’estate è filtrata qualche notizia: i permessi sarebbero stati tutti depositati, anche l’autorizzazione della Soprintendenza «rilasciata da molto tempo» (Corriere f.no, 11 luglio 2025).
Cosa manca allora? Forse, ipotizzano dal Mugello, «le amministrazioni locali avrebbero assecondato senza adeguate valutazioni le richieste del soggetto privato», creando in tal modo un danno per l’investitore?
Ma il vero danno – nel caso fiorentino certamente – è soprattutto per la cittadinanza che, possedendo (in forza del federalismo demaniale) un bene di valore monumentale e in posizione di pregio, ha perso l’opportunità di veder installata in costa San Giorgio un’attrezzatura pubblica e sociale a servizio della cittadinanza e del quartiere. È necessario ritornare sui luoghi e pretendere che la variante non venga rinnovata, che il Comune rientri in possesso del bene espropriando l’area per pubblica utilità, al fine di inserirvi residenze popolari e servizi al quartiere.
Si tratterebbe di un atto di riappropriazione collettiva, un cambio di rotta per avviare un risarcimento di cui la città, dopo un quindicennio di rapina, ha seriamente bisogno.
Ilaria Agostini
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