Smorzare le accelerazioni, abolire le differenze

Per una Critica del Capitalismo Digitale 

Lévi Strauss faceva una distinzione tra società calde e società fredde. Quest’ultime funzionano come dei meccanismi che fanno operazioni semplici basate sull’energia meccanica ritornando poi allo stato iniziale; società dunque a bassa entropia e tendenzialmente stabili tanto da non avere una storia vera e propria. Le società moderne sono invece esplicitate da macchine che svolgono funzioni termodinamiche ad alta entropia come per esempio la macchina a vapore e tutte quelle a combustione interna. Se a quelle premoderne corrispondono meccanismi con fasi compensative o di retroazione che tengono il sistema in equilibrio, quelle moderne sono invece ad alto dispendio energetico dove l’energia utilizzata non è impiegata per riequilibrare il sistema ma per farlo continuare a produrre superando gli attriti e le resistenze che la dovrebbero rallentare. Sono macchine ad alimentazione continua e a dispendio elevato nelle quali l’apporto energetico proviene proprio dalle diseguaglianze che occorre alimentare per perseguire un’espansione permanente. La diseguaglianza è allora come una differenza di potenziale che produce energia. La macchina del capitalismo moderno è infatti una macchina ad alta entropia che deve estrarre valore da tutti i differenziali. Che alimenta perciò i differenziali perché è una macchina che teme il pareggio, che teme l’arresto. In questa ottica la distinzione tra economia produttiva e economia finanziaria è un falso problema. Non c’è separazione. L’economia produttiva serve infatti per alimentare il ciclo debito/credito, operazione non a pareggio, per espandere il debito che è il vero motore del capitalismo. Il debito infinito, il debito incolmabile e inestinguibile perché si versa sempre meno dell’aumento che gli interessi devono provocare. La macchina capitalista generale (non sto infatti parlando adesso della macchina digitale computazionale) produce, e quindi funziona, per immettere valore nel circuito del debito/credito; per alimentare il motore capitalista. Non è infatti neanche del tutto vero che il capitale invece di reinvestire nel comparto produttivo preferisca stornare i ricavi per ottenere denaro dalla rendita. Il capitale non fa semplicemente questo, ma si alimenta dalle differenze. Così, a ben guardare, la merce non ha più né valore d’uso né valore di mercato, basta infatti che produca un plus valore fittizio da far circolare nel circuito debito/credito, è soltanto questo plus che interessa e che alimenta il circuito della valorizzazione. Per dare allora la misura della astrattezza del valore, basta il fatto che non ci sono paesi senza debiti e che il dato del debito mondiale era, all’inizio del 2020, di 253mila miliardi, pari cioè al 322% del Pil anch’esso mondiale. In questo sistema non basta perciò che la crescita sia infinita e che si cresca a una velocità costante, serve che questa velocità subisca delle variazioni che sono il vero motore del sistema. Per questo le crisi cicliche del sistema, crisi che allora, al di là delle catastrofi per coloro che ne sono direttamente coinvolti, servono a produrre altri differenziali che verranno infine utilizzati per l’alimentazione della mega macchina. Anche la macelleria sociale alimenta il sistema. È infatti un sistema nel quale l’entropia deve crescere secondo un livello esponenziale rischiando e cedendo anche di fronte alla prospettiva di una disgregazione totale. In altre parole, e con il rischio di ripetersi, è un sistema ad alto dispendio energetico che usa e spreca molta energia, ma è proprio questo spreco ad alimentare le differenze di potenziale utili alla sua riproduzione.

Ma la società dello spreco non si esaurisce in quello materiale e – per foraggiare il meccanismo del consumo che innesca gli altri concatenamenti che alimentano le differenze di potenziale – opera anche sempre di più sull’immateriale, sulla cura e sugli investimenti libidinali. Questo il senso dell’economia generale di Bataille. Ma lo spreco di energia, l’aumento entropico del disordine, si muove in direzione opposta dalla produzione e dalla distruzione di ricchezza.

In società diverse dalla nostra – noi accumuliamo la ricchezza in vista di una crescita continua – prevaleva il principio di sprecare o di perdere la ricchezza, di regalarla o di distruggerla. La ricchezza accumulata ha lo stesso significato del lavoro; al contrario, la ricchezza sperperata o distrutta nel potlatch delle tribù ha invece il significato del gioco. La ricchezza accumulata ha solo un valore subordinato, mentre le ricchezze sperperate, o distrutte, hanno per chi le sperpera, o per chi le distrugge, un valore sovrano: non servono ad altro scopo; se non a questo spreco stesso, o alla loro affascinante distruzione (G. Bataille, OEuvres complètes – 10. L’Érotisme. Le Procès de Gilles de Rais. Les Larmes d’Éros, Paris 1970, pp. 321-322, traduzione mia).

Nelle società premoderne il gioco debito/credito, quello che alcuni hanno chiamato l’economia del dono, è soltanto il motore delle relazioni e un modo per metterle in atto. In definitiva un dato comportamentale tra appartenenti allo stesso gruppo sociale. La distruzione di ricchezza è allora un modo per ripianare le differenze sociali. Nella società capitalista lo spreco e la distruzione alimentano invece le differenze sociali che, come tutte le differenze, alimentano poi la macchina energivora per una economia circolare della distruzione totalizzante.

La stabilità che regnava nelle società premoderne è diventata adesso soltanto uno dei possibili stati del disordine totale. Una infima probabilità tale da potersi considerare una eccezione e quindi una devianza, uno scarto, dell’elaborazione statistica. I meccanismi della modernità

sono subordinati ai motori; alla differenza termica, al flusso di energia. L’ordine è un’evanescente possibilità, una deviazione dal disordine, uno squilibrio. Il disturbo negativo – neghentropia – è una risorsa energetica e il caso è il potenziamento dell’alimentazione. Macht, energia, puissance, come potenziale di degrado dell’energia, come fluidificazione della materia-energia, come possibilità di rilascio verso l’abisso non regolato o anarchico in cui si riversa l’energia, come la morte di Dio. A monte e a valle; la riserva e la sua dissipazione. L’ordine non è legge ma potere, e il potere è aberrazione. Per Nietzsche, per Freud, e poi per Bataille, questo è lo sfondo sul quale si deve pensare il desiderio. Il mega-motore. (N. Land, The Thirst for Annihilation: Georges Bataille and Virulent Nihilism. An Essay in Atheistic Religion, London-New York 1992, p. 26).

Il Capitale che caratterizza le società moderne in realtà manca di individualità, è un codice sorgente per il lavoro incessante della macchina molare. È una macchina produttiva che esiste sulle plusvalenze, sull’accumulo e l’eccedenza. È una macchina con il motore antico dello stock che eccede il consumo; è l’eccesso del consumo; dell’eccedenza conservata e messa a profitto e non distrutta. È la macchina che comprime la libido, che costruisce i feticci che deviano la libido verso la merce. È la macchina edipica e patriarcale che separa la produzione dalla riproduzione, sottraendo quest’ultima al confronto/conflitto capitale-lavoro. È una macchina di codifica, di surcodifica e di decodifica.

Il capitale non è un’essenza ma una tendenza, la cui formula è la decodificazione, o l’immanentizzazione guidata dal mercato, che subordina progressivamente la riproduzione sociale alla replica tecno-commerciale. Tutti i criteri trascendenti sono offuscamenti che mancano del loro presunto “oggetto” (Nick Land, Machinic Desire, in Fanged Noumena: Collected Writings 1987-2007, a cura di R. Mackay e R. Brassier, Falmouth-New York 2011, pp. 339-340).

È la macchina Digitale che si divincola dalla stretta della comunicazione tra umani, tra umani e non umani, dalla collaborazione e dalla relazione che fondano il sapere umano per non dover più pagare un centesimo a chi non possiede la macchina. È una macchina di rapina che si appropria del sapere umano per superarlo, senza nessuna restituzione. È questo che fanno gli algoritmi di autoapprendimento: stanno costruendo una intelligenza più che umana che vuole rendere a posteriori inutili gli umani. È una macchina senza prospettiva che provoca distruzioni, ma che si alimenta succhiando sino all’ultima goccia, risorse che alimentino il divario rigenerativo del suo dominio.

C’è un racconto di fantascienza (non ricordo quale) ambientato in un dopo guerra futuro nel quale una macchina automatizzata continua a produrre imperterrita strumenti bellici. Ai sopravvissuti il compito apparentemente impossibile di fare smettere la produzione. La macchina-fabbrica continua irremovibile il suo lavoro perché attraverso strumenti di Intelligenza Artificiale emergenti da procedure di deep learning (addestramento profondo) il suo fare è consono alla query umana, alla domanda, all’obiettivo che gli umani le hanno posto. Il suo fare è imperscrutabile e quindi non deviabile. Per di più la Fabbrica Automatica ha il compito di difendere la propria produzione da ogni ipotetico sabotaggio e di riuscire a tenere in piedi anche tutta la filiera produttiva difendendo per esempio i convogli che la riforniscono e la produzione energetica che la alimenta. Inizia così la guerra tra gli umani e la Fabbrica.

L’alienazione dell’operaio nella fabbrica fordista veniva dallo scollamento tra il gesto produttivo e il prodotto. Non sapere, non percepire cosa si produce, in che modo si produce. Il gesto astratto della forza lavoro si compiva nel vuoto di una mancanza di intenzionalità. La macchina che ci cura, è la macchina che pensa per noi; è una macchina che aliena non soltanto il lavoro ma anche la vita. Si tratta di trasformazioni che portano a compimento il progetto capitalista di egemonia della ragione. È il trionfo della ragione strumentale descritta dai pensatori della scuola di Francoforte. La ragione si è infatti ormai identificata con la realtà e così si è fatta meno la distanza tra ciò che è e ciò che potrebbe essere, tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere. Non c’è ragione teleologica al di là di quella che esprime il Capitale. La presa sulla vita del capitale, la presa ideologica che esercita sulla ragione, invece di restituirci il cyborg frutto di una ibridazione dialogica costruttiva, ne costruisce uno come robotizzazione della forza lavoro:

L’umanesimo marxista insiste sul fatto che il problema della ragione strumentale risiede nella sua innaturale estensione alla forza lavoro proletaria. Il femminismo ha interrogato questa storia fraterna, indicando un più antico “dominio di legittima applicazione”: materia, passività, argilla informe. […] L’industrializzazione è da una parte un’autonomizzazione dell’apparato produttivo, dall’altra un divenire-macchina cyborg delle forze lavoro, seguendo il ritmo logisticamente accelerato di inserimento e disinserimento che costituisce il proletariato come risorsa economica totalmente sradicata. (N. Land, Meat (or How to Kill Oedipus in Cyberspace), in Fanged Noumena, cit., pp. 426, 434).

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Ci sono Storie che si evolvono o involvono a una velocità tale che nessun libro riuscirà a fotografare, a darne cioè una versione che possa essere attuale. C’è per esempio la pandemia virale da Covid 19, con i suoi risvolti sociali, politici e antropologici che Zizek cerca di interpretare con uno strumento insolito: l’ebook in “divenire”. Il capitalismo digitale – quello che ha a che fare con universo contemporaneo dove tecnoscienza, Intelligenza Artificiale (AI) e amministrazione governamentale della vita si intrecciano – ha una velocità di trasformazione non così alta ma certamente più alta dei tempi editoriali di un libro cartaceo. Cogliamo così l’occasione di pubblicare anche noi un ebook in divenire che riprende gli articoli che sull’argomento sono stati pubblicati e che continueranno a essere pubblicati su “La città Invisibile” e in particolare la serie a puntate di “Per una Critica del Capitalismo Digitale”. Il libro non è terminato, anche per questo è in divenire, perché non è possibile mettere la parola fine a narrazioni che sono in corso. Verrà perciò aggiornato costantemente permettendogli così di essere in qualche modo dentro l’attualità. Ogni articolo ha una sua indipendenza e lo si potrà leggere anche senza aver letto il resto, così come ha anche una sua coerenza d’insieme, tale da poterlo leggere dalla prima all’ultima parte senza percepire nessuna frammentazione. Almeno questo è l’intento. 

Per una Critica del Capitalismo Digitale – Parte XXXIV

Qui la I parte, Qui la II, Qui la III, Qui la IV, Qui la V, Qui la VI, Qui la VIIQui la VIIIQui la IXQui la XQui la XIQui la XIIQui la XIIIQui la XIVQui la XVIntermezzoQui la XVIQui la XVII Qui la XVIIIQui la XIXQui la XXQui la XXIQui la XXII, Qui la parte XXIIIQui la XXIVQui la XXV , Qui la XXVIQui la XXVIIQui la XXVIIIQui la parte XXIX Qui la parte XXXQui la parte XXXI,  Qui la parte XXXII, Qui la parte XXXIII

*Gilberto Pierazzuoli

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Gilberto Pierazzuoli

Attivista negli anni 70 . Trasforma l'hobby dell'enogastronomia in una professione aprendo forse il primo wine-bar d'Italia che poi si evolve in ristorante. Smette nel 2012, attualmente insegnante precario di lettere e storia in un istituto tecnico. Attivista di perUnaltracittà.

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