Kafka, un romanzo dei Wu Ming, la disputa tra Bogdanov e Lenin, gli entanglement quantistici e i dati, tanti dati

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Per una critica del Capitalismo Digitale – XXX parte

L’universo opprimente e claustrofobico dei romanzi di Kafka si basa su una logica simile a quella nel quale regna il comando algoritmico. Dice infatti Mimmo Sersante, riferendosi al protagonista del “Castello”:

Gli è che K. ha il suo modo di intendere e di volere. Ragiona attenendosi maniacalmente all’alternativa “o vero o falso”; le sue sono sempre asserzioni ispirate a questo criterio di verità e che esauriscono il loro compito nella descrizione esasperata e pignola dello stato di cose reale. Per questo tipo di logica, denominata non a caso assertoria, non c’è posto né per la possibilità né per la necessità, tanto meno per quell’improbabilità che […] inficia la facoltà di giudizio con «considerazioni inopportune riguardanti la condizione privata delle parti, i loro dolori e crucci» (Kafka, p.270)

D’altra parte la macchina funziona strutturalmente con una logica true/false, zero/uno, acceso/spento e non gli resta altro che costruire un modello che sia il calco “esasperato e pignolo dello stato di cose reali” (il mondo analogico). Usa dunque una logica assertoria dove non esiste spazio per l’improbabile e per fare questo, interroga in maniera minuziosa i dati estratti dai profili delle parti in causa.

Kafka e Felice Bauer

Ma non c’è spazio nemmeno per la possibilità, perché il possibile è quello che per essere tale non deve essere già dato. Il mito di una intelligenza artificiale pari o eguale a quella della specie umana, ci rimanda allora a una macchina che pensa sempre “lo stesso”. L’infosfera digitale basata sulla raccolta di dati richiama un ambito asfittico dove una mente burocratica persegue e incalza la sudditanza umana avvolgendola in uno stretto reticolo di regole comportamentali. La società della sorveglianza si sposa così all’universo della datificazione, trasformandosi in una società del controllo e dell’imposizione. Ma questa situazione non è intrinseca al mezzo digitale di per sé, ma una conseguenza di un suo uso perverso, quello connesso con l’estrazione di valore da parte del Capitale Digitale. L’errore iniziale è proprio questo (cfr. supra), l’abbaglio di una prospettiva per la quale la raccolta dei dati e la loro elaborazione potesse sostituire i processi induttivi, deduttivi e di causa-effetto; (anche di questo ne avevamo già parlato a proposito delle considerazioni di Judea Pearl) in definitiva relazionali e di reciprocità che caratterizzano quella che chiamiamo intelligenza e che più propriamente dovremmo chiamare performatività, intesa come capacità agenziale di soggetti umani e non umani. Una capacità che in qualche modo contrasta il secondo principio della termodinamica, che abbia cioè un effetto neghentropico, contrario all’entropia, all’aumento tendenziale del disordine.

Si tratta di una capacità organizzativa. Il νοῦς (nous), l’intelletto: una capacità di organizzare la οὐσία (ousia), sostanza/essenza, le cose; comprensive anche di quegli enti che nella loro agenzialità tessono reti relazionali, fondano alleanze, parentele, simbiosi, rapporti di reciprocità. Anche ibridazioni tra il biologico e il macchinico; cyborg transumani per i quali non ha senso parlare di intelligenza “artificiale”. Il concetto di intelletto come “fattore di organizzazione delle cose” tiene conto delle relazioni e interrelazioni che rimanda a una sostanzialità fenomenica e non oggettuale. Karen Barad parla di intra-azioni e non interazioni:

Contrariamente alla nozione ordinaria di “interazione” quella di intra-azione riconosce che entità, agenti, eventi distinti non precedono, bensì emergono dalla e attraverso la loro intra-azione. Agency “distinte” sono distinte solo in senso relazionale e non assoluto, ossia, le agency sono distinte solo in relazione ai loro reciproci entanglement; esse non esistono come elementi individuali. La cosa importante da notare è che l’intro-azione costituisce una rielaborazione radicale della tradizionale nozione di causalità (Barad, p. 152, nota 1)

 

Mi piace anche forse di più il termine “configur-azioni” dove all’agency di Barad (si potrebbe anche parlare di quella di Latour) si accompagna il concetto di dare a queste agenzialità un che di formale, di organizzato, di neghentropico. Questo ovviamente non dall’esterno ma come frutto dell’operare delle agency stesse. Che poi ci sia o non ci sia un’estetica della natura/mondo che si riferisca al modo di organizzare il lavoro delle agency, non è una cosa che abbia alcuna pertinenza rispetto al concetto che mi interessa fare passare. Al contrario: si apre un pertugio attraverso il quale intuire che il gesto estetico può così essere quello che ha grandi possibilità per innescare e guidare il processo configurante, il processo della configur-azione. La configurazione è come l’azione di un campo elettromagnetico variabile su una manciata di polvere di ferro che disegna frattali fantastici “strappando le particelle metalliche dalla loro solitudine”. 

Una configurazione che richiama anche le infinite trame e composizioni del “ripiglino” di Donna Haraway, un gioco che

tesse trame complesse lavorando a mano, anzi a più mani, su quel telaio virtuale che è il gioco del ripiglino (vedi figura), che, nella mitopoiesi Navajo, disegna costellazioni. Una cosmogonia mitica, per una cosmopolitica attuale (Haraway cita spesso Isabelle Stengers e il suo concetto di cosmopolitica: luogo nel quale le decisioni devono avvenire in presenza di tutti coloro che ne subiranno le conseguenze). Le costellazioni non esistono di per sé sono soltanto anch’esse fili che uniscono stelle in funzione di un’immagine, in funzione della possibilità di un racconto. E le stelle, i nodi del ripiglino, non sono fisse/fissi: sono il prodotto di un gesto, di più di un gesto, di una o più persone: i disegni più complessi si fanno a più mani (dicevo qui).

RIPIGLINO

Una configur-azione è anche un assemblaggio dinamico. Il ripiglino non è la ricerca di una struttura stabile al di là della sua complessità, ma la possibile ripresa che porti ad un’altra configurazione. Ripresa che richiama apporti esterni, il coinvolgimento di più attori/agency. Assemblaggi quindi che abbiano capacità performative sugli enti e sull’habitat stesso:

Gli assemblaggi, quali fossero piccole ma agguerrite federazioni, testano la propria forza e le proprie potenzialità sul campo di battaglia, lungo una serie di conflitti che – più che sullo scontro tra individui appartenenti a diverse specie, diversi ordini, diverse comunità e via dicendo – paiono incentrati sulla tensione creativa tra i limiti delle strutture e la problematica dell’ambiente. E proprio in questo senso che l’evoluzione non coincide con il progresso ma con un’incessante attività di rielaborazione creativa. (Kulescko, p. 43).

È qualcosa di simile al concetto di noosfera di Vernadskij, ma ci si discosta nel momento che la noosfera non è qui una cosa, uno spazio, un ambiente, un piano, ma il principio di organizzazione di quelli che Bogdanov* chiamava “complessi”. Certo, un complesso assomiglia a un sistema, ma anche qui c’è una distinzione da fare:

la parola “sistema” descriveva, piuttosto semplicisticamente, un set di elementi in interrelazione che si legava ad una raffigurazione piuttosto statica dell’attività sistemica. Complesso, al contrario, rendeva l’idea di un movimento dinamico, che inglobava la nozione strutturale di cambiamento, suggerendo lo svolgersi di un processo piuttosto che l’ipostatizzarsi di un fenomeno (Rispoli, pp. 113-114)

Dice Giulia Rispoli a proposito della tectologia di Bogdanov. E facciamo riferimento proprio a questa dinamicità a proposito dell’accadere e del divenire dell’individuazione. Tutti elementi che complicano le cose alla manipolazione algoritmica. Ma non perché gli algoritmi non abbiano confidenza con la complessità, anzi ci sguazzano volentieri, ma perché il progetto di governamentalità globale del Capitale Digitale si troverebbe ostacolato nel poter mettere in atto le proprie strategie. L’algoritmo, quel tipo di algoritmo, estrae configurazioni e lavora sui dati per stabilizzare queste estrazioni. L’intelletto umano – anche non umano, per esempio l’intelletto della natura, nella accezione che voglio dargli – tende egualmente a dare organizzazione alle cose, ne fa sostanza-essenza (οὐσία, ousia), ma proprio attraverso questa operazione ci entra in relazione: le modifica e ne è modificato. Un soggetto in continua ibridazione come la figura del cyborg potrebbe dunque usare la sua componente macchinica, coadiuvando (altra relazione) l’intelletto biologico, ma questo non è in linea con i piani governamentali del Capitale Digitale.

Nell’esempio del cyborg appena fatto si possono quindi intravedere quelle commistioni di stati, modi (temporanei) di essere, tali che per descriverli Karen Barad ci suggerisce l’uso di quella terminologia della fisica quantistica per la quale se si legge e vive il mondo/i mondi (la loro stessa interrelazione) adottandone la prospettiva, non possiamo che trovare un’intrinseca indeterminatezza ontologica. Seguendo ancora Karen Barad, troviamo anche un termine aderente al nostro scopo. Entanglement (groviglio, intreccio) è proprio per questo un termine interessante sia nella sua accezione semantica sia in quella in uso nella fisica quantistica per la quale – semplificando al fine di costruire l’uso metaforico del termine – due particelle (due enti) si trovano in una condizione tale che lo stato quantico di ogni costituente il sistema, dipende istantaneamente dallo stato degli altri costituenti. La datificazione fa l’operazione opposta: da un groviglio di dati, si estraggono e si stabilizzano le combinazioni e gli stati che si presentano con maggiori occorrenze secondo dei criteri utili al sistema e quindi all’estrazione di un profitto, facendo di queste occorrenze non soltanto delle risposte (univoche) alle domande dei consumatori/utenti, ma anche il vettore e cioè ciò che veicola il modello comportamentale che ess* dovranno tenere. La realtà fisica ingarbuglia le cose o le vede nel loro essere ingarbugliate, l’algoritmo estrattivo le pesca dal groviglio piegandole al proprio uso. L’entanglement infatti lega tra loro più enti, li pone in un rapporto relazionale che giustifica ancora di più la pluralità del soggetto.

Bogdanov gioca a scacchi con Lenin

Il cyborg non è infatti soltanto quell’essere dell’immaginario mezzo umano e mezzo robot, ma anche la macchina imparentata all’umano. Anche le innumerevoli forme di relazione con le eso-appendici e le eso-protesi che popolano gli ambienti umani. Il cyborg non è un individuo, l’individualità, come abbiamo visto, è sempre plurale. Si è qualcosa sempre rispetto all’altro, rispetto alla relazione che si ha con gli altri, umani o non umani, viventi o non viventi. Il cyborg è allora un nodo semantico della rete relazionale della comunicazione globale.

Si direbbe che la macchina, espressione del Capitalismo Digitale, prenda le distanze dalla macchina astratta raccontataci da Guattari che la mette in opposizione alla struttura (una organizzazione stabilizzata), in vista di un formalismo aperto e in continuo divenire, come quello che ho concretizzato nella figura del cyborg. «Il nucleo autopoietico è ciò che sottrae la macchina alla struttura, ciò che la differenzia e le dona valore. La struttura implica degli anelli di retroazione, mette in gioco un concetto di totalizzazione che domina a partire da Se stessa: È inoltre percorsa da input e output caratterizzati dalla vocazione a farla funzionare secondo un principio di eterno ritorno», si potrebbe anche dire di ripetizione dell’uguale. «È ossessionata da un desiderio di eternità. La macchina, al contrario, è lavorata da un desiderio di abolizione. Il suo emergere si accompagna al guasto, alla catastrofe, alla morte che la minaccia» (Guattari, p. 52). La macchina prefigurata dal Capitalismo Digitale è allora una macchina strutturale e strutturante; in un certo senso, una macchina universale che “governamenta” il mondo e ne estrae profitto. Ma non è il suo essere macchinico ma il suo essere asservita a questo scopo, che ce la mostra tuffata in un oceano di dati mentre cerca disperatamente di sottrarli al divenire, mentre cerca di stabilizzarli per estrarne una struttura adoperabile dal mercato. Anzi è proprio la sua essenza macchinica che viene messa in discussione, la sua capacità di produrre condensati e agglomerati formali che per-formano e si per-formano in vista di quel phylum, di quella organizzazione “agile”, di quella messa in forma creativa e non definitiva che piaceva a Bogdanov.

Francisco Varela distingue due tipi di macchine: quelle allopoietiche e quelle autopoietiche: Le prime producono cose diverse da sé stesse, le seconde invece generano e caratterizzano la propria organizzazione e i propri limiti. Queste ultime sono immerse in un processo incessante di avvicendamento e sostituzione delle loro componenti in base alle sollecitazioni e all’adeguamento, sia in rapporto alle sollecitazioni, sia al cambio dei contesti. Per Varela, le prime sarebbero le macchine meccaniche, mentre le seconde sarebbero le macchine biologiche. Ma quell’ibrido a cui ci stiamo riferendo quando parliamo di cyborg, è un’entità che intrattiene diversi tipi di relazioni di alterità, ponendo così che la sua parte meccanica nei suoi plurimi concatenamenti anche con il biologico, da allopoietica si faccia autopoietica. È il sogno incompiuto della macchina, la sua capacità autoriproduttiva che però può soltanto realizzarsi sussumendo l’aspetto creativo dell’umano. Il Capitale Digitale si incaponisce invece nel processo opposto, il tentativo cioè di trasformare in macchine allopoietiche anche gli umani.

A pensarci bene è anche questa una sottrazione di futuro. In questo modo infatti si produce e si riproduce soltanto lo stesso, le infinite varianti dell’uguale, che in questo tipo di ciclo produttivo e riproduttivo fanno perdere loro la capacità di relazionarsi, il loro potenziale di agency, la loro performatività. Ma attenzione, tutto questo non significa che soltanto le componenti biologiche, quelle dei viventi, abbiano il monopolio della cre-azione. Non c’è nessun ex nihilo (dal nulla), c’è anzi il suo contrario: non dal nulla ma dal dovunque e da ogni cosa. Perché c’è infatti una potenzialità, quella dei soggetti plurali tutti, che l’assumono attraverso il loro rapportarsi, ma essa è tarpata dall’uso che il Capitale Digitale fa della Intelligenza Artificiale, che dipende dai dati: dividua (cfr. Deleuze, p. 273) cioè gli enti, rompendone le correla-azioni.

Conosci il motto della Kodak? Aveva domandato Bogdanov […] “Tu schiaccia il pulsante, il resto lo facciamo noi”. Un giorno renderanno automatico anche lo scatto e la macchina funzionerà da sola. Ecco perché Lenin ha un’idea passiva della conoscenza. L’azione del fotografo per lui non conta.  (Wu Ming, p. 128).

La frase è inserita in un contesto nel quale Bogdanov prende le parti del cinema nei confronti di Lenin che parteggerebbe per la fotografia. Il brano di sopra infatti prosegue così:

Invece un film non si fa senza un regista, che scelga le immagini, tagli la pellicola, ne prenda un pezzo, lo incolli a un altro. [Una scena], per capirla, devi considerare l’intera sequenza. Lenin invece prende un singolo fotogramma e lo confronta con la realtà. Se combaciano è vero, altrimenti è falso. Così lui concepisce una sola verità, fuori dal tempo, indipendente da noi […] Il mondo non è un bel panorama in attesa di una fotografia. Cambia come cambiamo noi, mentre lo conosciamo (ivi, p. 129).

Come se la visione di Lenin rimandasse alla macchina allopoietica di Varela, alla macchina ottusa e autosufficiente del Capitale Digitale, mentre Il cinema di Bogdanov richiamasse la macchina ibridata con l’umano che interagisce con l’umano e il macchinico formando configur-azioni cangianti.

Se l’Intelligenza Artificiale rimanda a l’internet delle cose (IOT), si ha una panoramica dell’uso dei dati che il Capitalismo Digitale ha messo in opera. È il governo dell’umano. Non è soltanto avere spiato gli utenti per proporre loro le merci che più probabilmente li interesseranno, è anche la creazione di un habitat dove quelle merci sono indispensabili. Siamo molto oltre il condizionamento pubblicitario possibile con i mezzi di comunicazione di massa tradizionali. Oltretutto l’habitat relativo ai consumi non è l’unico. Quello lavorativo, come abbiamo già visto, tramite la raccolta dati, tende a ottimizzare i percorsi, financo i gesti del lavoratore delle piattaforme, realizzando forme di taylorismo perfetto. Richiama una divisione del lavoro profonda che lo parcellizzi in micro compiti da poter esternalizzare e delocalizzare nelle click farm del terzo mondo o verso quella pletora di lavoratori atipici sottopagati delle piattaforme. Ma ce n’è di più: l’internet delle cose, l’internet pervasivo, permette di interagire con tutti gli aspetti dell’esistenza, il lavoro, il tempo libero, il tempo della riproduzione e della cura. Il governo dei sottoposti-fornitori-clienti-utenti è così totale.

Continua…

* Gilberto Pierazzuoli

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* «Chi è Aleksandr Bogdanov? È molti personaggi in uno. È il primo traduttore in russo del Capitale (1899), filosofo, politico, medico, scienziato, scrittore di fantascienza. Compagno di Lenin, conosciuto a Ginevra nel primo esilio del 1904, e coinquilino nell’esilio finlandese di Kuokkala nel 1906. Unico suo degno avversario nel gioco degli scacchi e tra i capi bolscevichi. Ma è soprattutto un eretico per il marxismo di Lenin e per l’ortodossia di Plechanov. Un bolscevico dell’ala degli ultimatisti dopo la rivoluzione del 1905, quando si deve decidere che posizione prendere durante la III Duma: entrare in Parlamento attraverso le elezioni per agire dall’interno (schieramento di Lenin) o rimanere fuori dai confini istituzionali e continuare così la lotta (Bogdanov ed altri con largo appoggio degli operai)? Questo è uno dei primi punti politici di scontro tra Lenin e Bogdanov che si protrae nel campo filosofico epistemologico: Bogdanov e altri, come Gor’kij e Lunačarskij, sostengono l’integrazione nel marxismo dell’epistemologia empiriocriticista. Risalgono al 1904-1906 i tre volumi sull’ empiriomonismo di Bogdanov.  Il conflitto con altri bolscevichi, in particolare con Lenin (che oppose a Bogdanov “Materialismo ed empiriocriticismo”), verte su quali siano le basi del potere: il possesso dei mezzi di produzione o la cultura organizzativa, quella che poi Bogdanov definì “tectologia”, anticipando la teoria dei sistemi complessi» (https://www.globalproject.info/it/produzioni/la-mossa-eretica/21815). È anche il protagonista del romanzo dei Wu Ming Proletkult.

Franz Kafka, Il castello, Mondadori Editore, Milano1973

Claudio Kulesko, “Macchine compositive”, in Divenire invertebrato. Dalla Grande Scimmia all’antispecismo viscido, a cura di Massimo Filippi e Enrico Monacelli, ombre corte, Verona 2020

Giulia Rispoli, Dall’empiriomonismo alla tectologia. Organizzazione, complessità e approccio sistemico nel pensiero di Aleksandr Bogdanov, Aracne, Roma 2012

Félix Guattari, Caosmosi, Mimesis, Milano Udine 2020, (ed. or. 1992)

Gilles Deleuze, Pourparler, Quodlibet, Macerata 2000

Francisco J. Varela, Autonomie et connaissance: essai sur le vivant, Éd. du Seuil, Paris 1989

Karen Barad, Performatività della natura. Quanto e queer, Edizioni ETS, Pisa 2017

Wu Ming, Proletkult, Einaudi, Torino 2018

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Gilberto Pierazzuoli

Gilberto Pierazzuoli

Attivista negli anni 70 . Trasforma l'hobby dell'enogastronomia in una professione aprendo forse il primo wine-bar d'Italia che poi si evolve in ristorante. Smette nel 2012, attualmente insegnante precario di lettere e storia in un istituto tecnico. Attivista di perUnaltracittà.

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