Il capitalismo di Marx è morto?

Per una Critica del Capitalismo Digitale – ultima parte

Gli strumenti digitali hanno permesso di razionalizzare il ciclo produttivo e distributivo. Attraverso strumenti di feedback e di ottimizzazione dei percorsi il rapporto domanda offerta si fa più calzante. Come ho già detto si produce on demand e just in time. Con meno sprechi e con meno costi di magazzino. È su questo terreno che la logistica è cresciuta di importanza. «Siamo ad un livello superiore nella sussunzione reale. Di qui l’enorme importanza della logistica che – quando sia automatizzata – comincia a configurare ogni dimensione territoriale del comando capitalistico, a stabilire confini interni e gerarchie dello spazio globale». Dice Negri (p.37). Ovviamente per quanto riguarda le merci dematerializzate, la cosa è ovvia. Musica, film, libri digitali non vanno più prodotti, vanno soltanto distribuiti.

Ma anche quando si parla di produzione materiale, la logistica è fondamentale. Qui giocano il loro ruolo fattori come la globalizzazione, la delocalizzazione e le esternalizzazioni. I grandi produttori in realtà non producono più niente di materiale, progettano e brandizzano i prototipi, ma i prodotti saranno costruiti e confezionati altrove e da altri. È quel fenomeno per il quale la produzione manifatturiera si è spostata in asia e in paesi con la mano d’opera a basso costo. Il ciclo classico del modo di produzione capitalista si è così enormemente trasformato. Il padrone della fabbrica non decide che cosa produrre, né quanto e neppure in che tempi fare tutto questo. Una volta era il mercato che reclamava e dettava questi contenuti, ma bisognava saperli interpretare e in più si poteva interagire con questi. Si poteva produrre un articolo totalmente nuovo che il mercato doveva recepire; insomma, il rapporto tra mercato e produzione era biunivoco. Adesso niente di tutto questo spetta al padrone della fabbrica. Adesso c’è soltanto la commessa.

Gli operai di queste fabbriche ricevono dei salari che non garantiscono il ciclo riproduttivo della forza lavoro, quel minimo compenso che permette al nucleo familiare di soddisfare i bisogni primari, tanto che in fabbrica ci devono lavorare tutti, donne e bambini compresi. Soltanto così si riesce ad estrarre quel plusvalore che compensa i proprietari dei mezzi di produzione. Il salario è qui sganciato dal tempo del lavoro, dalla giornata lavorativa. Si espande e si contrae in base alla domanda, alla commessa. Si tratta comunque di modi di produzione a basso livello di specializzazione – lo possono fare anche i bambini – tanto che il marxiano lavoro morto sussunto dal proprietario dei mezzi di produzione, è molto basso. Sono cioè quei lavori che si potrebbero spesso far fare alle macchine, macchine che si è scelto di non utilizzare perché l’offerta di mano d’opera a basso costo è più conveniente della spesa per l’automazione dei processi. Non che in Cina (il caso cinese è comunque più complesso), in Indonesia o nel Vietnam non sia possibile automatizzare certi processi della produzione e che in parte non lo si faccia, ma che, in alcuni casi, il gioco non valga la candela. Si ha così che il modo di produzione capitalista classico, quello che produce valore e plusvalore dal lavoro salariato, sopravviva principalmente in questi termini. Anzi, come abbiamo detto precedentemente, si ha spesso anche che, in alcuni casi, la cosiddetta Intelligenza Artificiale (AI) sia in realtà pochissimo artificiale, tanto che i compiti che dovrebbe svolgere sono demandati agli ultimi della terra, agli umani senza diritti degli infiniti sud ed est del mondo. Vedi ad esempio il Turco Meccanico di Amazon e gli schiavi del clic di cui abbiamo già parlato.

Nel modo di produzione capitalista classico dell’epoca del vapore e di quella elettrica, ma non digitale, il capitale fisso o lavoro morto, incorporava anche il saper fare artigiano, piegandolo alla serialità e banalizzandolo. Anche l’artigiano produceva on demand e just in time, prodotti che contenevano però quel sapere, mentre la produzione serializzata ne contiene soltanto una parte, una versione semplificata e volgarizzata. L’artigiano e il contadino producevano ricchezza senza essere catturati nel modo di produzione capitalistico che attraverso il lavoro sottoposto e salariato produce plus lavoro e quindi plus valore che il capitale – quel capitale – incamera. Tutto lo sforzo di Marx era incentrato sul fare emergere questo carattere che rende palese lo sfruttamento operaio. Marx non fa un discorso strettamente economico, ma descrive un fatto sociologico dominato da un soggetto, un sistema che si chiama “capitale” e il capitale è proprio questo. Indirizza l’attenzione verso il “profitto” che è diverso dalla rendita. Cerca di fare emergere un altro soggetto, una classe che non vive di rendita, che non estrae valore dalla terra coltivandola o estraendo dal suo interno le materie prime, ma che produce profitto attraverso un modo di produzione basato sul lavoro salariato.

La piena automazione delle produzione, indipendentemente da a chi ne godrà i benefici, non è più quel capitalismo, è un altro tipo di capitalismo, ma anche un’altra cosa, forse anche peggio, dice Mckenzie Wark. Abbiamo infatti parlato più volte di un capitalismo di tipo estrattivo che, se cerchiamo di essere fedeli al concetto che Marx dava al termine capitale, sarebbe un ossimoro: il capitalismo estrattivo, sempre secondo questo modo di pensare non è capitalismo, ma non è detto che faccia meno male. Mckenzie Wark usa una terminologia nuova per la quale non ci sono più i lavoratori e i capitalisti, ma la classe vettoriale quella che estrae, succhia, aspira, parassita e quella hacker, quella che fornisce il sangue, il corpo, e il sapere come materie prime di cui la classe vettoriale si appropria. Come è avvenuta la trasformazione? Secondo me, è proprio nel gioco che ha disgiunto l’accoppiata fondante tra lavoro e salario perpetrata da tutti i dispositivi – anche, se non soprattutto, digitali – di cui abbiamo già parlato nelle pagine precedenti.  Certo, abbiamo parlato spesso di capitalismo finanziario, di capitalismo della sorveglianza, di capitalismo delle piattaforme, dicendo implicitamente che il capitalismo poteva essere aggettivato – e così descritto – in più modi e attraverso i prefissi neo o post a proposito di una sua variegata esistenza, ma quello che Mckenzie Wark dice è che, questa volta, si tratterebbe di tutt’un’altra bestia.

La rivoluzione industriale 4.0 non sarebbe perciò un’evoluzione del sistema di produzione capitalistico, ma un cambio radicale di tutti i suoi presupposti. Anche gli interessi padronali apparentemente più tradizionali remano contro la forma di produzione capitalista originaria. Quelli, per esempio, legati alle grandi opere inutili, sono oggi operazioni a basso utilizzo della forza lavoro, svolgono cioè una forma di capitalismo estrattivo e speculativo nei confronti dei finanziamenti pubblici, e non prelevando plus valore prodotto dall’impiego di molta mano d’opera. In questo caso fanno in modo di deviare gli investimenti erogati in chiave keynesiana in maniera tale che non si riversino a pioggia e non gocciolino verso il basso, ma che rimpinguino chi è già obeso.

Si può dunque, sulla falsa riga del lavoro di Mckenzie Wark, ipotizzare una forma di potere che abita il vertice della piramide gerarchica che tramite il controllo dell’informazione e della logistica, attraverso brevetti, diritti d’autore e marchi, abbia incorporato il capitalismo in una forma più astratta di potere tecnico. Si può cioè ipotizzare la preminenza del capitale estrattivo su quello che sfrutta (comprendendo naturalmente il secondo nel primo) (Negri, p. 36) o il vertice della pila, dello stack (Bratton). Questa sarebbe allora una nuova classe, una oligarchia che gestisce l’informazione, pur dipendendo per certi aspetti dall’estrazione di surplus da un’altra classe, anch’essa privilegiata ma comunque subalterna. Una oligarchia sovranazionale di tipo tecno scientifico, un super Capitalismo digitale e dell’informazione capace di realizzare la prospettiva distopica preconizzata da Bernal alla fine degli anni sessanta a proposito dei padroni della tecnoscienza, dei quali egli dice: si tratterebbe di entità «in grado di intraprendere gli esperimenti più ambiziosi senza consultare il mondo esterno […]. Il mondo potrebbe addirittura essere trasformato in uno zoo per umani, uno zoo gestito con tanta intelligenza da rendere i suoi abitanti inconsapevoli di essere lì ai soli scopi di osservazione e sperimentazione». Non bisogna infatti dimenticare che informazione è anche il codice genetico. Che l’informazione domina anche il comparto sanitario in relazione con l’importanza che sempre più avrà la manipolazione del DNA, il contrasto alle pandemie e i brevetti sui vaccini e sulla vita. Informazione sono gli OGM, sono i brevetti sulle sementi, è l’agricoltura di precisione e la diagnostica medica assistita. In questa ottica, in questo incubo, l’immagine dello zoo di Bernal è più probabile della distopia della serie di film Matrix. Ecco la macchina che ha sottomesso gli umani, ma non sono i robot d’acciaio dell’immaginario scifi: è la macchina algoritmica in mano al super Capitalismo Digitale.

Forse, l’attuale capitalismo – o quel che c’è di nuovo e di peggio – mantiene una parentela con quello tradizionale nell’utilizzo del dispositivo delle enclosures come forma di accumulazione originaria. E lo fa in termini terribilmente moderni, impedendo cioè che l’informazione circoli al di fuori dei “recinti” che esso stesso ha costruito. Il saper fare, il general intellect, erano saperi comuni, avevano una base comune di sapere, erano contenuti relazionali e in divenire; un surplus determinato dal cooperare, un qualcosa che come diceva Marx è di più della somma del plus lavoro di due o più lavoratori, ma nel plus che deriva dal fatto che lavorano insieme; è quel uno più uno che fa più di due dell’organizzazione collaborativa di Bogdanov. Ma tutto questo, una volta sussunto nel processo produttivo attraverso la sua riduzione algoritmica, si trova ingabbiato in quel processo, cessando di essere sapere condiviso e cessando di crescere e di evolversi. E perciò un sapere inglobato soltanto nel lavoro astratto, quello medio statistico che sanno trattare gli algoritmi. Quella riduzione e discretizzazione che sottostà al processo di digitalizzazione, al passaggio dall’analogico al digitale. Il risultato di quella sorveglianza pervasiva che giudica, valuta, quantifica e infine subordina.

È in questo ambito che forme di organizzazione collaborativa, forme di pianificazione non centralizzate, né proprietarie; forme non racchiuse in recinti d’uso privatizzati, possono fare intravedere modi di produzione di tipo collaborativo, rispettoso delle creatività personali e collettive proprio perché può finalmente alimentarle e metterle a frutto. «È sull’insieme di linguaggi e di algoritmi, di funzioni tecnologiche e di know how, dentro il quale è costituito l’attuale proletariato, che l’elemento cooperativo diviene centrale e rivelatore di possibile egemonia (Negri, p. 36). Si intravede qui il potenziale di una possibile riappropriazione del capitale fisso da parte dei lavoratori esprimendo appunto una potenza che si deve liberare, aggiunge sempre Negri (p. 37).

In questo ambito, su questo piano sia epistemologico, sia di pratiche, che i processi produttivi possono trovare la convergenza con quelli riproduttivi, forgiando una serie di routine algoritmiche, relazioni di relazioni che tengano e rendano conto di tutti i soggetti – viventi e non – invischiati nel processo, per narrazioni nelle quali il futuro diviene plausibile, per una futuribilità costruibile, immanente alle cose e non teleologicamente differita, per un materialismo esperibile nel senso profondo del termine. Si tratta di corpi, di umori, del dolore, della sensazione. Dello stare intra del soggetto plurale.

Con buona pace di tutti coloro che ancora buffamente si agitano nel sostenere che le possibilità rivoluzionarie debbono essere legate alla rinascita di una classe operaia novecentesca, [si] chiarisce che qui c’è una classe, ma ben diversa, con una potenza ben superiore, ed è la classe del lavoro cognitivo – è questa classe che va liberata, è questa che deve liberarsi. (Negri, p. 31)

In un certo senso, la lettura volgare (para ortodossa) del marxismo, crea una forma d’inerzia per la quale si auspica e si alimenta l’illusione di un ritorno al lavoro fordista non accettando così le trasformazioni che la digitalizzazione o la tendenza verso il passaggio a forme di produzione più immateriali, comportano. Il katechon sono allora i movimenti di carattere marxista-leninista impantanati nei dogmi, rispetto ai quali un’area progressista ha espresso il bisogno di forme di pensiero ispirate dalla futuribilità, a forme cioè di accelerazione che rendano conto delle trasformazioni dei modi di produzione e dei media che veicolano questo processo. Non si tratta più dell’uso in senso stretto della forza lavoro, della mano d’opera, ma di mani-polare l’informazione, assumerne il comando escludendo addirittura dalle decisioni anche la proprietà, sostituita da quella managerialità quasi onnisciente che ha messo al centro la governamentalità degli umani e dei processi. È questo il passaggio dalle società disciplinari a quelle del controllo, da quelle che agivano direttamente sulla materialità dei corpi a quelle che agiscono sui flussi informatici; a quelle che lavorano sui dati, bisognose del feedback dei lavoratori-utenti-clienti, per pianificare flussi produttivi dai quali estrarre ricchezza. Questa forma di nuovo capitalismo (o come lo si voglia chiamare) non ha più bisogno che i salari, per quanto ridotti all’osso, garantiscano quella indispensabile capacità di acquisto per non fare crollare la domanda; qui domanda, offerta, produzione e consumo sono soltanto flussi che devono continuare a circolare, in quale direzione e con quali attori, non ha importanza; la cosa importante è che il processo, il flusso, non si interrompa. Questo capitalismo, convive con i disastri, li mette a frutto nello stesso modo attraverso il quale estrae valore dalla green economy, dal suo apparente rimediare. Che il mondo rischi il collasso o che si lavori per evitarlo, il capitalismo e lì a fare il suo porco comodo. Il capitalismo non ha una visione, raccatta quello che capita e cerca di fare capitare più cose possibili. Il capitalismo continua a fare il suo lavoro anche dentro ai disastri che provoca. Il capitalismo potrà forse soffocare a causa della sua ingordigia, ma non sarebbe ugualmente una buona notizia, perché trascinerebbe tutti nella sua caduta. Il capitalismo non si ravvede; non ha un’etica, una morale, se non la massimizzazione del profitto che continua a lavorare anche dentro i propri disastri. Bisogna perciò esplorare “la possibilità di vivere nelle rovine del capitalismo” recita il sottotitolo di un libro che, pur essendo recente (in italiano è uscito a maggio del 2021), è già un classico dell’ecologia. Non per smettere di contrastare il capitalismo, ma per riuscire a “lavorare” su quegli stessi piani sui quali esso riesce a esprimersi e quindi anche nelle sue stesse rovine.

Il capitalismo (continuo qui a usare questo termine che si potrebbe però sostituire con “la classe vettoriale” o con il super/iper capitalismo, il vertice dello stack) il capitalismo estrattivo – dunque – di alcune piattaforme digitali, fa anch’esso un’operazione legata al dispositivo di accumulo originario consistente nelle enclosures. Parlo di quelle di sharing o di prenotazione di voli, alberghi, appartamenti, ristoranti etc. Queste piattaforme infatti dovrebbero fare incontrare la domanda con l’offerta ma, spesso approfittando di condizioni di quasi monopolio, fanno perfettamente il contrario: impediscono che offerta e domanda possano comunicare erigendo recinti e barriere. Da questa posizione, incuneata tra domanda e offerta, estraggono valore facendosi pagare l’incontro con una quota proporzionale alla transazione. Uber, Airbnb, Booking.com, TheFork e altre trattengono sino al 30%. Questa operazione creativa, incubata da una startup e pensata in un think tank, ha cioè partorito qualcosa di simile al pedaggio feudale, in barba alla libertà di movimento strombazzato dalla cultura neoliberista.

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Altre indicazioni bibliografiche:

J.D. Bernal, The World, the Flesh and the Devil, Indiana University Press 1969

 Anna Lowenhaupt Tsing, Il fungo alla fine del mondo. La possibilità di vivere nelle rovine del capitalismo, Keller, Trento 2021

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Per una Critica del Capitalismo Digitale – ultima parte

Ci sono Storie che si evolvono o involvono a una velocità tale che nessun libro riuscirà a fotografare, a darne cioè una versione che possa essere attuale. C’è per esempio la pandemia virale da Covid 19, con i suoi risvolti sociali, politici e antropologici che Zizek cerca di interpretare con uno strumento insolito: l’ebook in “divenire”. Il capitalismo digitale – quello che ha a che fare con universo contemporaneo dove tecnoscienza, Intelligenza Artificiale (AI) e amministrazione governamentale della vita si intrecciano – ha una velocità di trasformazione non così alta ma certamente più alta dei tempi editoriali di un libro cartaceo. Abbiamo colto così l’occasione di pubblicare anche noi un ebook in divenire che riprende gli articoli che sull’argomento sono stati pubblicati su “La città Invisibile” e in particolare la serie a puntate di “Per una Critica del Capitalismo Digitale”. Il libro termina con questa ultima parte, pur rimanendo un oggetto in divenire, anche perché non è possibile mettere la parola fine a narrazioni che sono in corso. 

Sono comunque convinto che l’attualità di un libro o di un concetto è quella che paradossalmente si mostra nel suo contrario. Il concetto, il ragionamento, più attuale, il più usabile, è quello che si concretizza a prescindere dai riferimenti. In gioco non era l’attualità ma il divenire insieme. Spero per questo che questo libro abbia il respiro più lungo che si possa auspicare. Chiudo qui questo lavoro per iniziarne da subito un altro. Già dal prossimo numero della Città Invisibile inizierà il nuovo lavoro, una specie di volume secondo che parlerà ancora delle stesse cose ma da un ottica leggermente diversa, quella, per altro presente anche sino a qui, che è poi un’auspicio, quello contenuto nel titolo del prossimo articolo: “Per un’ecologia socialista del digitale”.

Ogni articolo ha una sua indipendenza e lo si potrà leggere anche senza aver letto il resto, così come ha anche una sua coerenza d’insieme, tale da poterlo leggere dalla prima all’ultima parte senza percepire nessuna frammentazione. Almeno questo è l’intento. 

Qui la I parte, Qui la II, Qui la III, Qui la IV, Qui la V, Qui la VI, Qui la VIIQui la VIIIQui la IXQui la XQui la XIQui la XIIQui la XIIIQui la XIVQui la XVIntermezzoQui la XVIQui la XVII Qui la XVIIIQui la XIXQui la XXQui la XXIQui la XXII, Qui la parte XXIIIQui la XXIVQui la XXV , Qui la XXVIQui la XXVIIQui la XXVIIIQui la parte XXIX Qui la parte XXXQui la parte XXXI,  Qui la parte XXXIIQui la parte XXXIII,  Qui la parte XXXIV , Qui la parte XXXVQui la parte XXXVI, Qui la parte XXXVII Qui la parte XXXVIII, Qui la parte XXXIX, Qui la parte XL

Gilberto Pierazzuoli

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Gilberto Pierazzuoli

Attivista negli anni 70 . Trasforma l'hobby dell'enogastronomia in una professione aprendo forse il primo wine-bar d'Italia che poi si evolve in ristorante. Smette nel 2012, attualmente insegnante precario di lettere e storia in un istituto tecnico. Attivista di perUnaltracittà.

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